L’anello sul bancone

# L'anello sul bancone

Lavoro nel salone auto di lusso dei Ricci a Torino da tre anni. La mia postazione è il banco della reception, un pezzo di marmo nero freddo, con sopra una miniatura di Alfa Romeo Giulia che il signor Ricci mi ha regalato per il primo Natale. Da lì vedo tutto: le auto esposte, i clienti che contano le banconote, i venditori che si lisciano i capelli. E ho visto anche lei.

Quella donna è entrata una mattina di ottobre. Capelli scuri, cappotto color cammello, l'aria di chi non ha mai aspettato un autobus in vita sua. Ha battuto le unghie sul banco. «Cerco Matteo. Il meccanico».

La guardai negli occhi. Sapevo benissimo chi era. Matteo Ricci, il proprietario di tutta la rete. Ma lui mi aveva chiesto di non dirlo in giro. Era una sua regola: quando usciva con una donna nuova, si presentava come un semplice operaio del reparto revisioni. Guidava una vecchia FIAT Panda, indossava la tuta blu, parlava di motori e di frizioni. Poi, se la donna lo lasciava, tornava al suo SUV nero e al suo attico in collina.

Feci finta di niente. «Matteo è di sotto, al reparto manutenzione. Devo chiamarlo?»

Lei fece un gesto con la mano. «No, non serve. Devo solo restituirgli una cosa».

Posò sul banco un pacchetto avvolto in carta velina, legato con lo spago da salumeria. Lo aprii dopo che se n'era andata: dentro c'erano un orologio da polso, economico, con il cinturino consumato, e un biglietto piegato in quattro. *"Tienilo tu, tanto io un uomo così non lo voglio."* Chiusi tutto in un cassetto del banco e non ci pensai più.

Quella sera vidi Matteo uscire dal reparto officina. Era tardi, io ero rimasta perché l'ultimo cliente non si decideva a pagare. Lui era in tuta, con le mani sporche di grasso. Salì su una Range Rover nera parcheggiata dietro l'edificio, la stessa che usava quando non doveva fingere. Pensai: ecco, un'altra che l'ha fatto soffrire.

Lui non ne parlava mai. Ma Giulia, la responsabile della logistica, mi raccontò la storia. O meglio, la sentii per caso. Stavo pulendo il banco, loro erano nell'ufficio accanto, la porta era socchiusa. Matteo diceva: «Mi ha lanciato l'anello nel ristorante. Ha detto che ero un uomo senza futuro. Che preferiva uno che le pagasse le bollette».

Giulia non disse niente. Io sapevo che Giulia era diversa. Era entrata da noi tre anni prima, da una piccola azienda di trasporti. Sapeva tutto di Matteo, ma non l'aveva mai trattato come un portafoglio. Lo chiamava «il capo», gli portava il caffè, gli urlava quando sbagliava gli ordini.

Poi, un pomeriggio di gennaio, vidi Matteo aiutarla a caricare delle scatole in macchina. Giulia aveva gli occhi lucidi, si passava il dorso della mano sotto il naso ogni due minuti. Lui le teneva la portiera aperta. Ero in pausa, seduta su una panca fuori, con accanto il biglietto dell'autobus che non avevo usato perché ero rimasta fino a tardi. Non chiesi nulla. Ma capii che qualcosa stava cambiando.

Seppi dopo che Giulia era stata sfrattata dal suo monolocale. Il padrone le aveva dato due giorni per andarsene. Matteo le prestò un appartamento in centro, uno di quelli comprati per investimento. Novecento euro al mese di mercato. Le disse di non pagare nulla. «Consideralo un anticipo sullo straordinario». Giulia non voleva, ma lui insistette.

Da quel giorno Matteo non indossò più la tuta da meccanico, almeno non in ufficio. Tornò a essere il signor Ricci, quello che i fornitori odiano perché non perdona i ritardi. Ma con Giulia era diverso. Lei gli parlava da pari a pari. E lui la ascoltava.

Passarono otto mesi. Un sabato mattina, il salone era pieno di clienti. La macchina del caffè faceva un rumore infernale, i venditori sudavano nelle giacche. Ed eccola di nuovo. La donna di ottobre, quella col cappotto color cammello. Ma stavolta era più magra, con i capelli tirati indietro e le occhiaie.

Si avvicinò al banco. «Cerco Matteo. Il meccanico».

La fissai. «Il signor Ricci non è in officina oggi».

Lei sbuffò. «Signor Ricci? Ma se è un semplice installatore di marmitte. Guida una Panda scassata».

Rimasi zitta un secondo. Poi decisi di dirle la verità. Forse perché eravamo a un passo dal matrimonio e non aveva più senso giocare. Forse perché quella donna mi aveva già dato fastidio otto mesi prima. Non lo so. Ma glielo dissi.

«Matteo Ricci è il proprietario di tutta la rete di concessionarie. Ha cinque saloni a Torino, più i centri assistenza. La Panda era solo una copertura. Gli piaceva verificare se le donne lo amavano per quello che era, non per quello che possedeva. Oggi si sposa con la nostra responsabile logistica, Giulia Ferraro. La cerimonia è al Circolo del Golf dei Laghi».

Vidi il suo viso cambiare colore, non pallido, proprio grigio. Aprì la bocca, poi la richiuse. Batté le unghie sul marmo, ma stavolta più piano. «Mi sta prendendo in giro?»

«No, signora».

Proprio in quel momento la porta automatica si aprì ed entrò Matteo. Non in tuta: completo blu scuro, camicia bianca, cravatta di seta. Elegante come non l'avevo mai visto. Aveva in mano una busta gialla con un documento.

Si avvicinò al banco, senza guardare la donna di ottobre. «Elena, per favore, consegna questa busta a Giulia prima che arrivi. È l'atto di donazione del dieci per cento delle quote del salone di Via Po. Il mio regalo di nozze».

Presi la busta. Lui fece per andarsene, poi si fermò. «Hai visto Giulia? Devo passare a prenderla tra un'ora».

«No, signor Ricci. Non è ancora arrivata».

Uscì. La donna di ottobre era rimasta lì, immobile. Poi, dalle sue mani tremanti, uscì una scatola da gioielli con la cerniera rotta.

«L'ho trovata sotto il tavolo del ristorante, quella sera, dopo che se n'era andato. L'ho tenuta per ricordo, ero convinta fosse un pezzo di latta. Ora so che è un diamante vero. Lo restituisca al suo proprietario».

La posò sul banco, accanto alla mia miniatura di Alfa Romeo. Poi si voltò e uscì, senza dire altro.

Aprii la scatola. L'anello brillava sotto la luce del salone. Lo presi, lo misi nella busta gialla insieme all'atto di donazione. Poi chiamai il responsabile del piano. «Tieni il banco. Devo portare delle carte a Giulia».

Presi la mia borsa, lasciai la miniatura sul banco. Mentre uscivo, vidi la donna di ottobre salire su un autobus della linea 68, la stessa che prendo io per tornare a casa. Non si sedette. Rimase in piedi, aggrappata al sostegno, con la stessa scatola vuota stretta in una mano — quella con lo spago da salumeria, tirata fuori dalla tasca del cappotto insieme all'orologio che le avevo restituito senza una parola, uscendo dal salone un attimo prima di lei.

Non corsi a raggiungerla. Tornai dentro, aprii di nuovo la busta gialla per controllare che tutto fosse in ordine. C'era anche una foto: Matteo e Giulia al reparto officina, tutti e due in tuta blu, sporchi d'olio, che ridevano davanti al cofano aperto di una Panda.

Richiusi la busta. Il matrimonio era tra un'ora. Dovevo ancora incartare il regalo.

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