Andrea Ferretti aveva trentaquattro anni e un'agenzia di software con tre dipendenti, in un ufficio sopra un bar di corso Vittorio Emanuele a Bergamo. Quella sera era tornato a casa presto e stava riordinando le ultime fatture sul portatile, seduto al tavolo della cucina, quando il telefono vibrò accanto alla tazza vuota.
— Non insegnarmi niente, sono tua madre. Fai il bonifico, poi ne parliamo.
Sara, sua moglie, mise giù la teiera senza fare rumore e si sedette di fronte a lui. Aveva le mani ancora umide, il grembiule slacciato da un lato.
— Ancora Ornella?
— Sì. Dice che il gatto deve fare gli esami del sangue. Duecentottanta euro entro stasera.
— E la settimana scorsa quanto le hai mandato?
Andrea si passò il palmo sulla fronte. — Seicento. Bollette, spesa, il veterinario per il cane. E aveva un arretrato con Fastweb.
Sara non disse nulla. Sapeva che ogni parola su Ornella era un fiammifero acceso vicino alla benzina. Andrea lo sapeva anche lui, eppure ogni volta che si parlava di sua madre, dentro di lui scattava un vecchio meccanismo di colpa che veniva da lontano, da prima ancora che si sposassero.
— Voglio solo che si rimetta in piedi — disse, senza guardarla. — Ha promesso che dopo Pasqua avrebbe cercato lavoro.
— Andrea, Pasqua è stata quattro mesi fa.
Lui restò zitto. Sara si alzò, gli si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla.
— Non sono tua nemica, lo sai. Sono qui, e basta. Mi fa male vederti così.
— Lo so — rispose lui, coprendole la mano con la sua.
Quella sera fece comunque il bonifico. Poi riaprì il foglio Excel delle spese di casa e restò a fissare i numeri a lungo: l'affitto del loro bilocale, le bollette, e sotto, in una colonna a parte, i bonifici a sua madre — mai uno che tornasse indietro.
Il telefono squillò di nuovo. Numero di Ornella.
— Andrea, ho pensato… e se venissi a stare da voi? Nel salotto c'è quel divano letto, non occuperei tanto spazio. E l'appartamento mio lo si potrebbe affittare, sono sempre soldi.
— Mamma, abitiamo in cinquantacinque metri quadri.
— E allora? Io sono modesta, lo sai. E la tua Sara si stringerà un po'. Non serve che tenga tutto l'armadio per i suoi stracci.
Andrea chiuse gli occhi. Da qualche parte, in fondo, si mosse la voglia di dire la verità — secca, breve, senza troppi giri. Non lo fece.
— Ne parliamo con calma un'altra volta, va bene? Ho un problema col server.
— Sei sempre impegnato — tagliò lei, offesa. — Per la madre non c'è mai tempo.
Il sabato Ornella si presentò senza preavviso. Il campanello suonò alle sette del mattino, quando Sara dormiva ancora e Andrea aveva appena versato il primo caffè della giornata nella moka che fischiava sul fornello.
— Mamma, potevi telefonare — disse lui aprendo la porta.
— A chi telefono? Sono tua madre, non un fattorino. Sono venuta, apri.
Ornella entrò, guardò l'ingresso e storse il naso.
— Ancora polvere sulla mensola. La tua Sara non pulisce mai niente? Ai miei tempi le ragazze tenevano la casa in ordine.
— Mamma, ieri sera abbiamo lavorato fino a mezzanotte tutti e due. Oggi volevamo riposare.
— Riposare? In questo disordine? — la madre andò in cucina e aprì il frigo. — E il burro dov'è? La gente normale in casa ha sempre il burro.
Dalla camera uscì Sara, ancora insonnolita, con una maglietta sformata e i capelli raccolti in una coda malfatta.
— Buongiorno, Ornella.
— Buongiorno? Non vedo niente di buono qui. Stai lì con quegli stracci davanti a un'adulta. Vestiti almeno in modo decente.
Sara prese in silenzio un maglione dalla sedia e se lo mise sulle spalle. Andrea notò il viso di lei farsi teso, e prese sua madre per il gomito, con gentilezza.
— Mamma, andiamo in cucina. Beviamo qualcosa e parliamo con calma.
Davanti a una tazza di orzo, Ornella iniziò il suo programma abituale: la solitudine, i vicini rumorosi, il gatto che soffriva nel bilocale troppo piccolo, il cane che aveva bisogno di passeggiate in campagna.
— Mi servirebbe un casale, Andrea. Piccolo, fuori città. Per gli animali, per la salute.
— Un casale? — Andrea quasi si strozzò col caffè. — Mamma, mettiamo da parte ogni euro per il capannone nuovo dell'agenzia. Non abbiamo margine per altro.
— Beh, non subito. Ma pensaci. Sei un ragazzo in gamba, guadagni bene.
— Guadagno abbastanza per i piani che abbiamo fatto io e Sara. Non abbastanza per tutto.
Ornella si strinse le labbra, offesa. — Ecco. Quindi alla tua Sara compri tutto, e a tua madre neanche un casaletto vuoi regalare.
— Non compro niente a Sara, si mantiene da sola — cercò di dire Andrea con calma.
Fu proprio in quel momento che Sara posò la tazza sul tavolo, piano, senza sbatterla, e disse una frase che Andrea non si aspettava: — Ornella, quanto costa davvero il casale che ha in mente?
La suocera la guardò come se un mobile avesse parlato. — Non sono affari tuoi.
— Sono affari miei — rispose Sara — perché divido con Andrea ogni spesa di questa casa, e ogni sera controllo insieme a lui l'estratto conto prima di andare a letto. So esattamente quanto se n'è andato in bonifici.
Da quel sabato passarono tre settimane. Ornella continuò a chiamare — non più per il gatto, ora per una caldaia rotta, poi per una vicina che l'aveva "offesa" e serviva un avvocato, poi ancora per un debito con la banca che non tornava. Ogni richiesta aveva una cifra diversa, ma la somma totale, alla fine del terzo mese, Sara la scrisse su un foglio e la mise davanti ad Andrea sul tavolo della cucina, una sera di ottobre con la pioggia che batteva sulle tapparelle: quattromilatrecento euro in tre mesi, più i seicento di prima. Quasi cinquemila.
— Andrea, guarda qui. Questi sono soldi che dovevano finire nel fondo per il capannone, e invece sono spariti. Non torneranno mai indietro.
Lui restò a fissare il foglio a lungo. Poi disse una cosa che non aveva mai detto prima: — Ha ragione. Basta.
Il giorno dopo Andrea andò da un commercialista in via Paleocapa, non per l'agenzia ma per sé: fece chiudere la delega che sua madre aveva sul suo conto personale, quello su cui gli arrivava lo stipendio dell'agenzia — una delega che Ornella aveva ottenuto anni prima, quando Andrea aveva ventidue anni e viveva ancora sotto il suo tetto, e che nessuno aveva mai pensato di revocare. Firmò la richiesta in banca, mostrò la carta d'identità, uscì con la ricevuta in una busta chiusa.
Ornella lo scoprì un martedì, quando il bonifico per l'ennesima "urgenza" — questa volta un dentista — non passò. Chiamò dodici volte in un'ora. Andrea rispose alla dodicesima, seduto in macchina nel parcheggio dell'ufficio.
— Cosa avete fatto? Il conto dice che non ho più accesso!
— Ho chiuso la delega, mamma. Da oggi ti mando io duecento euro al mese, fissi, per le spese essenziali. Il resto te lo devi organizzare tu, o lo cerchiamo insieme: un lavoretto part-time, magari, o l'assegno sociale se ne hai diritto.
— Dopo tutto quello che ho fatto per te, mi tratti così?
— Ti voglio bene, mamma. Ma non posso più pagare per una vita che non è la mia.
Ornella riattaccò. Non richiamò né quella sera né quella dopo. Andrea rimase seduto in macchina, il telefono ancora caldo in mano, a guardare le luci del parcheggio che si accendevano una a una contro il buio che saliva da corso Vittorio Emanuele.
Tornò a casa e trovò Sara che stendeva il bucato sul balcone, con le mollette in bocca e la radio accesa piano su Radio Deejay. Le si mise dietro, senza dire niente, e le prese di mano l'ultimo lenzuolo bagnato.
— L'ho fatto — disse solo.
Lei finì di appendere la molletta che teneva tra le dita, si voltò e gli strinse il polso, un attimo, prima di tornare al cesto — un gesto piccolo, concreto, come se quella libertà nuova andasse ancora imparata a mani.







