Era ferma sulla soglia con il rossetto ancora fresco e il vestito rosso che non le vedevo addosso da anni, io con Nico in braccio e Sofia aggrappata ai miei pantaloni, davanti alla sua porta di Verona, un giovedì di ottobre alle sette di sera, con l'odore di ragù che usciva dall'appartamento del vicino del piano di sotto.
— Mamma, ti chiedo solo un giorno — le ho detto.
— No, Elena. Tu non chiedi un giorno. Chiedi il prossimo. E quello dopo ancora.
— Adesso me lo rinfacci?
— Non te lo rinfaccio. Ti ricordo un confine.
Mia madre Carla ha sessantotto anni, ha lavorato trentacinque anni alle poste di Porta Nuova, e fino all'anno scorso era la donna più prevedibile che conoscessi. Dopo la morte di mio padre è rimasta chiusa in casa per due anni, con la televisione accesa sempre sullo stesso canale e il balcone pieno di gerani secchi che non aveva il coraggio di buttare. Andavo a trovarla il sabato, le facevo la spesa, le dicevo di iscriversi al centro anziani di via Mameli.
Poi qualcosa in lei si è sbloccato. Prima il corso di ballo latino-americano al centro sociale. Poi il cinema il martedì pomeriggio con le amiche, biglietto ridotto a cinque euro. Poi Renato.
Renato ha settantuno anni, i capelli bianchi tagliati corti, una Panda azzurra e l'abitudine di portarle tulipani senza che fosse il suo compleanno. L'ho detestato prima ancora di conoscerlo bene, perché da quando c'era lui, mia madre aveva imparato a dire di no.
— Mamma, puoi andare a prendere Sofia all'asilo?
— Mamma, Nico ha la febbre. Puoi tenerlo domani?
— Preferisci davvero un appuntamento ai tuoi nipoti? — le ho chiesto, sentendo la voce spezzarsi.
— Sto usando i bambini? Sei tu che li tieni a distanza per fartelo dire da sola.
Sofia si è nascosta dietro la mia gamba. Ha sei anni e capisce più di quanto vorrei. Nico scottava tra le mie braccia. Mia madre ha allungato la mano verso di lui, e io, senza pensarci, mi sono tirata indietro.
— Elena, oggi non posso — ha detto, più piano. — Ma domattina vengo due ore, prima che tu vada al lavoro. Poi ho la visita dal cardiologo.
— Due ore? Mamma, cosa me ne faccio di due ore?
— Parla con Marco. È il padre dei bambini.
Appena l'ho detto, mi sono vergognata. Perché era esattamente così che funzionava casa nostra. Marco aveva riunioni importanti, stanchezze importanti, il diritto sacro al suo weekend. Io avevo il lavoro all'ospedale di Borgo Trento, la casa, i pranzi, le riunioni scolastiche, le febbri, il bucato e il numero di mia madre sempre pronto nei preferiti.
— Mamma, non ce la faccio più — le ho detto alla fine, con la voce che mi tremava.
Per un attimo ho pensato che si sarebbe tolta gli orecchini, avrebbe cancellato l'appuntamento, avrebbe detto: va bene, tesoro, resto io. Invece mi ha solo toccato il braccio.
— Se ti salvo ogni volta, non vedrai mai che stai affogando, ma non per colpa mia.
Sono tornata a casa in macchina con le mani strette sul volante, gli occhi che bruciavano. Sofia zitta sul sedile posteriore, Nico addormentato con la guancia contro il peluche, ancora caldo di febbre. Marco, sul divano, non ha alzato gli occhi dal telefono.
— Allora? Tua madre resta con il piccolo?
Era la stessa frase di prima, detta con un'altra voce. Lo stesso disprezzo che io stessa avevo appena portato sulla porta di mia madre. Come se dopo i sessant'anni una persona perdesse il diritto a un calendario tutto suo.
— Tua madre esagera, sinceramente. Alla sua età.
Un'ora prima gli avrei dato ragione. Ma qualcosa, in quel momento, mi si è rivoltato nello stomaco.
Non ero l'unica a considerare il tempo di mia madre meno importante del mio. Marco non aveva neanche chiesto se poteva restare lui, a casa, con il figlio malato. Aveva dato per scontato che il problema fosse la nonna che non voleva rinunciare a una serata per sé.
— Domani resti tu con Nico — gli ho detto.
Mi ha guardata come se avessi parlato in un'altra lingua. È stata la prima lite, da anni, che non riguardava mia madre ma la verità: che ero esausta, che dal giorno in cui era nata Sofia avevo rinunciato a metà di me stessa, e lui continuava a pensare di "aiutare" perché una volta a settimana portava fuori la spazzatura.
Il mattino dopo Nico aveva ancora la febbre. Marco, dopo una lite lunghissima, è rimasto a casa. Io sono andata al lavoro con un misto di senso di colpa e sollievo che non sapevo come chiamare.
Per giorni con mia madre ci siamo scambiate solo messaggi brevi: "Come sta Nico?", "La febbre è scesa?", "Giovedì posso venire due ore". Rispondevo con una parola sola.
Un pomeriggio sono andata da lei senza avvisare. Ad aprirmi è stato Renato, in maglione grigio, occhiali sul naso, uno strofinaccio in mano.
— Buongiorno, signora Elena. La mamma è in cucina.
Non "quella figlia che chiede sempre qualcosa". Solo: la mamma è in cucina.
L'ho trovata seduta al tavolo a smistare fotografie. Vecchi album aperti tutt'intorno. In una era giovane, incinta di me. In un'altra mi teneva in braccio davanti al palazzo di via San Zeno. In un'altra ancora, con le buste della spesa e mio fratello aggrappato alla gonna.
Non avevo mai guardato quelle foto con attenzione. Quel giorno ho notato che in ogni scatto teneva sempre qualcosa in mano — un bambino, una borsa, una pentola, un giaccone di qualcuno. Mai le mani vuote.
— Sto mettendo ordine nella mia vita — mi ha detto.
— Davvero non potevi restare con Nico, quel giorno?
Ha preso in mano una foto: io neonata, e accanto mio padre in giacca e cravatta, in uscita per andare al lavoro.
— Quando eri piccola, tuo padre non c'era quasi mai. Lavorava, si riposava dal lavoro, aveva le sue cose. Io avevo i figli, la casa, e sua madre che diceva che una buona moglie non si lamenta. Poi si è ammalata tua nonna: me ne sono occupata cinque anni. Poi si è ammalato tuo padre. Poi tu hai avuto Sofia e hai cominciato a chiamarmi.
— Non te lo dico per ferirti. Te lo dico perché tu veda, finalmente, che io per quarant'anni sono stata per qualcun altro. Per un marito, per dei figli, per una suocera, per dei nipoti. E adesso che qualcuno mi ha chiesto per la prima volta cosa mi va di fare, mia figlia mi dice che dovrei restare a casa con un nipote febbricitante perché sono in pensione.
— Lo so. Ma approfittarsi di qualcuno non parte sempre da cattive intenzioni. A volte parte solo dal pensiero: tanto la mamma c'è.
— Ho davvero bisogno di aiuto — ho detto piano.
Mia madre ha allungato la mano sul tavolo e ha stretto la mia.
— Allora dillo a Marco. Dillo forte. Non coprire la sua assenza con la mia pensione.
Le settimane successive, in casa, sono state difficili. Marco non è cambiato di colpo. Si offendeva quando gli dicevo di andare lui a prendere i bambini. Alzava gli occhi al cielo quando gli chiedevo un giorno di permesso per una malattia. Diceva che mia madre mi aveva "montato la testa".
— Adesso tua madre ha gli appuntamenti e noi dobbiamo soffrire? — mi ha chiesto una sera.
— No. Noi dobbiamo fare i genitori dei nostri figli — ho risposto.
Ho iniziato a costruire un calendario non con mia madre, ma con mio marito. Non chiedevo: stabilivo. Lunedì lui. Martedì io. Mercoledì la babysitter, tre ore, ventidue euro. Giovedì mia madre, solo se e quando voleva lei. Non perché doveva.
Veniva il venerdì, faceva la torta di mele con Sofia, leggeva le favole a Nico, qualche volta li portava al parco delle Mura. Non ci puliva la casa. Non restava dalla mattina alla sera. Non era più la madre di riserva per ogni emergenza.
— Oggi no, tesoro. La nonna ha i suoi programmi.
Pensavo si sarebbe vergognata a dirlo. Invece sorrideva in un modo che non le vedevo da anni.
Il momento più duro, però, è arrivato dopo, con Marco.
— Secondo te la colpa è mia?
— Secondo me per anni ti è comodo che mia madre tappasse ogni buco della nostra famiglia.
Dopo qualche mese siamo andati in terapia di coppia, in uno studio vicino a Porta Vittoria. Non perché fossimo diventati improvvisamente saggi, ma perché eravamo a un passo dal separarci.
Lei non mi ha mai detto "te l'avevo detto". Nemmeno una volta.
Una domenica di marzo l'ho vista con Renato ai Giardini Pradaval. Camminavano piano, sottobraccio. Lei aveva un cappotto chiaro e rideva di qualcosa che lui le aveva detto.
Le sono andata incontro sul vialetto.
— Scusa per aver pensato che la tua pensione appartenesse a me e ai bambini.
— Io avevo solo paura di non farcela da sola — le ho detto.
— Lo so. Anch'io ho avuto paura, una volta. E nessuno è venuto a farlo al posto mio.
La chiamo e le chiedo, adesso, non do più per scontato. Se dice di no, chiamo Marco, la babysitter, un'amica. Sposto qualcosa.
Il giovedì scorso è tornata a suonare alla mia porta, ma non per prendere i bambini: per portarli lei fuori, un'ora prima del solito, un vassoio di crêpe ancora tiepide in mano.
— Renato dice che sono più buone calde. E stasera io e lui usciamo, quindi ve le porto subito.
Indossava il vestito rosso. Sofia ha corso a toccarne la stoffa lucida, Nico ha allungato un dito verso una crêpe. Dal corridoio è arrivato Renato con la Panda parcheggiata in doppia fila, i tulipani già sul sedile del passeggero.
— Andiamo, Carla, o perdiamo il tavolo.
Mia madre si è chinata a baciare i bambini, ha sistemato il colletto del vestito con due dita, e sulla porta si è voltata un attimo.
— Domenica vi porto ai Giardini. Ma oggi no: oggi ho un appuntamento.
L'ho salutata dalla finestra con Sofia e Nico, mentre la Panda azzurra si allontanava lungo la strada, i tulipani che sbucavano dal finestrino come una bandiera.







