Marta aveva ventisei anni e una data cerchiata in rosso sul calendario appeso in cucina: il 14 giugno, il matrimonio con Davide. Sua madre Ornella, quel sabato mattina, entrò senza bussare con due tazzine di caffè e la faccia di chi ha già deciso di litigare.
«A ventisei anni io avevo già te e tua sorella» disse, posando le tazzine sul tavolo con un colpo secco. «Voi aspettate, aspettate, e poi vi ritrovate a quarant'anni a fare la fecondazione assistita a Bologna, con le liste d'attesa e i soldi buttati.»
Marta non alzò gli occhi dal telefono, dove stava rispondendo a un post su un gruppo Facebook di "Mamme e futuri sposi Emilia-Romagna": qualcuno aveva chiesto qual è l'età giusta per farsi una famiglia, e i commenti erano già duecentoquaranta, metà a favore dei matrimoni giovani, metà contro.
«Mamma, io e Davide ci sposiamo perché vogliamo sposarci, non per fare figli subito. Lui deve ancora finire il tirocinio in ospedale, io sto aspettando la stabilizzazione a scuola.»
«E nel frattempo pagate l'affitto di quel buco a Casalecchio invece di comprare casa. Tuo padre a ventotto anni aveva già il mutuo acceso.»
Fu in quel momento che il telefono di Marta vibrò con una chiamata, non un messaggio. Davide. Lei rispose mettendo in vivavoce per errore, e la voce di lui riempì la cucina prima che potesse fermarla.
«Marta, devo dirti una cosa prima che arrivi tua madre stasera per la cena. Il tirocinio a Bologna non lo confermano. Mi hanno offerto il posto a Torino, ma parte a settembre. Tra tre settimane.»
Ornella posò la tazzina. Marta si alzò, portò il telefono fuori dal vivavoce, ma ormai sua madre aveva sentito tutto.
«Tre settimane e lui parte per Torino» disse Ornella, non come domanda.
Marta finì la telefonata in fretta, promettendo a Davide di richiamarlo, e si girò verso la madre con le mani ancora strette intorno al telefono, come se potesse tenerci dentro anche la conversazione appena finita.
«Non cambia niente. Ci sposiamo lo stesso il 14 giugno, poi lui va a Torino e io lo raggiungo a fine anno scolastico, quando ho la stabilizzazione.»
«Sei mesi da sposata e sola? Marta, io a quell'età non avrei retto una settimana senza tuo padre.»
«Tu non sei me.»
Il silenzio che seguì non fu vuoto: Marta prese la sua tazzina, la svuotò in un sorso, e cominciò a caricare la lavastoviglie con gesti troppo precisi, allineando i piatti come se ogni oggetto al posto giusto potesse rimettere ordine anche nella testa.
Ornella la guardò muoversi per un minuto buono, poi tirò fuori dalla borsa una busta gialla, di quelle da corriere, e la mise sul tavolo.
«Cos'è?»
«Aprila.»
Dentro c'erano i documenti di una proprietà: un piccolo appartamento a Torino, quartiere San Salvario, quarantacinque metri quadri, intestato a nome di Marta.
«L'ho comprato tre mesi fa» disse Ornella, con la voce che tremava appena, cosa che Marta non le aveva mai sentito fare. «Quando Davide ha fatto il primo colloquio a Torino, ho pensato: se va lì, lei non deve stare sei mesi in un buco in affitto da sola, aspettando. I risparmi di vent'anni di lavoro alla Barilla, più quello che mi ha lasciato tuo padre. Non t'ho detto niente perché volevo essere sicura che il posto si sbloccasse davvero.»
Marta si sedette, i documenti tra le mani, e per un momento non disse nulla: contò le pagine, contò le firme, come se i numeri potessero spiegarle qualcosa che le parole non riuscivano a dire.
«Mamma, tu mi hai rotto le scatole per due anni dicendo che aspettiamo troppo, che dobbiamo affrettarci, che a quarant'anni sarà tardi. E intanto compravi casa a Torino.»
«Perché ho paura per te, non perché ho ragione io» disse Ornella. «Ho paura che aspetti il momento perfetto e il momento perfetto non arrivi mai. Ma ho anche capito che il mio modo di avere paura non è il tuo. Tu e Davide fate come volete, i tempi sono i vostri. Io volevo solo che, qualunque cosa decideste, non doveste combattere anche con l'affitto.»
Marta si alzò e abbracciò sua madre stretta, la busta gialla ancora incastrata tra i loro corpi, gli angoli di carta che si piegavano contro le costole di entrambe.
«Il 14 giugno ci sposiamo comunque qui, a Casalecchio, con tutti» disse Marta contro la spalla di sua madre. «E poi io e Davide andiamo a vivere a San Salvario, in una casa che è già nostra.»
Ornella annuì, e questa volta Marta non contò le rughe intorno ai suoi occhi né cercò segni di sconfitta: prese la busta gialla, la aprì di nuovo, e insieme, madre e figlia, cominciarono a leggere ad alta voce, riga per riga, i documenti di una casa a duecentottanta chilometri di distanza che improvvisamente sembrava molto più vicina.







