Quale profumo associate al paese dei vostri nonni?
Io, ogni volta che chiudo gli occhi, sento il rosmarino che cresceva vicino al muretto di pietra a secco, dietro casa di mia nonna Assunta, a Castelvetere, un paesino di quattrocento anime arrampicato sulle colline del Sannio beneventano. E con quel profumo mi torna in mente tutto il resto: il caso dell'oliveto, che per undici anni ha diviso la mia famiglia come un coltello affonda nel pane.
Mi chiamo Rosaria Iannaccone, ho quarantasei anni, faccio la ragioniera a Benevento. Mia nonna è morta a novantadue anni, tre inverni fa, la seconda domenica di febbraio, mentre in televisione davano ancora la replica del Festival di Sanremo che lei guardava sempre con il volume troppo alto perché ci sentiva poco. Ha lasciato l'oliveto di famiglia — quattro ettari, milleduecento piante, alcune vecchie di più di un secolo — a me e a mio cugino Ernesto, in parti uguali. Era scritto nero su bianco dal notaio Petrillo, in paese, sopra la farmacia.
Ernesto è figlio di mio zio Michele, il fratello di mia madre, morto quando lui aveva sei anni. Nonna Assunta lo ha cresciuto quasi come un figlio, gli ha pagato gli studi da geometra a Benevento, gli ha comprato la prima Panda usata quando ha preso la patente. Io questo lo sapevo, e non gliel'ho mai rinfacciato. Quello che non mi aspettavo era che, tre mesi dopo il funerale, si presentasse a casa mia con una cartellina di plastica trasparente sotto il braccio e mi dicesse, seduto al tavolo della cucina, davanti a un caffè che nemmeno ha toccato: "Rosà, io ho bisogno che tu mi ceda la tua metà. Ho un progetto con la ditta di frantoio dei Coletta, voglio ampliare, mettere l'irrigazione a goccia. Tu tanto in campagna non ci vai mai."
Non ci vado mai. Vero. Abito a venti minuti di macchina, ho due figlie adolescenti, un marito che lavora nei turni all'ospedale Fatebenefratelli, e ottocento clienti da seguire come commercialista. Ma quell'oliveto per me non era terra da spremere. Era il posto dove, a sette anni, mia nonna mi insegnava a riconoscere le olive giuste per la raccolta toccandole con le dita, dove il sabato di novembre tutta la famiglia si ritrovava per la molitura e si mangiava la bruschetta con l'olio nuovo ancora caldo dal frantoio, quello che ti brucia un po' in gola. Era mia quanto era sua.
Gli ho detto di no. Con calma, senza alzare la voce. Gli ho detto che potevamo gestirlo insieme, dividerci le spese e il raccolto, magari assumere qualcuno part-time per la manutenzione. Lui si è alzato di scatto, ha detto che "tanto io con la carta bollata ci so fare più di te" e se n'è andato sbattendo la porta a vetri dell'ingresso, quella che mio marito aveva appena sistemato.
Da lì è cominciato l'inferno burocratico. Ernesto ha smesso di rispondere alle chiamate. Ha fatto arrivare, tramite un suo avvocato di Benevento, una proposta di divisione in cui si intestava lui la parte con il pozzo artesiano e l'accesso carrabile, lasciando a me tre ettari senza acqua e raggiungibili solo a piedi da un sentiero che d'inverno diventa un torrente di fango. Ho rifiutato. Lui ha reagito bloccando l'accesso condiviso con una catena e un lucchetto, sostenendo che "quel tratto di strada" era sempre stato suo perché ci passava il trattore di suo padre negli anni Ottanta. Un pomeriggio di aprile mi sono trovata davanti quel lucchetto arrugginito, con le chiavi della mia macchina in mano e le scarpe sporche di terra, senza poter nemmeno controllare le mie piante prima della potatura.
Ho chiamato l'avvocato Sannicandro, quello che aveva già seguito la successione di mio padre anni prima. Mi ha spiegato che, in comunione ereditaria, nessuno dei due poteva impedire all'altro l'accesso al fondo comune, e che la catena era già di per sé un abuso perseguibile. Ma mi ha anche detto una cosa che mi ha gelata: "Se lui continua a comportarsi come proprietario esclusivo, e tu non reagisci sul piano formale, tra qualche anno rischi che l'usucapione giochi contro di te sulla parte che lui sta occupando di fatto." Non era una minaccia campata in aria: significava che, se Ernesto avesse continuato a coltivare, raccogliere e gestire tutto l'oliveto come se fosse solo suo, per un tempo sufficientemente lungo, avrebbe potuto un giorno rivendicarne legalmente la proprietà intera, cancellando il mio diritto sulla carta bollata prima ancora che sulla terra.
Per un anno e mezzo ho pagato di tasca mia un geometra per fare rilievi, ho fatto notificare diffide, sono andata tre volte in tribunale a Benevento per un tentativo di mediazione andato a vuoto perché Ernesto, la seconda volta, non si è nemmeno presentato. Mia madre, che di Ernesto è la zia acquisita, mi diceva sempre: "Lascia perdere, è terra, non vale la pace in famiglia." Ma non era più solo terra. Era il principio che qualcuno potesse prendersi ciò che non gli spettava solo perché urlava più forte e sapeva muoversi meglio tra le carte.
La svolta è arrivata per caso, un pomeriggio di ottobre di due anni fa. Ero andata a Castelvetere per il funerale della vecchia Filomena, la vicina di nonna che mi aveva sempre regalato le castagne del suo albero. Dopo la messa, mi sono fermata al bar della piazza, quello di Peppino, per un caffè prima di ripartire. Al tavolino accanto c'era Vincenzo Coletta, il titolare del frantoio con cui Ernesto voleva fare l'accordo per l'irrigazione. Non sapeva chi fossi — o forse lo sapeva e ha parlato lo stesso, come si fa in paese quando si crede che tanto prima o poi tutto si viene a sapere. Stava raccontando a un amico che l'affare con "quello degli Iannaccone" — cioè Ernesto — non si era mai concluso, perché lui aveva scoperto che il terreno era conteso tra due eredi e non voleva "mettersi in mezzo a una causa". E ha aggiunto una frase che mi si è piantata in testa: "Quello lì sta già raccogliendo pure la parte della cugina, dice che tanto lei non se ne accorge."
Sono tornata a casa, ho chiamato l'avvocato Sannicandro e gli ho chiesto di far partire subito una richiesta formale di rendiconto: volevo sapere, nero su bianco, quante olive erano state raccolte negli ultimi due anni su tutto il fondo, a chi erano state vendute e quanto Ernesto aveva incassato. Lui ha temporeggiato per settimane. Poi, quando ha capito che facevo sul serio e che avevo anche chiesto un accesso ai registri del frantoio consortile dove conferiva l'olio, si è presentato di nuovo a casa mia. Stavolta senza cartellina, con le mani in tasca, e mi ha detto che potevamo "sistemare la cosa in famiglia, senza tirare in ballo gli avvocati".
Gli ho risposto che la famiglia l'aveva già tirata in ballo lui, il giorno in cui aveva messo un lucchetto su una strada che era anche mia. Gli ho detto che non volevo vendetta, ma nemmeno un altro anno di elemosine e di porte sbattute: volevo la divisione catastale reale del fondo, in due lotti equivalenti per superficie, esposizione e accesso, con perizia di un geometra terzo pagato a metà, e la restituzione in denaro della mia quota di raccolto degli ultimi due anni, calcolata sui prezzi di mercato dell'olio extravergine di quegli anni, quantificata dall'avvocato in poco più di seimilaottocento euro.
Ha provato a discutere, ha detto che le spese di manutenzione le aveva sostenute solo lui, che io "tanto i soldi li ho col mio lavoro". Gli ho fatto vedere, sul telefono, la app della mia banca con il conto corrente dedicato che avevo aperto apposta per l'oliveto, dove per un anno e mezzo avevo versato ogni euro speso per l'avvocato, il geometra, le notifiche: millenovecento euro di mie tasche, documentati fino all'ultimo centesimo. Non gli ho urlato contro. Gli ho solo detto che da quel momento in poi ogni euro che sarebbe entrato o uscito da quel fondo sarebbe passato da quel conto, intestato a entrambi, con firma congiunta obbligatoria sopra i duecento euro.
La divisione catastale è stata firmata dal notaio Petrillo — lo stesso studio sopra la farmacia dove nonna aveva fatto testamento — nel maggio successivo. A me è toccata la parte con gli ulivi secolari, quelli che nonna chiamava "i vecchi", e un accesso nuovo, tracciato dal geometra terzo, che passa proprio accanto al muretto di pietra dove cresce il rosmarino. Ernesto ha pagato la sua quota in tre rate, l'ultima delle quali è arrivata a gennaio di quest'anno.
Da allora ci parliamo poco, giusto un saluto a Natale quando ci incrociamo davanti alla chiesa di Castelvetere. Non è la riconciliazione che avrei voluto. Ma quest'autunno, alla prima molitura sul mio pezzo di terra diviso davvero, ho portato le mie figlie a raccogliere le olive dai rami bassi, come faceva nonna con me, e quando siamo passate vicino al muretto una di loro si è chinata a strofinare le dita sul rosmarino, senza che le avessi detto niente, solo perché quel profumo, in mezzo a tutto il resto, le era rimasto addosso da quando era piccola.







