Il gatto pesava sì e no tre chili. Eppure quei tre chili, stretti al petto di Enzo, pesavano più dei dodici anni che aveva passato con Anna. Lui stava fermo sulle scale, al secondo piano, dove la lampadina tremolava come al solito. Il rosso gli si aggrappava alla camicia a quadri, gli artigli piantati nella stoffa. Enzo era uscito di casa senza chiudere bene la porta, con la voce di Anna ancora addosso.
— Buttalo fuori. Ti ho detto di buttarlo.
Lei era ferma in cucina, col vecchio accappatoio blu a righe sfondato, la cerniera rotta da due inverni. Aveva puntato il dito verso il corridoio. Il gatto era una cosa sporca, un problema, un altro oggetto da eliminare.
Enzo era sceso di sotto, col cuore che batteva contro le costole del gatto. Non aveva risposto. Non aveva mai risposto.
Sul pianerottolo del terzo piano si era fermato. La signora Loredana aveva appeso fuori dalla porta un sacchetto di pane secco per gli uccelli. Dentro casa sua, la canarina dormiva. Enzo ricordò quando Anna gli aveva fatto buttare la Vespa. Non perché fosse rotta: perché occupava posto nel garage. Lui l’aveva venduta a un ragazzo di Moncalieri per quattrocento euro. Poi era toccato alla collezione di vinili di suo padre. — Non li ascolti più, sono solo polvere. — Li aveva portati al mercato dell’usato, una domenica mattina di novembre. Un tizio gliene aveva dati cinquanta. E poi era toccato ad Andrea, il suo amico di sempre. — Stai sempre fuori con lui. Qui ci sono io. — Enzo aveva smesso di rispondere alle chiamate. Andrea aveva insistito per un mese, poi aveva smesso anche lui.
La mamma? L’anno scorso aveva chiesto se poteva venire a Torino per Natale. Enzo stava già per dire di sì, ma aveva visto Anna scuotere la testa dietro la porta.
— Meglio dopo le feste, mamma, — aveva detto.
— Va bene, Enzo. — La voce della madre era calata. Più del rimprovero, faceva male quel tono spento.
Il gatto emise un brontolio leggero, come un piccolo motore acceso. Enzo lo strinse più forte.
Scese in strada. Ottobre, sera, aria umida. Da una giostra di caldarroste all’angolo saliva odore di castagne bruciate. Il tram numero 4 passò dietro i portici, stridendo sui binari bagnati. Sul marciapiede, una signora col cappotto beige spingeva un carrellino della spesa vuoto. L’asfalto lucido rifletteva le luci dei fari.
Enzo non andò verso i cassonetti. Si sedette sulla panchina, sotto il lampione. Il gatto si sistemò sulle sue ginocchia, ritirò le zampe e iniziò a fare le fusa. Aveva il pelo ruvido, sporco in più punti, ma era caldo. Enzo passò una mano sulla schiena magra. Sentiva le costole una a una, come i paletti di un cancello.
Al quarto piano, la finestra della cucina era illuminata. Vide Anna passare dietro la tenda. Stava lavando i piatti. Lei cenava sempre da sola, senza aspettarlo. La sua cena era nel microonde, con un post-it giallo: «Scalda tu». Dodici anni di post-it, di porte chiuse, di tv accesa in salotto.
Un tempo era diverso. Il primo anno a Torino, Anna lo aspettava sulla porta. Cucinava i peperoni al forno. Rideva. Gli chiedeva del lavoro e ascoltava davvero. Poi, piano piano, i peperoni erano diventati piatti pronti del supermercato. Le domande erano diventate «non disturbare». E «facciamo qualcosa insieme» era diventato «ti ho detto di no».
Come la lampadina del secondo piano: non si era fulminata di colpo. Prima aveva iniziato a tremolare.
L’inverno scorso Enzo si era preso una bronchite. Febbre a trentanove e otto. Era rimasto sul divano a tossire, col fiato corto. Anna non era entrata in camera. Aveva sbattuto una pentola sul gas e urlato da dietro il muro:
— Non fare il bambino, sono stanca anch’io!
Enzo non aveva pianto. Non riusciva nemmeno a respirare.
Il gatto si stirò leggermente, gli poggiò una zampa sul polso. I cuscinetti erano un po’ ruvidi, freschi. Non tirò fuori gli artigli. Solo un tocco.
Il telefono iniziò a squillare nella tasca della giacca. Enzo lo tirò fuori. Sul display, il nome: Anna. Le lettere bianche bruciavano nel buio.
Lui rispose.
— Dove sei? — La voce di lei, secca. Un ordine, non una domanda.
— Non torno più.
Riattaccò. Spense il telefono. Poi si sfilò le chiavi dalla tasca. Due chiavi su un anello di metallo, con un graffietto sul lato. Le guardò un istante. Pesavano niente. Eppure, per dodici anni, lo avevano tenuto attaccato a quella porta.
Le mise sulla panchina, accanto a sé. Poi ci posò sopra il telefono spento.
— Andiamo, — disse al gatto.
Si alzò. Attraversò piazza Statuto, passò davanti alla farmacia chiusa, alla vetrina di una lavanderia automatica. Entrò in un minimarket aperto di notte. Prese una scatoletta di cibo per gatti da due euro e cinquanta, una bottiglia d’acqua. La commessa, una donna sui sessanta con gli occhiali rossi, guardò prima lui, poi il gatto. Non disse niente.
Enzo pagò. Poi uscì. Il gatto non tremava più. Stava immobile contro il suo petto, gli artigli nella stessa asola sfilacciata.
Da un bancomat all’angolo, Enzo prelevò duecento euro. Tutto il resto rimaneva sul conto comune. Non voleva niente. Solo il gatto, e il rumore dei suoi passi.
Camminò fino alla stazione di Porta Susa. Il piazzale era quasi vuoto. Un barbone dormiva su una panchina, coperto da un sacco a pelo grigio. Enzo si sedette su un gradino, aprì la scatoletta. Il gatto mangiò in fretta, leccando il sughetto fino all’ultimo. Poi si accucciò di nuovo sulle sue ginocchia.
Enzo guardò l’orologio della stazione: le undici e venti. Tra poco sarebbe arrivata la pioggia. Una pioggia fine, autunnale, che avrebbe bagnato la panchina sotto casa, le chiavi, il telefono spento.
Anna li avrebbe trovati solo la mattina dopo, quando sarebbe scesa a comprare il pane. Avrebbe visto la panchina vuota. Si sarebbe avvicinata. Avrebbe preso l’anello con le due chiavi. Le avrebbe riconosciute subito, da quel graffietto. Poi avrebbe sollevato il telefono spento. Lo avrebbe acceso. Avrebbe visto l’ultima chiamata, la durata: undici secondi. Il tempo di dirle «Non torno più».
Sarebbe risalita in casa. Avrebbe guardato il corridoio. La porta era rimasta socchiusa. Il vento l’aveva spinta, ma non chiusa.
Anna avrebbe chiamato di nuovo, dal telefono fisso. Solo squilli. Poi avrebbe mandato un messaggio: «Non fare il bambino». E un altro: «Dove sei?». Ma il telefono era rimasto sulla panchina, spento, con lo schermo nero che si bagnava.
Enzo, intanto, saliva su un treno notturno per Genova. Il biglietto costava ventidue euro. Il gatto dormiva dentro la sua giacca, senza fiatare.
Fuori dal finestrino, le luci di Torino si allontanavano. Enzo non le guardò. Guardò il gatto. Il petto del piccolo animale si alzava e si abbassava, regolare.
Aveva smesso di tremare. Aveva smesso di avere freddo.
E per la prima volta da dodici anni, anche Enzo.







