L'ho capito un martedì mattina, in cucina, mentre facevo il caffè con la moka. Il cellulare di Stefano era sul ripiano di marmo, a faccia in su, e la notifica è arrivata come una frustata: *"Quando glielo dici? Non posso aspettare per sempre."* Il contatto era salvato come «Fornitore Verona». Io ho girato il cucchiaino nella tazzina, ho bevuto il caffè amaro, e ho rimesso il telefono esattamente dov'era, con lo schermo ancora acceso.
Non ho pianto. Non ho tremato. Ho guardato il cielo fuori dalla finestra — un grigio compatto da novembre padano — e ho pensato che la nebbia, almeno, non finge di essere qualcos'altro.
Stefano è uscito dalla doccia cantando una canzone di Venditti. Si è messo il dopobarba, ha scelto una camicia azzurra che non gli stava bene, e mi ha dato un bacio sulla fronte dicendo che sarebbe rientrato tardi. Rientro tardi, sì. Io ho annuito e gli ho versato il caffè.
Non mi chiamo più Vera. Mi chiamo Silvia. Ho quarantanove anni e da ventotto lavoro accanto a mio marito nella nostra azienda vinicola sulle colline di Valpolicella. Non era un'azienda, all'inizio: era un casolare diroccato che mio padre ci aveva lasciato in eredità insieme a un debito con la banca. Stefano aveva la parlantina e il sorriso giusto. Io avevo il diploma di enologa e la testa per i conti. Abbiamo costruito tutto insieme — vigneti, cantina, ristorante annesso, export in Germania e in Svizzera. Lui è il volto, quello che ride nelle foto con i buyer e alza il calice alle fiere. Io sono quella che firma i bilanci, decide i prezzi, tratta con i broker e tiene a bada i fornitori.
E adesso c'era una «Fornitore Verona» che gli chiedeva quando l'avrebbe lasciata.
La ragazza si chiamava Giulia. L'avevo assunta io, due anni prima, per gestire i social dell'azienda: ventisei anni, unghie a mandorla, un master in comunicazione e la convinzione che il mondo le dovesse qualcosa. Stefano l'aveva promossa a responsabile marketing dopo tre mesi. Io avevo firmato il contratto e non avevo detto niente.
Nei quattro mesi successivi, mentre lui raccontava storie sempre più strampalate sui suoi rientri a mezzanotte, io facevo una cosa sola: trasferivo. Con calma. Senza scena. La proprietà del casolare, i tre vigneti, il marchio, il ristorante — tutto intestato a me attraverso un trust. Ho usato la scusa che tutti gli imprenditori seri usano: «Siamo esposti, Stefano. Se un creditore ci salta addosso, perdiamo anche la casa.» Lui firmava senza leggere. Gli bastava che al ristorante ci fosse ancora il suo nome sulla lista dei vini.
Poi, una sera di febbraio, Giulia ha suonato al cancello.
Stavo sfogliando le fatture in salotto, con il gatto dei vicini accucciato sul divano. Ho guardato il monitor del videocitofono. Lei era lì, con un cappotto beige troppo leggero per la stagione, i tacchi alti e l'aria di chi ha provato la scena allo specchio per un'ora. Ho spento l'allarme, ho aperto il cancello, e ho aspettato sulla porta, con le braccia incrociate.
— Giulia, immagino, — ho detto, con lo stesso tono con cui parlo ai rappresentanti che cercano di rifilarmi tappi di sughero scadenti.
Lei è quasi inciampata sul gradino. Si aspettava una donnetta in vestaglia, con i capelli in disordine e gli occhi pesti. Io indossavo un tailleur blu scuro e avevo appena lucidato gli stivali.
— Voglio parlare con te, — ha detto, con una voce che doveva essere ferma ma tremava.
— Prego, — ho detto. — Ma togliti le scarpe. Il pavimento è appena stato lucidato.
Giulia è entrata senza togliersi le scarpe, ovviamente. Ha attraversato l'ingresso come una modella in passerella, e si è piazzata al centro del salotto, stringendo la borsa firmata contro il petto come uno scudo.
— Stefano ti lascia, — ha detto. — Lui ti lascia e viene a vivere con me.
Ho inclinato la testa. Il gatto miagolava sul divano, annoiato.
— Davvero? — ho chiesto. — E quando te l'ha detto?
— Non te l'ha ancora detto perché… perché sei fragile, e lui ha paura di te. Dice che lo soffochi. Che sei una donna fredda.
Ho sorriso. Ho preso una bottiglia d'acqua dal frigorifero, ho versato due bicchieri e ne ho offerto uno a Giulia. Lei non l'ha preso.
— Senta, — ho detto, appoggiando il bicchiere sul tavolo di cristallo. — Io a Stefano non lo trattengo. Se lei se lo porta via, l'unica cosa che devo fare è chiamare l'avvocato.
— Brava, fallo, — ha detto lei, con un sorrisetto. — Lui è pieno di soldi, lo sai. È socio di questa azienda.
— No, — ho detto. — Non è socio. Non più.
Giulia ha sbattuto le palpebre.
— Da quattordici mesi, l'azienda, i terreni, il marchio e questo immobile sono intestati a me tramite un trust. Stefano ha conservato il dieci per cento delle quote. Che mi offro di comprargli a un prezzo equo. Per il resto, percepisce uno stipendio da direttore marketing. Buon stipendio, intendiamoci. Ma sempre stipendio è.
Il silenzio che è seguito era così denso che sentivo il ronzio del frigorifero.
— Sei una bugiarda, — ha sussurrato lei.
— Sono un'enologa, — ho risposto. — So leggere i bilanci. E so anche riconoscere quando qualcuno mi versa del vino annacquato. Stefano le ha promesso una villa a Bardolino? Un viaggio alle Maldive? Ha detto che avrebbe lasciato la moglie entro Natale?
Lei è impallidita. Aveva le stesse parole scritte in faccia.
— Le ha promesso che avreste avviato una vostra azienda, — ho continuato. — Una cantina boutique sul Lago di Garda, con il suo nome sull'etichetta e lei come direttrice. E nel frattempo, quando torna a casa la sera, mi dice che è stanco di queste ragazzine che non sanno distinguere un ripasso dall'Amarone.
Giulia ha aperto la bocca, l'ha richiusa. Poi ha preso il bicchiere d'acqua — quello che prima non aveva voluto — e se lo è scolato tutto d'un fiato, come un bicchierino di grappa.
— Ma lui mi ama, — ha detto, con una voce da bambina.
— Ti ama il ventisette per cento di milleottocento euro al mese, — ho detto. — E nemmeno quello, perché se lo licenzio non gli resta niente.
Giulia ha posato il bicchiere sul tavolo. Le tremava la mano, e il cristallo ha tintinnato sul vetro.
— Tu sei una stronza, — ha detto.
— Probabilmente, — ho detto. — Ma sono una stronza organizzata. E ora, se vuoi scusarmi, devo chiamare il commercialista.
Lei è uscita barcollando sui tacchi, inciampando sul vialetto di ghiaia. Io ho chiuso la porta, ho preso uno straccio in microfibra e ho pulito le impronte delle sue scarpe dal pavimento di marmo. Il gatto mi ha guardato come per dirmi che avrebbe potuto fare di meglio.
Stefano è rientrato alle dieci meno un quarto.
Non ha suonato. Ha aperto con le sue chiavi, cauto, e si è fermato nell'ingresso, annusando l'aria come un cane che sente puzza di bruciato. Io ero seduta in salotto, con un bicchiere di Valpolicella e un libro che non stavo leggendo.
— Amore, — ha detto. — Come mai ancora sveglia?
— Ti ho preparato il risotto, — ho detto. — Quello con l'Acquerello e il radicchio, come piace a te.
Lui si è sfilato il cappotto, senza staccarmi gli occhi di dosso. Si muoveva come chi cammina su un pavimento di ghiaccio sottile.
— Giulia… ehm, la ragazza del marketing, — ha detto, con un tono che voleva essere casuale. — Oggi pomeriggio mi ha mandato un messaggio strano. Diceva che era venuta qui a parlare con te. Tu… le hai detto qualcosa?
Ho chiuso il libro e l'ho guardato. Per un momento ho provato quasi tenerezza. Era un uomo di cinquantadue anni, con i capelli grigi alle tempie e le spalle che cominciavano a curvarsi, che stava cercando di capire se sua moglie lo aveva scoperto.
— Stefano, — ho detto. — Siediti.
Lui si è seduto sul divano, di fronte a me, ma non ha trovato una posizione comoda. Ha incrociato le gambe, le ha disincrociate, ha sistemato un cuscino.
— Da quattro mesi mi dici che cene con investitori e sopralluoghi alle vigne, — ho detto. — Il tuo telefono è pieno di messaggi di una certa «Fornitore Verona». E la tua camicia azzurra puzza di un profumo che non è il mio.
Stefano è diventato bianco. La sua mano destra ha afferrato il bracciolo del divano, come se temesse di cadere.
— Silvia, io… posso spiegare…
— Non devi, — ho detto. — Ho già spiegato a Giulia. Le ho mostrato i documenti del trust. Le ho detto che non hai più le quote. Che se te ne vai, esci con il tuo stipendio e il buonuscita. E che la casa, l'azienda e le vigne restano qui.
Lui è rimasto immobile. Il suo respiro si è fatto corto, come quando gli ho misurato la pressione prima che gli prescrivessero gli antipertensivi.
— Non hai fatto questo, — ha detto.
— L'ho fatto, — ho detto. — E l'hai firmato tu. Ricordi quando ti ho chiesto di firmare quei documenti a gennaio, dicendo che era per una questione di responsabilità legale? Ecco. Erano quelli.
Stefano si è alzato. Ha fatto un passo verso di me, poi si è fermato, incerto. Aveva il viso di un uomo che ha appena scoperto che la scala che stava percorrendo era appoggiata al muro sbagliato.
— Stai scherzando, — ha detto. — Silvia, stai scherzando. Noi siamo sposati da ventotto anni. Abbiamo costruito tutto insieme.
— Tu hai costruito i rapporti pubblici, — ho detto. — Io ho costruito il resto. E ora, siccome non voglio passare i prossimi dieci anni a chiedermi se mio marito è di nuovo fuori a cena con una ventiseienne, ho pensato di mettere le cose in chiaro. Domani andiamo dal notaio.
Stefano ha impallidito ancora di più, se possibile.
— Dal notaio? Per cosa?
— Per trasformare quel dieci per cento che ti è rimasto in una donazione a nostro figlio Marco, — ho detto. — Diventerà lui il socio di minoranza. Tu continuerai a occuparti del marketing, con un bello stipendio. Ma non avrai più accesso ai conti, né alle decisioni strategiche, né al marchio.
Lui è scivolato di nuovo sul divano. Ha appoggiato la testa allo schienale e ha chiuso gli occhi.
— Non posso, — ha detto. — Non firmerò.
— Puoi non firmare, — ho detto. — Ho parlato con l'avvocato Beretta. Se non firmi, domani pomeriggio il consiglio d'amministrazione — che, ti ricordo, è composto da me, da mia sorella Anna e dal commercialista — ti revoca le deleghe. E poi c'è la questione del contratto di lavoro. Ce l'hai, naturalmente. Ma c'è anche una clausola che ho fatto inserire sei anni fa: in caso di comportamento lesivo dell'immagine aziendale, il contratto è risolvibile con una penale di novantamila euro a carico del lavoratore.
Stefano ha riaperto gli occhi. Mi guardava come se avesse di fronte un'estranea.
— Tu… l'avevi pianificato, — ha detto.
— No, — ho detto. — Io l'ho solo reso possibile. Poi ho aspettato che decidessi tu se rendermelo necessario.
Il silenzio tra noi era rotto solo dal ticchettio dell'orologio a parete, un vecchio pezzo che mio padre aveva comprato a Verona negli anni Sessanta. Ha suonato le undici. Stefano ha preso il calice di vino che era rimasto sul tavolino, l'ha vuotato in un sorso, e ha detto:
— D'accordo. Firmo.
Non c'era rabbia nella sua voce. C'era rassegnazione. E forse un po' di sollievo: la storia era finita senza drammi, senza valigie, senza urla. Come finiscono le cose tra adulti che hanno passato trent'anni a costruire qualcosa che non si poteva buttare via per una camicia azzurra.
Il giorno dopo, davanti al notaio, Stefano ha firmato. È stato un atto semplice: tre pagine, una firma, un timbro. Io ho controllato ogni riga prima di firmare a mia volta. Il notaio ha detto «congratulazioni per la serenità familiare», e nessuno ha sorriso.
Usciti dallo studio, in via del Corso, il vento scuoteva gli alberi e c'era odore di focaccia calda dal forno all'angolo. Stefano camminava un passo dietro di me, con le mani in tasca.
— E ora? — ha chiesto.
— Ora, — ho detto, — torniamo in azienda. Ho una riunione con i rappresentanti della Germania alle tre. E tu hai una degustazione per il gruppo di Francesco alle cinque.
Lui ha fermato il passo, mi ha afferrato per un braccio, non con violenza ma con un gesto che somigliava a una supplica.
— Silvia… mi dispiace. Davvero.
L'ho guardato. Non c'era niente da aggiungere.
— Quando torni a casa stasera, — ho detto, — ricordati di toglierti le scarpe in ingresso. Ho fatto lucidare il pavimento.
E sono salita in macchina, una Fiat 500X color argento, e ho richiuso la portiera. Mentre mettevo in moto, ho visto Stefano rimanere sul marciapiede, con le spalle curve e le mani ancora in tasca, a fissare l'asfalto come se non sapesse più dove fosse.
Non ho aspettato. Ho ingranato e sono partita, verso la collina. Avevo trentadue vigne da controllare e una vita intera da far fruttare. Il sole uscito tra le nuvole si rifletteva sul cruscotto, e per un attimo ho pensato che, in fondo, era una bella giornata per ricominciare.







