Quando il maresciallo si inginocchiò: la storia che nessuno in questura si aspettava

La notte in questura era una di quelle che non finiscono mai. Il ventilatore a pale girava al minimo sopra la mia testa, spingendo in giro aria calda che sapeva di caffè bruciato e di disinfettante scaduto. Erano le due e mezza di mattina e io, l'agente Vito Spada, stavo fissando il monitor del centralino con gli occhi che mi lacrimavano. Avevo saltato il turno di riposo per coprire Santoro, che si era dato malato — il solito certificato comprato dal dottore compiacente dietro al mercato di via Amendola.

Stavo pensando a mia suocera, che mi aveva chiamato tre volte chiedendomi se avevo mangiato la pasta al forno che aveva lasciato in frigo. Non avevo mangiato niente. Lo stomaco mi brontolava e il distributore automatico dei caffè era di nuovo rotto, al terzo pulsante da sinistra.

Fu in quel momento che la porta a vetri si aprì e lo vidi entrare.

Un vecchio. Avrà avuto ottant'anni, forse di più. Giacca di lana grigia con le toppe sui gomiti, pantaloni stirati male, una cartellina di plastica blu stretta al petto come se contenesse il testamento di suo nonno. Il respiro era corto, affannato. Saliva le scale interne della questura appoggiandosi al corrimano, un gradino alla volta.

— Agente — disse, e la voce gli tremava come una persiana al vento — devo denunciare. I vicini. Musica alta. Ogni notte.

Guardai Calogero, il mio collega di turno. Lui alzò le spalle e tornò a scorrere il telefono. Un altro vecchio con un'altra lagna condominiale. Avevo il braccio destro appoggiato sul registro delle denunce e le dita che tamburellavano da sole.

— Si sieda — dissi, senza nemmeno alzare gli occhi dallo schermo del computer. — Mi lasci il documento.

Il vecchio si sedette sulla panca di legno davanti alla scrivania. Lo sentii armeggiare con le tasche, tirar fuori un fazzoletto ripiegato, poi un portafoglio di cuoio consumato. La carta d'identità scivolò fuori. La presi con due dita, come si prende una ricevuta stropicciata.

Armando Righi. Nato a Bari, nel quartiere Libertà. Anzi, nel Borgo Antico, come tenevano a precisare i vecchi di laggiù. Classe 1943.

— Signor Righi — cominciai, con il tono che usavo per i pensionati che venivano a segnalare i gatti randagi — che cosa succede?

— Ogni notte. Musica. Urla. Io non dormo. Ho il cuore malato, agente. Ho chiamato già due volte, ma quando arriva la volante, loro abbassano la voce e poi ricominciano.

Il ventilatore cigolò in alto. Calogero sbadigliò senza nemmeno coprirsi la bocca.

— Senta — dissi, prendendo un modulo dal cassetto — il disturbo alla quiete pubblica va documentato. Lei deve annotare gli orari, registrare il rumore, portare testimoni. Altrimenti la denuncia non regge.

Il vecchio mi guardò con quegli occhi chiari, acquosi. Non disse niente. Aprì la cartellina blu e ne estrasse un foglio scritto a mano, con una grafia minuscola e ordinata. Ogni riga era datata. Ogni riga riportava l'ora esatta in cui era iniziata la musica.

— Ho tutto — disse.

Presi il foglio. Lo guardai. Poi lo appoggiai davanti a me, senza leggerlo davvero.

— Va bene — dissi — lo metto agli atti. Le faremo sapere.

Ma la verità è che non avevo intenzione di fare niente. Quella era la terza denuncia per rumore che ricevevo in due settimane, e il commissariato aveva già abbastanza guai con le notifiche arretrate. Il vecchio si alzò, si sistemò la giacca, si avvicinò alla porta. E poi si fermò.

— Agente — disse, con una voce diversa, più ferma — quella denuncia la voglio protocollare. Adesso.

Sospirai. Calogero ridacchiò piano, senza staccare lo sguardo dal telefono.

— Senta, signor Righi, torni domattina. Di notte il protocollo è chiuso.

— Non è chiuso. Lei ha la macchinetta timbraproprio lì, sulla scrivania.

Il vecchio indicò con il dito il timbro a inchiostro che avevo sotto il gomito. Lo guardai. Poi guardai il timbro. Poi presi il foglio.

— Lei non capisce — dissi, e intanto le mie mani, da sole, facevano un movimento rapido: appallottolarono il foglio e lo gettarono nel cestino accanto alla scrivania. — La denuncia non è regolare. Torni a casa. Dorma. I vicini smetteranno.

Il vecchio non si mosse. Fissò il cestino. Poi fissò me.

E in quel momento lo vidi cambiare. Non alzò la voce, non batté i pugni. Semplicemente si sedette di nuovo sulla panca, appoggiò la cartellina sulle ginocchia e disse:

— Io non vado via. Aspetto il maresciallo.

Calogero alzò finalmente lo sguardo dal telefono.

— Il maresciallo dorme, vecchio. Torna domani, non fare il testardo.

Il vecchio non rispose. Tirò fuori dal taschino interno della giacca una scatoletta metallica, la aprì con le dita che tremavano leggermente, e al suo posto, accanto alle pillole, vidi una fotografia in bianco e nero. Cadde a terra, scivolò sul pavimento di linoleum.

Lo sentii prima ancora di vederlo. Il rumore della porta dell'ufficio del maresciallo che si apriva in fondo al corridoio. Impossibile: alle due e mezza di notte, il maresciallo Ferraro non era mai in questura. E invece sì. Era lì. Camicia fuori dai pantaloni, l'aria di chi si era appena svegliato in branda.

— Che succede qui? — chiese, la voce roca.

Nessuno rispose. Il vecchio stava lottando per chinarsi a raccogliere la fotografia, ma la schiena non glielo permetteva. Il maresciallo si avvicinò. Si chinò lui. Raccolse la foto.

E poi restò immobile.

Lo vidi da dietro, ma lo sentii. Le spalle che si bloccavano. Il respiro che si fermava. Le dita che stringevano il bordo della fotografia come se avessero paura di sciuparla.

— Da dove… da dove la conosci? — chiese, e la voce non era più quella del maresciallo Ferraro che conoscevo da sette anni. Era un'altra.

Il vecchio alzò gli occhi.

— È mio figlio. Enrico.

Il maresciallo non disse niente. Per un lungo, lunghissimo momento, non disse niente. Poi si passò una mano sulla faccia, sui capelli grigi, sulla barba di due giorni.

— Il tenente Righi — mormorò. — Il tenente Enrico Righi. L'eroe di Nassiriya.

Il nome mi colpì come un pugno nello stomaco. Lo conoscevo. Tutti conoscevamo quel nome, in questura. Era sulla targa commemorativa all'ingresso, accanto alla bandiera. Il tenente che si era lanciato su una granata per salvare il suo plotone. Dieci uomini. Dieci padri di famiglia. Tornati vivi grazie a lui.

Il maresciallo fece un passo verso il vecchio. Poi un altro. Poi si inginocchiò. Lì, sul pavimento sporco della questura, davanti alla panca di legno, con le ginocchia che facevano male anche a lui.

— Signor Righi — disse, e la voce si spezzava — io ero uno di quei dieci. Suo figlio mi ha salvato la vita.

Io guardai Calogero. Calogero guardò me. Nessuno dei due riuscì a dire una parola.

Il maresciallo si rialzò. Si voltò verso la scrivania. Vide il cestino. Vide il bordo del foglio appallottolato che spuntava fuori.

— Che cos'è quella? — chiese, e il tono era gelato.

Ci fu un silenzio che pesò come una pietra.

Poi il maresciallo afferrò il bordo del cestino, lo sollevò, e rovesciò il contenuto sulla scrivania. Il foglio appallottolato rotolò fuori. Lo prese, lo aprì, lo lisciò con le mani.

— La denuncia del signor Righi — dissi, e la voce mi uscì sottile, come quella di un ragazzino colto in fallo.

Il maresciallo mi guardò. Non con rabbia. Peggio. Con una delusione così profonda che sembrava volermi attraversare.

— Tu hai cestinato la denuncia del padre del tenente Righi — disse lentamente, sillabando ogni parola.

Non risposi. Non potevo.

— Adesso la protocolli — disse il maresciallo, e spinse il foglio verso di me. — E poi domani mattina, alle otto, ti presenti nel mio ufficio. E mi spieghi perché un uomo di ottant'anni ha dovuto aspettare qui, da solo, per dire che non riesce a dormire.

Il vecchio guardò me. Lo guardai anch'io.

Poi, per la prima volta in quella notte, Armando Righi sorrise. Non un sorriso trionfante. Non un sorriso di vendetta. Solo la piega lieve delle labbra di un uomo che finalmente era stato ascoltato.

— Grazie, maresciallo — disse.

— No, signor Righi. Grazie a lei.

Il maresciallo prese la fotografia e gliela porse. Il vecchio la rimise nella scatoletta metallica, accanto alle pillole. Poi prese la cartellina blu, si alzò, e andò verso la porta.

— La denuncia — disse, senza voltarsi — la vuole protocollare adesso.

— Certo — disse il maresciallo. Poi guardò me. — Adesso.

Mi sedetti davanti al timbro. Aprii il registro. Battei il numero del protocollo, la data, l'ora. Presi il foglio e lo inserii nella cartellina gialla degli atti notificati.

Il vecchio lo guardò fare. Poi uscì, nel caldo della notte barese.

Il maresciallo si voltò verso di me e Calogero.

— Voi due — disse, senza alzare la voce — domani andate a casa mia. Con la macchina di servizio. E portate al signor Righi una copia della denuncia protocollata. A mano. E gli chiedete scusa.

Presi la cartellina. Il foglio, ora, era di nuovo liscio, ma restava stropicciato ai bordi, come le cose che vengono gettate via e che qualcuno decide di recuperare.

Più tardi, quando il maresciallo se ne fu andato e il ventilatore riprese a girare lentamente, Calogero mi guardò.

— Bel sistema di merda, il nostro — disse.

Non dissi niente. Avevo ancora in mano il timbro. Lo appoggiai sulla scrivania. Il rumore fu secco, come un colpo secco sul legno.

Il giorno dopo, alle sette e mezza del mattino, parcheggiai la macchina di servizio sotto casa del signor Righi, in via Sparano. Il portone era socchiuso. L'androne odorava di caffè appena fatto e di bucato steso. C'era un gatto rosso accucciato sul primo gradino delle scale, con una vecchia ciotola d'acqua accanto.

Salii tre piani a piedi. Calogero mi seguiva.

Bussai. Dopo un po' il vecchio aprì la porta. Indossava un pigiama a righe e una vestaglia di lana troppo pesante per quel caldo.

— Agente — disse.

Gli porsi la copia della denuncia. Non dissi niente. Non riuscivo a dire niente. Sentivo il foglio nella mano, leggero, eppure pesante.

Il vecchio lo prese. Lo guardò. Poi guardò me.

— I miei vicini — disse — stasera faranno di nuovo musica. E io chiamerò di nuovo.

— Chiami — dissi. — Stavolta la volante arriva in cinque minuti.

Lui annuì, una volta sola. Poi chiuse la porta.

Mentre scendevo le scale, sentii Calogero che rideva piano.

— Sei stato zitto — disse.

— Sì.

— Meglio così.

Il gatto rosso si alzò e si allungò sulle zampe, come se non gli importasse di niente. Dal portone aperto entrava la luce del mattino, già bianca, già calda.

Sette mesi dopo, il signor Armando Righi morì nel sonno, per un infarto. Il suo cuore, alla fine, lo aveva tradito.

Alla cerimonia funebre, nella chiesa di San Ferdinando, c'erano dieci uomini in divisa, tutti sulla cinquantina. Nessuno parlò. Solo il maresciallo Ferraro si avvicinò alla bara e posò sopra il legno una fotografia in bianco e nero, incorniciata: il tenente Enrico Righi, in uniforme.

Nessuno pregò ad alta voce.

Dopo la funzione, il maresciallo mi chiamò da parte.

— Sapevi che cosa aveva fatto per noi? — chiese.

— Lo sapevo — dissi. — Tutti lo sanno.

— E allora perché lo abbiamo trattato così?

Non risposi. Guardai la bara scendere nella terra, e il legno che cigolava, e la gente che si disperdeva nel cimitero.

Il maresciallo trasse un respiro lungo. Poi si voltò e andò via.

Io rimasi lì, con il berretto tra le mani. C'era un vecchio cappello di paglia appeso a un chiodo della cancellata. Il vento lo muoveva piano, avanti e indietro, come una mano che saluta.

Quando tornai in questura, aprii il registro delle denunce. C'era ancora il numero del protocollo. Lo toccai con il dito. Sotto, la grafia minuscola e ordinata del signor Righi era ancora lì, nera, netta.

Presi il timbro. Lo alzai.

E poi lo riabbassai, piano, sul registro aperto. Il colpo secco risuonò nel commissariato vuoto.

Il gatto rosso di via Sparano aveva smesso di aspettare sul gradino. Ma quella mattina, quando passai con la macchina di servizio, vidi che qualcuno aveva messo una ciotola nuova, piena d'acqua, accanto alla porta.

Rate article
Mediatop Newsline
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

Quando il maresciallo si inginocchiò: la storia che nessuno in questura si aspettava