## L’uomo che non poteva scegliere

La mattina in cui andai al canile municipale di Torino, fuori c'erano undici gradi e una nebbiolina che si infilava sotto il giaccone. Avevo parcheggiato la Fiat Tipo in fondo alla strada sterrata, davanti al cancello arrugginito. Non avevo dormito bene. Da quando mia madre se n'era andata, a gennaio, in casa c'era un silenzio che non riuscivo a sopportare nemmeno con la televisione accesa.

Il cane l'avevo scelto sul sito del canile, da una fotografia sgranata: un incrocio di pastore tedesco, pelo scuro, occhi che sembravano aver già capito tutto della vita. L'avevo chiamato mentalmente Arturo. Mi ero immaginato le passeggiate lungo il Po, la domenica mattina, e quel senso di compagnia che non avevo più. La volontaria, una signora sulla sessantina di nome Giuseppina, mi aveva risposto al telefono con una voce stanca: «Sì, è ancora qui. Venga pure, ma si porti qualcosa di caldo, che da noi tira sempre vento».

Quando arrivai, il canile era esattamente come temevo: un corridoio lungo di box in cemento, l'odore di disinfettante mescolato a quello della paglia bagnata. Un cane abbaiava senza sosta da qualche parte in fondo, e un altro rispondeva con un ululato lungo, da far venire i brividi. Giuseppina mi aspettava davanti a un box, con un mazzo di chiavi appeso al polso e la giacca a vento verde con una macchia scura sulla manica sinistra. «Quello è Arturo», disse indicando il box. «O almeno, noi lo chiamiamo Nerone. Il nome gliel'ha dato il precedente proprietario prima di trasferirsi in Romania.»

Aprii il cancelletto. Arturo stava in fondo, immobile. Non scodinzolò. Non fece un solo passo verso di me. Io allungai una mano, chiamai il suo nome, ma lui guardò da un'altra parte. Non verso di me, non verso Giuseppina. Guardava l'angolo del box, dove una coperta militare si muoveva piano.

«È sempre così?» chiesi.

Giuseppina si strinse nelle spalle. «Con noi è tranquillo. Ma quando arriva qualcuno… boh, non so spiegare. Forse ha paura di illudersi.»

Feci un passo avanti. Lui abbassò la testa, ma non si avvicinò. Poi, per la prima volta, lo vidi muoversi: si spostò di lato, quanto bastava per rivelare quello che c'era dietro. Un cucciolo minuscolo, bianco e nero, con le zampe che tremavano come se avesse freddo. Stava rannicchiato contro la parete, e fissava Arturo con un'adorazione che non avevo mai visto in un animale. Il pastore tedesco si sedette accanto a lui, bloccandolo con il corpo, come a dire: *questo è mio, e io sono suo*.

Il cucciolo alzò il muso e leccò il labbro inferiore del cane grande. Arturo chiuse gli occhi per mezzo secondo. Poi tornò a guardarmi, stavolta dritto negli occhi, e non c'era niente di minaccioso in lui. C'era solo una verità semplice come una pietra: *senza di lui, io da qui non me ne vado*.

«Signora Giuseppina,» dissi, con la voce che mi usciva più bassa del previsto, «posso prenderli tutti e due?»

La volontaria non si girò nemmeno. Continuò a guardare il box, con le mani in tasca. «Ci speravamo, sa. Da mesi. Ma non lo chiediamo mai per primi. La gente viene per un cane solo, e se gli nomini il secondo pensano che vogliamo svuotare il canile a forza.» Si fermò un attimo, poi aggiunse: «Il cucciolo è arrivato a novembre, trovato dentro una scatola di scarpe vicino ai cassonetti di via Grugliasco. Quasi morto. Nerone non ha voluto mangiare per due giorni, finché non gliel'abbiamo messo accanto. Da allora dormono così, avvinghiati. Se li separi, il piccolo piange tutta la notte e Nerone gratta al cancelletto.»

Quando uscii dal corridoio per firmare i documenti, il cucciolo si era addormentato con la testa appoggiata sulla zampa anteriore di Arturo. Giuseppina mi fece sedere in una stanza minuscola, con una stufetta elettrica che riscaldava solo mezza scrivania, e preparò due moduli. Sulla parete c'era un calendario dell'anno prima, aperto su un mese qualsiasi, con un arcobaleno disegnato a pennarello.

«Il microchip del cucciolo è stato impiantato da noi. Per Nerone c'è anche la registrazione al registro cani. La sua residenza è Torino, vero?» chiese Giuseppina, senza alzare gli occhi dai fogli.

«Sì, sono in via Monginevro. Ho un giardino interno, non grande, ma c'è una cuccia abbandonata dai precedenti inquilini. La sistemo domani.»

Giuseppina scosse la testa. «Non si faccia illusioni. Nerone non si staccherà dal cucciolo nemmeno per dormire. La cuccia servirà solo per le foto.»

Compilò il modulo con una calligrafia lenta, precisa. Io lessi le cifre: centosessanta euro di copertura spese veterinarie. Non era nemmeno tanto, considerando i vaccini e il microchip. Ma sapevo che il costo vero non era quello. Era che da quel momento, ogni volta che avrei chiuso la porta di casa, avrei avuto due vite da proteggere. E che se una di loro fosse mancata, l'altra non me l'avrebbe perdonato.

Mi fece una domanda che non mi aspettavo: «Lei ha già avuto cani?»

«Mai. Mia madre diceva che sporcavano troppo.»

Giuseppina appoggiò la penna sul tavolo. «Sua madre ha sbagliato. Però glielo dico subito: due cani, uno dei quali è un cucciolo, non è una passeggiata. È un secondo lavoro non pagato. Se ha dubbi, può prendere solo Nerone. Il cucciolo lo teniamo noi, e magari Nerone si adatta.»

In quel momento vidi il cane grande attraverso la finestra della stanza. Era uscito dal box con il cucciolo al fianco, e camminava lungo il corridoio con una lentezza che non avevo mai visto in un animale. Non era lentezza vecchiaia. Era il passo di chi ha già perso qualcosa e non vuole perderne un'altra. Il cucciolo gli stava sotto la pancia, e ogni tanto si fermava per guardarsi indietro. Ma Arturo non lo perdeva di vista. Mai.

«No, li prendo tutti e due. Non lo sopporterei in un altro modo.»

Giuseppina sorrise, ma fu un sorriso corto, da persona che ne ha visti troppi. Poi tornò ai suoi fogli. «Allora preparo anche il libretto sanitario del cucciolo. Lo chiami come vuole, ma per noi è il numero 2017/84. Detto Pippo, tanto per dargli un nome.»

Quando uscii dal canile, il cancello arrugginito si chiuse dietro di noi con un cigolio. Arturo camminava al mio passo, senza tirare il guinzaglio. Pippo stava davanti, correndo avanti e indietro, e ogni tanto tornava indietro per controllare che il cane grande ci fosse ancora. Poi lo toccava con il muso, come per dire: *ci sei, vero?* E Arturo rispondeva con un lampo di lingua sulla testa del cucciolo.

Sul sedile della Tipo, Pippo si addormentò dopo neanche cinque minuti. Arturo rimase seduto, con la testa appoggiata sul poggiatesta, e ogni tanto respirava piano. Io aspettai un momento, con il motore acceso e le chiavi in mano. Poi partii. Nel retrovisore vidi il canile sparire dietro la curva. Pippo si mosse nel sonno, e Arturo allungò una zampa per coprirlo.

Arrivati a casa, in via Monginevro, li feci entrare dal portone. L'ascensore era rotto da tre mesi, come sempre. Salimmo le scale, e Arturo si fermò al terzo piano, aspettando che riaprissi la porta. La casa era esattamente come l'avevo lasciata: una tazza della colazione mezza piena sul tavolo, la posta da aprire, un pacco di vecchie foto di mia madre ancora nel corridoio. Ma quella sera non la vidi come prima. Vidi solo che il pavimento era abbastanza grande per far dormire due cani, e che il cuscino del divano era abbastanza morbido per starci tutti e tre.

Quella notte non dormii. Non per colpa loro. Arturo si mise sotto la finestra, Pippo si arrotolò contro il suo fianco, e il silenzio della casa cambiò consistenza. Non era più vuoto. Era pieno di respiri. Due respiri. E il mio, che faceva fatica a crederci.

La mattina dopo, mentre preparavo il caffè, suonò il telefono. Era Giuseppina.

«Come sono?»

«Non si sono staccati per un secondo. Pippo ha dormito con la testa sulla zampa di Arturo. Arturo non si è mosso per tutta la notte, per non svegliarlo.»

Dall'altro capo, sentii il fruscio della stufetta elettrica e il lontano abbaiare di un cane del canile. «Lo sa che un uomo è venuto a cercarla?»

«Chi?»

«Un tizio, ieri sera. Aveva visto la foto di Nerone sul sito. Diceva che era il suo cane, che lo aveva lasciato quando era andato a lavorare in Romania. Voleva riprenderselo. E anche il cucciolo, diceva che era suo.»

Mi appoggiai al bancone della cucina. La tazza del caffè era calda contro il palmo. Guardai Arturo, che in quel momento stava leccando la testa di Pippo con una calma religiosa.

«E lei cosa gli ha detto?»

«Gli ho detto che i cani sono a Torino, in via Monginevro, in una casa con il giardino. Che sono adottati. Che se vuole, può fare ricorso. Ma i documenti sono firmati, e i cani sono registrati.»

Rimasi zitto. Dalla strada saliva il rumore del tram. Pippo abbaiava piano nel sonno.

«Mi ascolti bene, signor…»

«Gallo. Francesco Gallo.»

«Signor Gallo. Lei ieri ha preso un cane che non voleva. E un cucciolo che non aveva chiesto. Ma non ha sbagliato. Il tizio della Romania non aveva chiesto di venire. E nemmeno di portarli in un posto diverso. Li aveva lasciati lì, in quel box, a modo suo. Lei no. Lei li ha portati a casa. E quindi, se quello si fa vivo, non apra la porta.»

La chiamata si chiuse con un clic. Guardai Arturo. Lui si era alzato, e adesso stava accanto al divano, con gli occhi che andavano da me alla porta d'ingresso. Pippo lo seguiva ovunque, come un'ombra piccola e veloce.

Nel pomeriggio scesi a sistemare il giardino. Tolsi le foglie morte, svuotai la cuccia, misi una coperta pulita. Pippo ci entrò per primo, poi uscì e si sedette accanto ad Arturo, che non si era nemmeno avvicinato. Il cane grande si sedette sull'erba e guardò verso di me. Io mi sedetti sul gradino.

«Non ti fidi, vero?» dissi a voce alta.

Arturo sbatté le palpebre. Poi si alzò, andò alla cuccia, annusò l'interno, e vi si infilò. Pippo lo seguì. Rimasero lì dentro, in silenzio, con la porta aperta.

La sera, mentre preparavo le ciotole, vidi una figura passare davanti al cancello. Un uomo alto, con un borsone scuro, che guardava verso la mia porta. Poi si fermò un momento, si aggiustò la tracolla. Arturo si mise davanti alla porta, con la testa bassa. Non ringhiò. Non abbaiò. Ma la sua schiena era tesa come la corda di una chitarra.

L'uomo restò ancora un attimo, poi girò l'angolo e sparì.

Mi sedetti sul pavimento, con le ciotole in mano. Pippo venne a leccarmi le dita. Arturo non si mosse dalla porta fino a quando il buio non fu completo. Poi, solo allora, si voltò e mi venne vicino. Mi toccò la mano con il naso, una volta. Non chiedeva cibo. Non chiedeva carezze. Chiedeva solo la conferma che quella casa era anche sua.

Presi i documenti dal tavolo, dove Giuseppina mi aveva fatto firmare. Li misi in una cartellina trasparente. Poi scrissi su un foglio il mio nome, il numero di telefono, e l'indirizzo. Lo infilai nella cartellina.

Alle undici di sera, il telefono squillò. Un numero sconosciuto. Non risposi. Lasciai che la chiamata cadesse. Poi guardai Arturo, che dormiva con Pippo contro il fianco, e spensi la luce.

Il mattino dopo, il cancello era aperto. Ma i due cani erano lì, seduti sull'erba, immobili. Non se n'erano andati. Non avevano tentato di scappare. Avevano solo aspettato che io aprissi la porta. E quando lo feci, scodinzolarono. Tutti e due. Per la prima volta da quando li conoscevo, scodinzolarono insieme, come se avessero già capito che quella casa era la loro, e che nessun uomo con un borsone scuro avrebbe potuto portarli via.

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