Il forno si spense alle 18:47, un venerdì di ottobre, e con esso si spense anche l'ultima scusa di Marisa Contarini per non dirlo a suo figlio.
«Chiudo io, vai pure» disse alla commessa, girando la chiave nella saracinesca della paninoteca. Da diciannove anni quel locale sfornava panini — 3,50 euro, 4 con l'aggiunta di provola — e patatine a due euro il cono, a due passi dal cancello della scuola media "Dante Alighieri", a Padova. Da diciannove anni il profumo dell'olio di semi, quello buono, non il primo prezzo, accoglieva i ragazzini all'uscita. E da diciannove anni quel profumo aveva pagato l'affitto, le bollette, il dentista, e gli studi di medicina di suo figlio Enrico — seimila euro l'anno di tasse, se la memoria non le faceva scherzi, e la memoria per i conti non gliene faceva mai.
Ora un'ordinanza comunale, approvata due giorni prima, vietava la vendita di cibo da asporto ad alto contenuto calorico entro duecento metri da scuole e asili. La paninoteca di Marisa era a centottantatré metri. Diciassette metri. Aveva fatto misurare da un geometra, pagandolo di tasca sua, sessanta euro, per sentirsi dire che aveva ragione e che non serviva a niente lo stesso.
Enrico, trentadue anni, medico pediatra all'ospedale di Padova, aveva votato — lei lo sapeva — a favore di quella proposta nel referendum consultivo cittadino. Non gliel'aveva mai detto in faccia. Ma Marisa aveva visto il suo nome nell'elenco dei firmatari della petizione, pubblicato sul sito del Comune, tra un consigliere e un pediatra di quartiere. C'era scritto: "Dott. Enrico Contarini". Lei l'aveva letto tre volte, come se al quarto tentativo potesse sparire.
Quella sera lo chiamò.
«Hai firmato tu» disse, senza saluti, appena lui rispose.
Un rumore di posate dall'altra parte, poi niente. «Mamma, di cosa parli?»
«La petizione. Per chiudere le paninoteche vicino alle scuole. C'è il tuo nome, Enrico, mica quello di un omonimo.»
Un respiro lungo, quello che faceva da bambino prima di confessare un'insufficienza in matematica. «Sì. L'ho firmata.»
Marisa si sedette sullo sgabello dietro al bancone, quello con la gamba corta che teneva su da anni con un pezzo di cartone del Conad piegato in quattro. «Sai quanti panini ho venduto per pagarti il liceo? L'università? Te lo dico io: non li ho mai contati, perché se li contavo mi veniva da piangere.»
«Lo so, mamma. Ma io lavoro in pediatria. Vedo bambini di dieci anni con la pressione da adulto obeso. Vedo genitori che non sanno più cosa dargli da mangiare perché fuori da scuola c'è solo il tuo negozio e quello dei fratelli Bortolan.»
«Il mio negozio ti ha cresciuto, e mica mi pare che tu sia venuto male.»
«Il tuo negozio ha cresciuto anche altri. E adesso quegli altri arrivano da me con il diabete a quattordici anni, mamma. Che dovevo fare, restare zitto?»
Marisa non rispose subito. Fuori, in strada, un gruppo di ragazzini passava ridendo, gli zaini pieni di libri per l'indomani. Uno si fermò davanti alla saracinesca abbassata, ci provò a tirarla su come se fosse uno scherzo, poi se ne andò scuotendo la testa.
«Va bene» disse solo lei, e chiuse la chiamata senza salutare.
Non si sentirono per tre settimane. Marisa presentò ricorso al TAR — l'avvocato le chiese millecinquecento euro di anticipo, e lei glieli diede in contanti, dal cassetto sotto la cassa. Si mise a cercare articoli di giornale che criticassero l'ordinanza. Ne trovò diversi: c'era chi parlava di eccesso di paternalismo, chi difendeva la libertà d'impresa, chi citava dati opposti a quelli del Comune. Li stampò tutti al bar all'angolo, dieci centesimi a foglio, e li appese dietro il bancone con lo scotch, uno sopra l'altro, come santini.
Poi arrivò la telefonata che cambiò tutto.
Era la vigilia di Natale, le nove di sera. Enrico chiamò, la voce diversa, impastata di stanchezza. «Mamma… senti. Devo dirti una cosa.»
«Cosa è successo?»
«Ero di turno oggi. È arrivata una bambina. Nove anni. Arresto cardiaco, un'aritmia legata… insomma, era sovrappeso, grave. Ce l'ha fatta, per fortuna, però ci abbiamo messo — non lo so, ci è sembrato un secolo. E poi ho guardato la cartella. Abitava qui vicino. Ci andava tutti i pomeriggi, da sola, perché i genitori lavorano fino a tardi e…»
Si fermò a metà frase. Marisa sentì il respiro di lui, corto, dall'altra parte del telefono.
«Non ricordo nessuna bambina, Enrico. Ne passano centinaia, ogni settimana.»
«Lo so che non puoi ricordarla. Non è colpa tua, non ti sto dicendo questo.»
«Allora cosa mi stai dicendo?»
Un silenzio. Poi, piano: «Non lo so nemmeno io, mamma. Volevo solo che tu lo sapessi. Che sapessi perché ho firmato.»
Marisa restò con il telefono in mano un pezzo, dopo che la chiamata finì. Guardò gli articoli appesi al muro, ingialliti già dopo tre settimane per l'umidità del retrobottega. Guardò il bancone consumato, la foto di Enrico laureato appesa vicino alla cassa da otto anni, con la cornice un po' storta che non aveva mai raddrizzato.
Il ricorso al TAR fu respinto a gennaio. Le spese legali, altre novecento euro. L'ordinanza restò in vigore. Marisa chiuse la paninoteca due mesi dopo — non per la legge, disse a chi le chiedeva, ma perché "era ora, sono vent'anni che sto in piedi undici ore al giorno". In realtà i conti non tornavano più: senza i ragazzini della Dante Alighieri il fatturato era crollato di più della metà, e l'affitto no, quello non era crollato per niente.
Riaprì a maggio, in un altro quartiere, vicino al mercato di via Chiesanuova, lontano da scuole e asili. Fece trasportare lo stesso bancone, gamba corta e cartone compresi — il trasportatore le chiese perché non ne comprasse uno nuovo, e lei non rispose. Stessi panini, stesso olio, stesse patatine a due euro. Ma aggiunse anche insalatone e macedonie al menu scritto a pennarello sulla lavagna. «Per chi le vuole» disse alla prima cliente che gliele chiese, sorpresa di vederle lì.
Enrico venne all'inaugurazione. Portò dei fiori — economici, da fioraio ambulante, e lei glielo fece notare — e si sedette al bancone, come faceva da ragazzino aspettando che la madre finisse il turno.
«Ti sei mai chiesta se ho fatto bene?» le chiese, mentre lei gli preparava un panino come una volta.
Marisa non rispose subito. Tagliò il pane, stese la maionese con il coltello che usava da vent'anni, quello con il manico consumato che andava tenuto storto per non farlo scivolare. Poi si chinò sotto il bancone, tirò fuori il pezzo di cartone del vecchio negozio — l'aveva tenuto, chissà perché — e lo infilò di nuovo sotto la gamba corta dello sgabello, sistemandolo con un colpetto del piede.
«La maionese la sto comprando più cara, ora» disse solo, senza guardarlo. «Quattro euro in più a barattolo, roba da matti.»
Gli porse il panino. Enrico lo prese, ne diede un morso, e restò lì, seduto sullo sgabello sbilenco, senza dire più niente per un pezzo — e a Marisa, mentre lo guardava masticare in silenzio, parve per un attimo di avere di nuovo un bambino di dieci anni davanti, con le gambe che non toccavano terra.







