A Lucca, in un appartamento sopra una tabaccheria di via del Fosso, Adriana Bellandi ha passato quarantasei anni a fianco di suo marito Ferruccio. Un matrimonio lungo, di quelli che i vicini indicano come esempio. Ogni mattina lui usciva sul pianerottolo con la moka ancora calda in mano e diceva alla signora del piano di sotto: «Mia moglie è un tesoro, sa. Non trovi più donne così.» Lei sorrideva, restava sulla porta con le pantofole di lana e pensava: che fortuna, la Adriana.
Nessuno sapeva quello che succedeva dentro casa.
Due anni fa Adriana è stata operata alla cistifellea, in day hospital al San Luca. Otto giorni di convalescenza, niente sforzi, niente stare in piedi più di venti minuti — così aveva scritto il chirurgo sulla lettera di dimissione, e lei l'aveva pure attaccata con una calamita al frigo, proprio dove Ferruccio guardava ogni sera prima di aprirlo.
Il primo giorno lui le ha scaldato una minestra pronta. Il secondo giorno le ha chiesto, dalla poltrona, senza staccare gli occhi dal telegiornale delle otto: «Ma quando ricominci a cucinare come si deve?» Lei gli ha detto che le faceva ancora male il fianco, che stare in piedi davanti ai fornelli le tirava i punti. Lui ha sospirato, ha spento il volume per un secondo. «Mica posso mangiare panini per una settimana intera.»
È stata la vicina, la signora Franca del terzo piano, a portarle il minestrone due volte alla settimana, a comprarle il pane, una volta persino a lavarle il pavimento della cucina con lo scopino che teneva sotto il lavello. Ferruccio mangiava quello che portava Franca, ringraziava con un cenno, e non ha mai chiesto come si accende il fornello a induzione che lui stesso aveva voluto comprare l'anno prima.
Una sera la febbre le è salita a 38 e mezzo. Adriana era a letto, ha chiamato piano: «Ferru, mi porti un bicchiere d'acqua?» E lui, dal salotto, con la voce di chi sta seguendo un servizio importante: «Aspetta che finisce il TG.»
Lì, in quel momento preciso, con la gola secca e le lenzuola che sapevano ancora di ospedale, Adriana ha capito una cosa che in quarantasei anni non si era mai permessa di pensare fino in fondo: quell'uomo sapeva lodarla benissimo davanti agli altri, ma non sapeva prendersi cura di lei quando erano soli.
Da lì in poi ha cominciato a notare. Se aveva mal di testa, lui chiedeva se comunque ci sarebbe stata la cena. Se usciva con un'amica per un caffè, lui la chiamava perché non trovava il pane. Se gli chiedeva una mano con le buste della spesa, gli veniva sempre mal di schiena proprio in quel momento.
Per il loro anniversario di matrimonio i figli hanno prenotato un ristorante di pesce sulle mura, quello con la terrazza che dà sui bastioni. C'erano solo i più stretti: il figlio Marco con la moglie, la figlia Sara, i due nipoti che litigavano per l'ultimo panino al burro nel cestino del pane. Hanno mangiato spaghetti alle vongole, guardato foto vecchie del loro primo appartamento in via Fillungo, quello con la cucina piccola come un ripostiglio.
A un certo punto Ferruccio si è alzato con il calice in mano. «Adriana è stata il mio sostegno per tutta la vita. Anche quando stava male, pensava sempre prima alla famiglia.»
Quelle parole le sono cadute addosso come un secchio d'acqua fredda. Il suo dolore, trasformato in una bella storiella da raccontare al ristorante.
Sara le ha chiesto se voleva dire qualcosa anche lei. «Sì, voglio.»
Si è alzata, ha posato il tovagliolo piegato accanto al piatto — un gesto piccolo, ma preciso, come chi mette ordine prima di parlare. Ha guardato Ferruccio.
«Quando stavo male tu non mi hai mai chiesto se avevo dolore. Mi hai chiesto quando avrei ricucinato. Quando la vicina ci portava da mangiare, a te non è mai venuto in mente di occuparti tu della casa. Quindi ti chiedo di non chiamare sacrificio quello che per me è stata sofferenza.»
Ferruccio è diventato rosso. «E perché bisogna sempre tirare fuori le cose vecchie?»
«Perché per te sono vecchie. Per me fanno ancora male adesso.»
Sara si è messa a piangere, ha detto di non aver mai saputo quanto fosse stato duro per la madre dopo l'operazione. Marco è rimasto zitto, poi più tardi ha ammesso di averla sempre considerata forte, e per questo di non averle mai chiesto se avesse bisogno di aiuto.
Tornati a casa, quella sera, non si sono detti quasi nulla. La mattina dopo Ferruccio si è seduto in cucina e ha aspettato la colazione, come sempre. Adriana si è preparata il caffè — solo per sé, una tazzina, la moka piccola.
«E il mio?»
«Il caffè è nella credenza. Le tazze sono dove sono sempre state.»
Lui ha sbattuto un'anta, ha borbottato qualcosa sul fatto che a sessantotto anni non doveva imparare a farsi un caffè da solo, ma alla fine se l'è fatto.
Da quel giorno Adriana ha smesso di servirlo e ha cominciato a parlare. Quando stava male non cucinava più la cena. Quando usciva non lasciava tre pentole pronte sul fuoco basso come faceva prima. Ferruccio è cambiato, ma piano. Una volta, con lei a letto per l'emicrania, si è preparato da solo una minestra di verdure surgelate. Era troppo salata. Lei l'ha mangiata tutta comunque.
«Almeno ci ho provato», ha detto lui, quasi sottovoce, come se gli costasse.
«Questo aspettavo da anni.»
Ma Adriana non si è fermata lì. Il giorno dopo ha preso l'appuntamento dal notaio in piazza San Michele, quello che aveva seguito la successione di sua sorella l'anno prima. Ha portato con sé l'estratto conto del deposito titoli intestato a lei sola — ventiduemila euro, i risparmi accumulati in trent'anni di lavoro come impiegata alle Poste, mai toccati, mai messi a nome comune. Voleva un testamento chiaro: quella somma andava divisa tra Marco e Sara, non entrava nella comunione dei beni con Ferruccio.
Non l'ha fatto per rabbia. L'ha fatto perché per quarantasei anni aveva pensato che tenere tutto insieme, i conti, la casa, le decisioni, fosse amore. Adesso sapeva che era solo abitudine, la sua.
Quando è tornata a casa con la busta del notaio ancora in mano, Ferruccio l'ha vista entrare e ha chiesto cosa fosse. Lei ha appoggiato la busta sul tavolo della cucina, accanto alla moka ancora tiepida.
«Sono cose mie, Ferru. D'ora in poi anche quelle restano mie.»
Lui non ha detto niente. Ha guardato la busta, poi lei, poi di nuovo la busta. Fuori, in strada, la campana di San Michele suonava le sei.







