«A mia madre serve più che a noi», disse Matteo, e spinse il carrello con la mia lavatrice verso il portone. Non andò lontano.
Sabato mattina, Torino. La nebbia si attaccava ai lampioni. Ero scesa in strada con la tazza del caffè ancora in mano. Il portone era aperto, e fuori c'era mio marito, piegato in due su un carrello da magazzino. Sopra, avvolta nel cellophane trasparente, c'era la mia Candy. Quella comprata tre anni prima, quando ancora lavoravo in via Roma e mettevo da parte i soldi del tredicesimo. Matteo non aveva messo una lira.
Lui, che di solito si lamenta pure per portare giù la spazzatura, adesso spingeva il carrello come un facchino alle prime armi. Sudava. Aveva una macchia scura sulla maglietta del Toro, all'altezza del collo.
— Dove stai andando? — ho chiesto.
Lui si è fermato, ha tirato il fiato e mi ha guardato come un benefattore.
— Alla mamma. La sua fa un rumore della madonna quando centrifuga. Gliela porto. Poi ne compriamo un'altra per noi.
— Con quali soldi?
— Con quelli che hai messo via tu. Perché ti fermi? Io ho già staccato i tubi, ho svuotato l'acqua, ho chiamato il furgone. Arriva tra venti minuti.
Non ho urlato. Ho guardato la mia lavatrice avvolta nel cellophane. Sul lato si vedeva ancora l'adesivo con il codice a barre, mezzo staccato. Sopra c'era l'etichetta del trasloco scritta con il pennarello nero: "Mamma".
— Certo, — ho detto. — Aspetta un attimo.
Sono salita in casa. Ho aperto l'armadio in corridoio. Ho preso il trolley grande, quello blu che usiamo per le vacanze al mare. L'ho steso sul letto. Dentro ci ho buttato le sue polo, due paia di jeans, i calzini, le mutande. Poi ho aperto l'armadietto in alto ed è venuta giù la scatola di latta con la sua collezione di figurine dei calciatori degli anni Novanta. L'ho schiacciata tra le magliette. Ho aggiunto la cesta di vimini con il bucato sporco — quello che lui non ha mai portato in lavanderia da solo — e il suo cuscino ortopedico, quello con la fodera grigia che puzza di sonno.
Sono scesa. Il furgone non era ancora arrivato. Sulla panchina davanti al portone, Vittorio, il vicino del secondo piano, fumava il suo sigaro e ci osservava da sotto la visiera del cappello da pescatore. L'ex tecnico di elettrodomestici. In pensione da dodici anni. Dalla radiolina appesa al bracciolo usciva la radiocronaca di una partita di calcio. Il suo cane, un meticcio peloso, sbadigliava sotto la panchina.
Ho messo il trolley accanto al carrello. Sopra, la cesta. Poi il cuscino, appoggiato sul manico.
Matteo è rimasto fermo. Ha sbattuto le palpebre.
— E questo cos'è?
— Dotazione completa. La lavatrice va via con il suo accessorio principale: il fornitore ufficiale di calzini sporchi. E con il responsabile acquisti del detersivo. E con l'uomo che paga le bollette dell'acqua e della corrente.
Ho battuto la mano sulla cesta.
— Tu hai detto: "Un vero uomo decide in fretta". E io ho deciso di integrare il tuo regalo.
Vittorio ha tossito, nascondendo un mezzo sorriso — il primo e ultimo sorriso della giornata. Pensavo di non usarne più di due, e sono già a uno. Meglio toglierlo. Ho pensato.
Ho tirato fuori il telefono dalla tasca del giubbotto. Ho aperto la videochiamata. Anna, mia suocera, ha risposto subito. Doveva essere seduta al tavolo di cucina, perché dietro di lei vedevo la credenza con i piatti di ceramica.
— Amore, quando arrivi? Ho preparato i taralli. È in funzione la macchina nuova?
— Signora Anna, buongiorno! — ho detto, spingendomi davanti alla telecamera e spostando Matteo con la spalla. — Che bella notizia! Le mando non solo la lavatrice, ma anche suo figlio. Con vestiti, cuscino ortopedico e collezione di figurine. Così avrà chi le preme i tasti e chi le carica il detersivo. Paga lui.
La faccia di Anna è cambiata in un secondo. Il tono mellifluo è sparito.
— Come sarebbe "suo figlio"? Io non ho posto per lui! Il divano letto è occupato dalle cassette dei pomodori. E poi un uomo adulto va mangiato, lo sai quanto costano i prodotti? A me serviva solo la macchina!
— Che peccato. Da noi c'è una promozione: ritiro di beni altrui + figlio in omaggio. Non si consegna separato.
Vittorio si è sporto dalla panchina, spegnendo il sigaro sulla suola della scarpa.
— Anna, ma cos'ha la sua lavatrice? — ha chiesto, alzando la voce verso il telefono.
Anna, ancora arrabbiata, ha borbottato:
— Sbatte quando centrifuga. Sembra che dentro ci siano i sassi. Fa un bordello tremendo.
Vittorio si è strofinato la barba grigia.
— Sassi? Avrà il filtro intasato. Una moneta, una graffetta, il ferretto del reggiseno… Si svita il tappo sotto, si toglie la porcheria, si lava e si riavvita. Dieci minuti. E voi avete messo su un trasloco?
È calato il silenzio. La faccia di Matteo è diventata color mattone. La sua operazione eroica si stava squagliando come neve al sole. Il cane di Vittorio si è alzato, ha fatto due giri su se stesso e si è rimesso giù.
In quel momento, con uno stridore di freni, è arrivato il furgone. Un Fiat Ducato bianco, mezzo scrostato, con la scritta "Traslochi Espressi" sulla fiancata. L'autista è sceso, si è tolto il cappello e ha guardato la scena.
— Allora? Carichiamo o no? Ho un altro lavoro in collina tra un'ora. Se non caricate, paga la corsa a vuoto.
Matteo si è girato verso di me, poi verso il carrello, poi verso Vittorio, poi verso il telefono dove Anna ripeteva «voglio solo la macchina, solo la macchina».
— Carica? — ho chiesto a Matteo, con la voce più tranquilla del pianeta. — Hai deciso tu. Finisci il lavoro.
— Ma io…
— Niente ma. Hai chiamato il furgone, paghi tu.
L'autista ha sbuffato.
— Senta, io non ho tempo da perdere. Se non caricate, sono ottanta euro di chiamata a vuoto.
Matteo ha infilato la mano nel portafoglio. Ha tirato fuori due banconote da cinquanta. L'autista gli ha reso venti euro. Ottanta euro, esatti. La sua faccia si è contratta come quando gli arriva una bolletta del gas storta. Il furgone è ripartito, lasciando una nuvola di gas di scarico.
— Ora, — ho detto, — riporti la lavatrice dentro. Con la stessa delicatezza con cui l'hai tirata fuori. Poi ricolleghi i tubi, controlli che non vibri. Dopo, vai da tua madre e le pulisci il filtro. Con le tue mani.
— Ma io non so farlo.
— Imparerai. Vittorio ti spiega.
— Io? — ha detto Vittorio, affacciandosi con gli occhi che ridevano. — Ma certo. Anzi, ti presto pure il cacciavite. Però se rompi qualcosa, paghi tu.
Matteo ha afferrato il carrello e l'ha spinto verso il portone, imprecando a denti stretti. Il trolley, la cesta e il cuscino sono rimasti sulla strada, a guardarlo. Dopo un paio di minuti, ho sentito un tonfo e un'imprecazione più forte.
— Ho sbagliato il gradino!
Vittorio si è alzato, si è avvicinato al portone e ha guardato dentro.
— Ehi, la piastrella! Non graffiarmi il marmo!
Più tardi, dal bagno arrivavano rumori di chiavi inglesi che cadevano sul pavimento, di acqua versata, di imprecazioni in piemontese. Matteo aveva svitato il tubo di carico e aveva spanato la filettatura. È dovuto uscire di corsa, andare alla ferramenta in fondo al corso, comprare un raccordo nuovo. Trentacinque euro, mi ha detto il commesso, che stava per chiudere. Quando è tornato, aveva il pantalone fradicio fino al ginocchio e una chiazza di unto sulla faccia.
Nel pomeriggio è andato da Anna. Io sono rimasta in casa. Dalla finestra ho visto il tram delle quattro passare, mezzo vuoto. Sul davanzale, la piantina di basilico si era piegata per il vento. L'ho raddrizzata.
Verso sera, Matteo è tornato. Aveva le mani nere e l'aria di uno che ha perso una guerra. Ha appoggiato sulla credenza una bustina di plastica.
— Erano questi i sassi, — ha detto.
Dentro c'erano: una perlina finta, una moneta da un centesimo, uno spillo da balia arrugginito e un ferretto di reggiseno. Tutto pescato dal filtro della lavatrice di Anna.
— Dopo la pulizia, la macchina è diventata silenziosa. Non si sente più niente, nemmeno in centrifuga.
Anna, ovviamente, ha tentato di dire che la macchina nuova le sarebbe servita comunque, perché la sua è vecchia. Ma Matteo ha alzato una mano, senza nemmeno girarsi.
— Mamma, controlla il filtro.
Poi è andato in bagno a lavarsi. Io sono andata in cucina, ho aperto il cassetto delle pile e ho preso un'etichetta autoadesiva. Ho scritto con il pennarello nero: "Proprietà di Chiara — 2023". Sono andata in bagno. La lavatrice era di nuovo al suo posto, contro la parete. Mi sono chinata e ho attaccato l'etichetta sul lato, sopra il marchio Candy.
Matteo è uscito dalla doccia, si è fermato sulla porta. Ha visto l'etichetta. Ha aperto la bocca.
— Mamma, controlla il filtro, — ho detto io.
Lui ha chiuso la bocca. È rimasto lì, con l'asciugamano in mano, a fissare il cestello che cominciava a girare.







