Una suocera non è mai un’ex

Il cellulare vibrava per la terza volta nel giro di un’ora, camminando da solo sul bordo del bancone da lavoro. Lorenzo non si voltò. Aveva le mani sporche di colla di coniglio e la testa piegata sul cassetto di un comò veneto che il cliente voleva pronto per sabato. La vibrazione ronzava contro una lattina di solvente. Al quinto squillo, la segreteria.

Poi il trillo di un messaggio. Lo lesse senza sbloccare il telefono: “Lorenzo, ti chiamo solo per sapere se hai mangiato. Richiamami quando puoi. A.”

Cancellò la notifica e tornò al cassetto. Il legno sapeva di cera e di polvere vecchia. Fuori, sotto i portici di via Zamboni, qualcuno bestemmiava contro una bicicletta caduta. Bologna si stava svegliando male, con una pioggia sottile che bagnava i sampietrini e il bancone del fornaio all’angolo.

Un anno prima non avrebbe nemmeno risposto. Anzi, no. Avrebbe risposto male, con quel tono da uomo occupato: “Sì, ho mangiato. Grazie. Adesso devo lavorare.” E poi sarebbe rimasto lì a fissare il telefono, colpevole e infastidito.

Aurelia era la madre di Silvia. Silvia era stata sua moglie per quattro anni. Silvia adesso viveva a Boston, lavorava in uno studio di architettura e ogni tanto mandava foto di grattacieli e avocado toast. Il divorzio era stato civile, senza avvocati, senza scenate. Due persone ambiziose che avevano smesso di dormire nello stesso letto. Stop.

Ma Aurelia non aveva firmato nessun divorzio. Per lei Lorenzo era rimasto “il mio genero”, anche quando il genero non lo era più. All’inizio lo chiamava ogni tanto, con la scusa di una bolletta o di un rubinetto che perdeva. Poi ogni giorno. Poi due, tre volte al giorno.

La prima volta che Lorenzo aveva visto il suo nome sul display, dopo il divorzio, aveva provato un fastidio fisico: una specie di prurito alla nuca.

— Pronto?

— Lorenzo, sono io. Come stai? Non ti disturbo?

— No, no. Dica.

— Volevo solo sapere se ti serve ancora la macchina per il trasloco. Mio cugino ha un furgone, te lo mando.

— Grazie, signora Aurelia. Ho già risolto.

— Ah, bene. Allora quando passi da queste parti, fermati. Ho fatto la ciambella. Quella con l’uvetta, ti piaceva tanto.

— Passerò. Grazie.

Non passava mai. E lei continuava a chiamare.

Lorenzo non era cattivo. Era solo un uomo di trentanove anni con una bottega di restauro in centro, abituato a risolvere le cose con le mani e a non parlare più del necessario. Da bambino aveva imparato che il telefono serviva per le emergenze: “Torna a casa”, “Dov’è la tessera sanitaria”, “La nonna è caduta”. Non per chiacchierare.

Ma la solitudine di Aurelia era diversa dalla sua. Era una cosa densa, che riempiva le stanze e le faceva parlare con la gatta.

La gatta si chiamava Nuvoletta. Una certa età, pelo grigio, un occhio col ghiaccio. Quando Lorenzo andava a cena da lei, ai tempi del matrimonio, Nuvoletta lo seguiva come un’ombra, si sedeva sulle sue scarpe e non guardava mai Silvia. Silvia diceva che quella gatta aveva un cattivo gusto.

Un pomeriggio di novembre, Lorenzo stava trattando con un cliente per un tavolo del Seicento. Il cliente era un avvocato di Firenze, di quelli che parlano al telefono anche mentre ti stringono la mano. Lorenzo aveva il cellulare in tasca, silenzioso, ma sentiva la vibrazione contro il femore. Una, due, tre volte. Poi un messaggio: “Nuvoletta non mangia da ieri. Non so cosa fare. Scusa se disturbo.”

Chiamò appena il cliente uscì dalla bottega.

— Signora, perché non mi ha detto subito che c’era la gatta?

— Non volevo disturbarti. Ho provato da sola, ma non riesco a metterla nel trasportino. Mi graffia.

— Arrivo.

Chiuse la bottega in fretta, dimenticò il cellulare sul bancone e prese la macchina sotto la pioggia. Quando suonò al citofono di via Saragozza, Aurelia aprì in vestaglia, con i capelli bianchi raccolti in due mollette rosa. La gatta stava sotto il calorifero, immobile, con la coda gonfia.

La portarono dal veterinario. Niente di grave: una palla di pelo e un principio di cistite. Lorenzo pagò la visita, centodieci euro, e non disse nulla. Aurelia lo guardò mentre firmava la ricevuta. Non sorrise. Si chinò sulla gatta e le sussurrò qualcosa, con la bocca vicino al pelo.

Tornando in macchina, Lorenzo guardava le luci dei portici e sentiva un nodo in gola. Non era tenerezza. Era vergogna.

Perché quella donna non aveva nessuno. Aveva una figlia dall’altra parte dell’oceano, una pensione minima da commessa, la gatta e un telefono che usava male. E lui aveva smesso di rispondere per dispetto.

Da quel giorno, cambiò qualcosa. Non tutto. Ma qualcosa.

Lorenzo cominciò a richiamare. A volte la sera, mentre sverniciava una cornice. Si accorgeva che quei discorsi inutili — il condominio, il tempo, il nuovo cibo della gatta — gli toglievano un peso. Erano più leggeri del silenzio che aveva tenuto addosso per mesi.

Una domenica arrivò sotto casa sua senza preavviso, con un sacchetto di paste calde della latteria. Aurelia aprì e restò un attimo immobile, con una mano sulla maniglia.

— È successo qualcosa?

— Niente. Ero in zona, ho pensato di salire.

— E questo?

— Colazione. Quella al pistacchio è per lei. La bignè al cioccolato per la gatta.

Aurelia lo fece entrare, prese le paste e andò in cucina a mettere su la caffettiera. Nuvoletta comparve dall’armadio, lo annusò e gli si strofinò sulla caviglia. Lorenzo si sedette sul divano con il cappotto ancora addosso.

— Sa, signora, un anno fa avrei inventato una scusa.

— Lo so.

— E invece sono qui.

— Lo so. Vuoi il caffè macchiato?

— Sì.

Non parlarono molto quella mattina. Ma quando Lorenzo uscì, sotto il portone, si voltò e guardò la finestra del terzo piano. La tenda si muoveva. Non era la gatta.

Poi arrivò l’inverno. Lorenzo prese l’influenza. Febbre a trentanove e mezzo per tre giorni, da solo in casa, con la gola chiusa e nessuna voglia di parlare. Il telefono squillava ogni ora. Non rispose per un giorno intero.

Il secondo giorno, sentì il citofono. Poi bussare. Poi la chiave girare nella toppa.

Aurelia entrò con una borsa termica, un ombrello gocciolante e la gatta in un trasportino a tracolla.

— Come sei messo, Lorenzo?

— Signora, ma come è entrata?

— Mi hai dato tu le chiavi, tre anni fa, quando Silvia è partita. Non te lo ricordi?

No, non se lo ricordava. Non si ricordava quasi nulla di quei mesi dopo il divorzio. Forse erano stati solo nebbia.

Aurelia mise sul fuoco il brodo, aprì le finestre per cambiare l’aria, gli mise la mano sulla fronte e ritirò la mano come se si fosse scottata.

— Prendi la tachipirina. E bevi. Hai una faccia da cadavere.

— Grazie, signora. Molto gentile.

— Zitto. Dov’è lo spazzolino della gatta?

Lorenzo ci mise un momento a capire se stesse scherzando. Non scherzava.

Passò tre ore. La febbre scese a trentasette e otto. Aurelia gli lasciò sul comodino un thermos di brodo, due vasetti di pappa per Nuvoletta e una bustina di camomilla. Poi si sedette sulla poltrona, con la gatta in braccio, e guardò il telefono di Lorenzo.

— Da questo affare non ti sei mai accorto di quanto mi sentivo sola, vero?

La domanda arrivò come una lama piatta, senza colpa.

— No, signora. Non me ne sono accorto.

— Neanch’io, all’inizio. Poi ho smesso di litigare con il silenzio. Ho cominciato a chiamarti. Tu pensavi che fossi matta.

— Non ho mai pensato che fosse matta.

— Sì. E avevi ragione. Ero matta di solitudine.

Lorenzo prese un respiro. Il termos di brodo fumava accanto al letto.

— Mi dispiace.

— Non serve. Ti ho perdonato il giorno del veterinario. Quando hai pagato senza dire niente. Ho capito che eri rimasto tu.

Quella sera, quando uscì, Aurelia lasciò il suo ombrello nel portone. Un ombrello vecchio, verde bottiglia, con il manico di legno curvo. Lorenzo lo trovò il giorno dopo, lo mise in bottega e non lo riportò mai indietro.

Lo usava quando pioveva. Ogni tanto lo apriva, lo chiudeva, lo lasciava asciugare accanto al bancone. I clienti chiedevano: “È suo?” Lui diceva di no. Non aggiungeva altro.

Poi, un martedì di giugno, Aurelia smise di chiamare.

Lorenzo se ne accorse solo al quarto giorno, perché era sotto una scadenza per una coppia di tedeschi che voleva una libreria liberty restaurata a regola d’arte. Quando finalmente prese il telefono, c’erano venti chiamate perse. Tutte sue. Nessuna di Aurelia.

Chiamò. Niente.

Andò sotto casa. Citofono muto.

Poi la vicina, la signora Grazia del secondo piano, lo riconobbe dal portone.

— Ah, Lorenzo. È andata via.

— Come, andata via?

— Ha venduto. Ha lasciato le chiavi da mia cugina, l’agenzia. Io non so niente.

Lorenzo sentì il sangue andare via dalle mani. Salì le scale di corsa, suonò alla porta. Il campanello risuonò in una casa vuota. Dietro la porta, sentì un miagolio. La gatta.

Chiamò l’agenzia. La cugina di Grazia gli disse che Aurelia aveva firmato tutto la settimana prima. Non aveva lasciato indirizzo. Solo una busta.

— Una busta per chi?

— Per lei. Per il signor Lorenzo Mariani.

Lorenzo tornò in bottega con la busta. La aprì. Dentro c’era un mazzo di chiavi, un atto notarile e un biglietto scritto con una calligrafia incerta.

“Ti lascio la gatta. E l’ombrello. E vado a vivere in una casa protetta a Parma, si chiama Villa Maria. Non dirmi di no. Vendi la casa, me l’ha consigliato il notaio. Il ricavato è tuo. Così almeno ti ho lasciato qualcosa di vero. A.”

Lorenzo appoggiò il foglio sul bancone. La colla di coniglio era seccata. Il comò veneto era finito. Sembrava un oggetto inutile, un pezzo di legno senza anima.

Prese il cellulare. Rilesse il messaggio che aveva cancellato un anno prima: “Ti chiamo solo per sapere se hai mangiato.”

Poi guardò l’atto notarile. Donazione. Immobile in via Saragozza 14, Bologna. Valore catastale: duecentoquarantamila euro.

Aurelia aveva firmato. Il notaio aveva timbrato. Tutto era in regola. E la gatta era rimasta lì, dietro la porta vuota.

Lorenzo prese la macchina e partì per Parma. Aveva l’ombrello verde sul sedile del passeggero.

Arrivò a Villa Maria alle sette di sera. La direttrice lo guardò con sospetto.

— Siamo noi a chiamare i parenti. Non il contrario.

— Io non sono un parente. Sono il suo genero.

— Ex, immagino.

— Non esiste.

La direttrice lo fece entrare in un salottino con le pareti color burro e l’aria che sapeva di minestra. Aurelia era seduta vicino alla finestra, con una tazza di tè tra le mani. Indossava una giacca a fiori che Lorenzo non le aveva mai visto.

Quando lo vide, non si alzò.

— Hai trovato la gatta?

— Sì. Sta bene. Ha paura dei muri nuovi.

— Non sono muri nuovi. È il mio inferno.

— Signora Aurelia…

— Non ti devi sentire in colpa. Ho fatto tutto da sola. Tu sei giovane, devi vivere.

Lorenzo prese una sedia e la trascinò davanti a lei. Il rumore delle gambe della sedia sul pavimento coprì il ticchettio di un orologio a muro.

— Ascolti. Io non so niente di atti, di donazioni, di appartamenti. Però so una cosa: due anni fa ha attraversato la città con la febbre a quaranta e una gatta in un tracolla per portarmi il brodo. E questo, signora, non c’entra con il matrimonio di sua figlia.

Aurelia strinse la tazza. Il tè tremava.

— Io non volevo disturbarti.

— Ha fatto molto peggio. Ha fatto finta di sparire.

— Perché ti voglio bene. E il bene qualche volta è lasciare andare.

Lorenzo aprì l’atto notarile e lo posò sul tavolino tra loro. Prese una penna dalla tasca della giacca. Con calma, senza guardarla, scrisse sopra il frontespizio: “Rinuncio. Non sono il figlio. Non sono il padrone. Sono quello che resta.”

Poi prese l’ombrello verde e lo aprì. Lì, nel salottino, con la pioggia che batteva sui vetri.

— Signora, torni a Bologna. Con la gatta. Con me. Non vendo niente.

Aurelia abbassò lo sguardo sul tè. Una lacrima cadde dentro la tazza, senza rumore.

— Non piango, guarda. Mi è andata la polvere nell’occhio.

— Lo so.

Lorenzo chiuse l’ombrello, lo appoggiò alla sedia e prese le mani di Aurelia.

— Io non ero pronto ad avere una famiglia. Forse non lo sono ancora. Ma non ho nessun altro che mi chiami per dirmi di mangiare. E questo, signora mia, vale più di duecentoquarantamila euro.

La direttrice sbirciò dalla porta. Poi si ritirò.

Aurelia tornò a Bologna il mese dopo. La gatta la aspettava sul pianerottolo di via Saragozza, davanti alla porta ancora chiusa. Quando Lorenzo girò la chiave, Nuvoletta entrò per prima e si sdraiò sul vecchio tappeto.

La casa non era stata venduta. L’atto era stato strappato e buttato nella carta straccia. Lorenzo glielo disse in cucina, mentre preparava la caffettiera.

— Ho strappato tutto. Ho fatto bene?

— Sei un cretino.

— Lo so. Ma un cretino che ha fame.

Aurelia rise. Era la prima volta che Lorenzo la sentiva ridere dopo mesi. Il suono veniva da qualche parte nel petto, come un colpo di tosse leggera.

— Adesso va a sederti. Faccio io la pasta. Hai un cappotto fradicio.

Lorenzo si tolse il cappotto e lo appese accanto all’ombrello verde, nel corridoio. Poi si voltò.

— Signora.

— Dimmi.

— Da oggi la chiamo mamma. Se mi scappa una volta, non si offenda.

Aurelia non disse nulla. Prese un apriscatole dal cassetto e cominciò ad aprire la scatola di pomodori. Le mani le tremavano, ma non per la vecchiaia. Il barattolo cadde nel lavandino con un tonfo sordo. Non si girò.

— Va bene, Lorenzo. Ti lascio provare.

La gatta saltò sul tavolo e annusò il pane. Fuori, la pioggia era smessa da un pezzo. Un raggio di sole entrò dalla finestra e colpì il manico di legno dell’ombrello, appeso al chiodo.

Lorenzo guardò quell’oggetto e pensò che avrebbe potuto venderlo con la bottega, un giorno, insieme ai suoi attrezzi. Ma no. Quello restava. Come la gatta. Come lei.

— Mamma, il caffè viene su.

— Vengo.

E andarono in cucina.

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