Mio figlio mi ha messo davanti alla realtà sei mesi fa, quando al funerale di mio padre ho visto che non reggeva più la solitudine. Mia madre ha ottantatré anni. Viveva da sola in una casa in pietra a Gressan, con la stufa a pellet e il gatto che si fermava sulla panca davanti all'aia. Da quando il paese è mezzo vuoto d'inverno, le notti le facevano paura. Così l'ho portata a casa mia, ad Aosta. Una palazzina anni Settanta in via Torino, sopra la panetteria. Domenica alle sette e mezza il profumo delle michette sale dal cortile e non serve la sveglia.
Mia moglie Alessandra all'inizio non aveva detto niente. Stava in camera sua, con la porta chiusa e il televisore acceso su Rai3. Però già dopo dieci giorni ho capito che qualcosa si rompeva. Non mi ha mai detto una parola cattiva. Ha smesso di parlarle, e basta. Le posava il piatto sul tavolino del soggiorno e tornava in cucina. Se mia madre le chiedeva qualcosa, lei rispondeva con un "mh". Non era silenzio. Era un muro.
Un giovedì sera, mentre sparecchiavo, Alessandra mi ha fermato nel corridoio. Aveva il grembiule ancora legato in vita.
— Bruno. Io non ce la faccio.
— Con cosa.
— Con lei. Non dormo più. La sento muoversi. La sento spingere la sedia. E poi l'odore. Non è cattiva, per carità. Ma sono a casa mia e mi sembra di stare in una RSA.
— Cosa vorresti fare.
— Riportala lassù. A Gressan.
— Non sta più in piedi da sola.
— Non sta in piedi nemmeno qui. E io sto peggio di lei.
Non ho risposto. Sono andato sul balcone, ho appoggiato i gomiti alla ringhiera e ho guardato le macchine in piazza Chanoux. Un vecchio con il cane si fermava ogni tre metri. Il cane era un pointer, si ostinava ad annusare la cunetta. Mi veniva da ridere, e invece avevo le guance calde.
Il giorno dopo mia madre è scivolata in bagno. Per fortuna si è appoggiata al lavandino, ma il colpo alla gamba le ha lasciato un livido largo come un piatto. Alessandra non c'era. Quando è tornata, ha visto il collutorio per terra e il tappetino piegato. Ha sospirato forte, con quel suo modo di buttare fuori l'aria dal naso. Poi ha detto solo:
— Lo vedi che non è il posto giusto.
E io ancora una volta non ho saputo risponderle.
A metà novembre la frittata si è rotta. Alessandra non mangiava più in sala. Si portava il piatto in camera e lo appoggiava sul letto. Una volta ho trovato una forchetta con l'uovo secco sotto il comodino. L'ho lasciata lì. Non era dispetto. Era che non capivo più come si parlava in quella casa.
Poi è arrivata la sera in cui mia madre ha capito tutto da sola. Io ero in corridoio, riattaccavo il telefono con il geometra, e ho sentito il colpo di un cassetto. Non il suo. Il mio.
Mi sono girato. Lei era in piedi davanti alla finestra del soggiorno. Aveva un vestito marrone, quello della domenica, e ai piedi certe scarpe di cuoio consumate che usa solo per uscire. Accanto alla porta, una valigia. Quella di cartone rigido che non apriva da quando era morto papà.
— Mamma. Che fai con la valigia.
— Bruno, portami alla casa di riposo.
— Quale casa di riposo.
— Quella giù al quartiere Cogne. Ho chiesto. C'è posto. Trecento euro al mese. La pensione mi basta.
— Ma stai dicendo sul serio.
— Sì.
— Perché.
Mi ha stretto la manica del cappotto. La sua mano era fredda, con le nocche grosse e le vene scure.
— Perché non voglio che litigherete più. La sento, la notte, che piange. E io da sola ci ho vissuto sette inverni a Gressan. Posso anche morire in una stanza singola.
Non ho pianto. Le vecchie non piangono davanti ai figli. Si è seduta sulla sedia, ha tolto il fazzoletto dalla tasca e l'ha tenuto in mano, senza aprirlo. Sul balcone, il gatto del vicino del terzo piano si stirò e saltò sulla ringhiera. Ricordo che pensai: ecco, quello sta andando a mangiare. E io non so nemmeno se mia madre ha cenato.
Quella notte sono rimasto in cucina fino all'una. Sul tavolo c'era ancora la tazza del caffè di Alessandra, con il fondo scuro e un cucchiaino dentro. Ho preso il cucchiaino, l'ho sciacquato, l'ho riposto. Poi ho aperto il telefono e ho cercato il numero di un notaio.
Perché in quei sei mesi avevo capito una cosa. Non era mia moglie il problema. Non era mia madre. Era la casa. La casa era solo mia? No. La casa era intestata a entrambi. Ma la casa di Gressan era della famiglia. E Alessandra non l'aveva mai voluta. Diceva che era una zavorra, che andava venduta prima che cadesse il tetto.
Il mattino dopo ho accompagnato Alessandra a Lavazé? No. Sono andato da solo, in via Jean-Baptiste de Tillier, dal notaio. Ho fatto registrare una dichiarazione. Una parte della casa di Gressan — la metà delle quote che erano di famiglia — diventava di mia madre. Non una donazione simbolica. Un atto vero. Trenta per cento della proprietà.
Il problema è che andava comunicato anche ad Alessandra, perché su quella casa c'era una rinuncia mai firmata. Così, venerdì mattina, ho posato i documenti sul tavolo. Lei era in piedi davanti al lavello, con le mani nell'acqua e la schiena dritta.
— Alessandra.
— Dimmi.
— Ho intestato parte della casa di Gressan a mia madre.
Lei si è girata. Con le mani gocciolanti ha afferrato il bordo del lavandino. L'acqua scendeva e riempiva il piatto sotto lo scolapiatti.
— Cosa hai fatto.
— Quello che andava fatto. Così non deve chiedere un posto in RSA. Così ha una casa sua. E se tu non vuoi stare con lei, la cura li la fai.
— Sei impazzito.
— No.
Ha stretto le labbra. Ha preso gli asciugamani piegati e li ha buttati sul tavolo, uno sopra l'altro.
— Questo vuol dire che la paghi tu, la ristrutturazione. Io non metto un euro.
— Non serve. Il tetto lo sistemo io. Ci vogliono sedici mesi di lavoro, ma lo faccio.
— Sei un egoista.
— Forse.
Mi ha guardato come si guarda uno che non si riconosce. Poi ha fatto una cosa che non dimenticherò: ha aperto il frigo, ha preso il barattolo di confettura di fichi che le aveva portato mia madre a novembre, e l'ha posato accanto ai fogli, senza dire niente. Quello era il suo commento.
Sabato mattina, ho caricato la valigia in macchina. Mia madre stava sul sedile accanto a me, con il cappotto marrone e il fazzoletto in mano. Non le avevo detto del notaio. L'ho fatto dopo, a Gressan, seduti in cucina, con la stufa che si scaldava.
— Mamma. Tu non vai in nessuna casa di riposo.
— Bruno, ascolta…
— La casa adesso è tua per un terzo. Ho firmato ieri. C'è il tuo nome sull'atto. Vale anche se Alessandra si mette di traverso.
È rimasta con il foglio in mano. Non per leggere. Non aveva gli occhiali. Però lo teneva stretto, come si tiene un biglietto del treno quando non si sa più quale binario è quello giusto.
— E quando morirò.
— Allora sarai morta. E avrai avuto una casa tua fino all'ultimo giorno.
Il gatto del vicino entrò dalla porta lasciata socchiusa. Andò dritto alla stufa e si accovacciò davanti alla cenere. Mia madre lo guardò e gli parlò in patois, come faceva sempre con gli animali.
Alessandra mi ha chiamato la sera. Non per litigare. Mi ha detto solo: "La porta di casa è aperta, ma i fogli sono sopra il comodino tuo." Ho capito. Non era una resa. Era una resa dei conti fredda. Lei aspettava che io tornassi ad Aosta e che le spiegassi come si vive in due a Gressan mentre lei resta in via Torino con il mutuo pagato a metà.
Ma io non torno. Ho portato le mie cose su, in una stanza piccola con il soffitto in legno. Da qui si vede il campanile e la sera, quando il vento scende dal Gran San Bernardo, si sente l'abbaiare dei cani da pastore. Mia madre cucina la minestra d'orzo e io ho imparato a tagliare i tomini a fette sottili. La mattina apro la porta di casa e guardo se la volpe è tornata a rovesciare la compostiera. Ieri l'ha fatto. Ho rimesso dentro le bucce di patata e un torsolo di mela.
Alessandra può tenersi l'appartamento in via Torino. Io ho trent'anni di ricordi in una cucina con il lavatoio di pietra e due sedie scompagnate. Non ho scelto mia madre contro mia moglie. Ho scelto di non fingere che una valigia in corridoio fosse la soluzione.
Ora sto pulendo il camino. C'è un vecchio atto di vendita del 1964, incorniciato accanto alla credenza, che mostra il nome di mio nonno. Mia madre dorme nella stanza accanto. Ha voluto dormire con la porta socchiusa. Le ho chiesto perché. Mi ha risposto: "Così, se viaggio nel sonno, trovo la strada per la cucina."
Il gatto le si è accucciato ai piedi del letto. Non è nemmeno il nostro gatto. Ma ormai entra e esce come se lo fosse. E va bene così. L'ho chiamato Dado. Non risponde a nessun nome. Ma alle sei del pomeriggio, quando apro la porta, lui è lì che aspetta. E mi guarda come si guarda uno che è tornato a casa per davvero.







