Non ho un testo sorgente da riscrivere: mi hai incollato solo una domanda generica (“Vi siete mai licenziati perché il lavoro danneggiava la vostra salute mentale?”), senza una vera storia, personaggi, conflitto o svolgimento — non c’è materiale narrativo da cui estrarre la “molla” drammatica.

Marta aveva imparato a riconoscere il rumore del citofono dell'ufficio come si riconosce un dolore cronico: prima un sussulto nello stomaco, poi la mano che si allungava da sola verso la cuffietta, prima ancora che il cervello decidesse di rispondere.

Lavorava alla reception dello studio legale Ferretti & Bassi, in una traversa di Corso Buenos Aires a Milano, da quattro anni. Quattro anni di "Studio Ferretti, buongiorno" detto con lo stesso tono, indipendentemente da cosa le stesse succedendo dentro. Guadagnava 1.450 euro al mese, di cui 620 se ne andavano per l'affitto della stanza in via Padova, quella con il termosifone che perdeva. La mattina del 12 marzo si era svegliata alle cinque, senza sveglia, con il cuore che le batteva come se avesse corso, e aveva fissato una macchia sul soffitto — a forma di Sardegna, diceva sempre — finché fuori non era diventato giorno.

Il dottor Ferretti la chiamava "la mia macchina da guerra". Era un complimento, nella sua testa. Nella testa di Marta era diventato un cappio: rispondere a sessanta email al giorno, tenere in equilibrio le agende di quattro avvocati, incassare le urla del socio anziano quando un cliente si lamentava, e poi tornare a casa e non riuscire a mangiare, perché lo stomaco le si era chiuso come un pugno da mesi. A volte pensava: se uno di loro dovesse fare la mia vita per una settimana sola, morirebbe. Un pensiero cattivo, se lo teneva stretto, le piaceva.

Sua madre, al telefono, le diceva sempre la stessa cosa: — Un lavoro fisso non si molla, Marta. Con questi tempi, poi.

Aveva provato a resistere. Aveva provato le pastiglie che il medico di base le aveva prescritto controvoglia, dopo che lei gli aveva confessato di piangere in bagno durante la pausa pranzo, chiusa dentro il bagno degli ospiti perché quello dei dipendenti aveva la porta che non si chiudeva bene. Si era detta che tutti si lamentano del lavoro, che era normale, che doveva solo stringere i denti ancora un po'. Un altro mese. Poi un altro ancora.

Un martedì un cliente aveva sbagliato a leggere un contratto e se l'era presa con lei al telefono per venti minuti, urlando, mentre il dottor Ferretti, in piedi nel corridoio, ascoltava senza intervenire. Chiusa la chiamata le aveva detto soltanto: — Da domani rispondi con più pazienza, per favore. Non possiamo perdere clienti così.

Marta era rimasta seduta alla scrivania, il telefono ancora caldo in mano, il display incrinato in un angolo da quando le era caduto in metropolitana un anno prima e non aveva mai avuto i soldi né il tempo per cambiarlo. Aveva sentito qualcosa muoversi dentro di sé — non una rabbia esplosiva, ma un cedimento sordo, come una corda tesa da troppo tempo che si sfilaccia senza fare rumore. Le mani sulla tastiera tremavano appena, un tremore fine che non riusciva a fermare nemmeno stringendo i pugni.

Quella sera scrisse la lettera di dimissioni sul tavolo della cucina, con la penna che il padre le aveva regalato alla laurea, una Bic qualsiasi in realtà, ma lei la chiamava così, la penna della laurea. Non la scrisse di getto: la riscrisse tre volte, cancellando le frasi che sembravano scuse, lasciando solo i fatti. Sul conto in banca le restavano 3.100 euro. Fece il conto a voce alta, in cucina, mentre la moka Bialetti ammaccata fischiava sul fuoco: tre mesi, forse quattro se stava attenta, se smetteva di comprare il caffè al bar la mattina.

Il giorno dopo consegnò la lettera a mano, alle otto e quaranta, prima che Ferretti avesse il tempo di iniziare a dare ordini.

Lui la lesse in piedi, aggrottando la fronte. — Ti rendi conto che qui hai un futuro? Fuori non è facile, Marta.

— Lo so — rispose lei, e la voce non le tremò. — Ma io fuori, almeno, potrò dormire.

Uscì dallo studio quella mattina stessa con uno scatolone dell'Esselunga tra le braccia: la fotografia dei genitori, una pianta di pothos ormai secca per la mancanza di luce, il maglione di scorta che teneva in ufficio per l'aria condizionata troppo fredda. Non pianse sulle scale, come si era immaginata mille volte facendo quel percorso al contrario. Camminò fino ai giardini di Porta Venezia e si sedette su una panchina scrostata, quella vicino alla fontanella che perde sempre, lo scatolone accanto a sé, a guardare i bambini che correvano dietro un pallone.

Restò senza lavoro per due mesi e mezzo. Non furono mesi facili: la madre continuava a chiamarla, ogni due o tre giorni, sempre con la stessa domanda — hai trovato niente? — e i 3.100 euro erano scesi a 900 quando finalmente arrivò qualcosa. Più di una notte Marta si era chiesta se non avesse fatto un errore irreparabile, se non fosse semplicemente un'incosciente che a trentadue anni giocava a fare la ribelle. Ma per la prima volta dopo anni dormiva otto ore di fila, e la mattina, invece del citofono, sentiva solo il rumore del caffè che saliva nella moka.

A giugno trovò un posto in una piccola agenzia di comunicazione vicino a Isola: 950 euro al mese, quasi la metà di prima, ma usciva alle sei e non alle otto passate. Il primo giorno, mentre posava una tazza vuota sulla scrivania nuova — una scrivania scheggiata, di seconda mano, con un adesivo staccato a metà lasciato da chissà chi prima di lei — si guardò le mani appoggiate alla tastiera. Non tremavano. Restò lì un secondo di troppo a fissarle, quasi si aspettasse che ricominciassero da un momento all'altro, tanto per farle uno scherzo.

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Non ho un testo sorgente da riscrivere: mi hai incollato solo una domanda generica (“Vi siete mai licenziati perché il lavoro danneggiava la vostra salute mentale?”), senza una vera storia, personaggi, conflitto o svolgimento — non c’è materiale narrativo da cui estrarre la “molla” drammatica.