Alle otto e venti di sera ho suonato alla porta di casa. Avevo due buste del Carrefour, il portatile nello zaino e una vaschetta di salmone che mi stava piegando le dita. Dalla parte di là ho sentito le pantofole di Antonia, non i passi di Michele. Lo scatto del catenaccio. Lei mi ha aperto con la vestaglia rosa, quella che le avevo regalato due Natali prima e che ormai vedevo ogni giorno.
«Sei tu? Avevo messo la catenella. Con tutte le rapine che ci sono in zona.»
Non c’erano rapine, c’era un mercato di Porta Palazzo che la mattina si svegliava alle sei. Ma lei adorava far sembrare pericoloso il nostro palazzo di corso Giulio Cesare.
Sono entrata. In corridoio c’erano le sue ciabatte, quelle con il pelo, e dietro la porta un ombrello a fiori appeso alla maniglia. Il mio ombrello nero non c’era più: era finito chissà dove, probabilmente in cantina con le tende vecchie. Lei mi è stata addosso prima ancora che posassi le buste.
«Cos’hai comprato?»
«Niente di che.»
«Fammi vedere.»
Ha messo le mani nella busta e ha tirato fuori il salmone.
«Ma quanto costa questo?»
«Otto e sessanta al pezzo. Due porzioni. Per me e Michele.»
«Otto e sessanta? Al banco del mercato con cinque euro ci compro un chilo di alici. Sei diventata di famiglia reale?»
«Io il salmone lo mangio. Michele anche.»
«E io niente?»
«Lei ha detto che stasera avrebbe mangiato minestrone.»
«Ho cambiato idea. Si può cambiare idea in questa casa o no?»
Le ho lasciato il salmone e ho svuotato il resto: yogurt, pane, una confezione di caffè macinato. Lei ha annusato da lontano.
«Macinato?»
«Macinato.»
«Io bevo solo quello d’orzo. Lo sai.»
«Lo so. Questo era per noi.»
«Per voi. Già.»
L’appartamento l’avevamo comprato due anni prima. Un trilocale di cinquantadue metri in corso Giulio Cesare, sesto piano, ascensore che funzionava a giorni alterni. Mutuo trentennale, cointestato, rata seicentoquaranta euro. Michele aveva pianto quando la banca ci aveva chiamato per l’ok. Io l’avevo baciato in mezzo alla stanza vuota, tra l’odore di vernice e i fili scoperti del citofono. Non rideva nessuno. Io tenevo in mano la chiave nuova e non ci credevo.
Per tre mesi avevamo vissuto da soli. Prima il materasso, poi il tavolo, poi le tende. Michele montava i mobili dell’Ikea e io gli porgevo le viti. La sera mangiavamo seduti per terra, ognuno con una forchetta diversa, perché il set nuovo non l’avevamo ancora scelto. Parlavamo di andare a Creta a maggio, cinquecento euro a testa, una settimana. Non ci siamo stati. Ad aprile ha telefonato Antonia.
«Michele, mi fai stare da voi un mese? Qui con i lavori c’è una polvere che mi entra nei polmoni. Lo sai che soffro di bronchite.»
«Certo, mamma. Ci mancherebbe.»
Io ho posato il cucchiaio nello yogurt. Ho guardato Michele, lui si è girato con il telefono in mano e mi ha fatto cenno con la mano. Solo un mese.
Antonia è arrivata con due valigie e un borsone a quadri. Dentro c’erano tre pentole di alluminio consumate. «La mia pentola ha la crostina di vent’anni. Il sugo viene un’altra cosa.» Io non sapevo cosa fosse la crostina. E non volevo saperlo.
Dopo un mese disse che la ditta di lavori era sparita con i soldi. Dopo due, che doveva cambiare l’impianto idraulico. Dopo tre, che per la cucina non bastava il preventivo. Michele le fece un bonifico di milleduecento euro. Io lo vidi per caso sul suo telefono mentre caricava la batteria. Non dissi niente. Quella notte mi girai verso il muro.
A Natale decorò il nostro albero con i suoi addobbi: un pupazzo di lana marcio, ghirlande di carta, palle con la vernice saltata. Io portai a casa una scatola di palle blu opache dal centro commerciale. Lei le guardò e disse: «Il blu porta lutto. Non lo sai?» La scatola finì sull’anta più alta dell’armadio. Non fu più aperta. Il primo gennaio mi svegliai alle sette e mezza con la televisione già accesa. Antonia guardava un programma di cucina e commentava: «Ma come si fa a comprare il tonno in scatola? Vergogna.» Michele dormiva accanto a me sul divano letto in soggiorno, a un passo dai fornelli. Lei occupava la nostra camera da letto.
«Michele. Sveglia.»
«Che c’è?»
«Così non va più avanti.»
«Cosa?»
«Tua madre. Quanto è che sta da noi?»
«Un anno e qualcosa.»
«Un anno e otto mesi. Io non posso neanche decidere cosa mangiare a colazione. Se faccio i biscotti, lei dice che le fanno male. Se compro lo yogurt greco, dice che è un lusso. Sto in casa mia e chiedo permesso.»
«Hai rotto con la colazione?»
«Non è la colazione. È che non esisto.»
Lui si alzò. Io rimasi seduta sul bordo del divano, con le dita attorno al bordo della tazza. Antonia in camera non dormiva. La sentii girare sul letto. Poi la sua voce: «Michele, che dice quella? Parla di me?» «Mamma, riposa.» «Come faccio a riposare se in casa tua mi si offende?»
In casa tua. Lo disse piano, ma abbastanza da arrivare in salotto. Io contai fino a quaranta. Poi uscii.
Al lavoro la collega Cinzia me lo lesse in faccia.
«Clara, tu hai il muso lungo da due mesi.»
«Sto bene.»
«Senti, io ho sessant’anni e due mariti alle spalle. Una suocera così prima ti frega il braccio, poi il divano, poi il figlio. Se le cedi una volta, si siede. Due, si sdraia. Tre, si mangia anche lo scheletro. Il problema non è lei. È lui. Tuo marito non ti sta proteggendo.»
Io chiusi il pc. Scesi in piazza e rimasi venti minuti sotto i portici a contare le biciclette appese. Poi risalii.
La sera decisiva successe per un accappatoio. Io avevo un accappatoio giallo, regalato da Michele per il mio compleanno. Era in bagno. Tornai dal lavoro, andai a lavarmi e lo trovai umido, con una striscia di fondotinta color sabbia sul collo.
«Antonia, hai usato il mio accappatoio giallo?»
«E certo. Il mio era bagnato.»
«Il suo è verde. Era sull’attaccapanni.»
«Bagnato, ti ho detto. Che sarà mai un accappatoio. Non sono mica una sconosciuta.»
«Lei per me è una sconosciuta, Antonia.»
Si fermò con la mano sul rubinetto. «Come sarebbe?»
«Sarebbe che io la conosco da quattro anni. Lei non è mia madre. Non sono obbligata a volerle bene. La rispetto, ma il mio accappatoio non lo tocca più.»
«Michele!»
Michele uscì dalla camera in mutande e maglietta. «Che succede?»
«Tua moglie mi ha dato della sconosciuta. Per un accappatoio.»
Io tenevo l’accappatoio in mano, piegato male, con la striscia beige in mostra. Michele lo guardò.
«Clara, è una sciocchezza. Lo laviamo.»
«Non è una sciocchezza.»
«È un accappatoio.»
«O se ne va lei, o me ne vado io.»
Antonia tirò su col naso. Michele passò una mano sul mento.
«Clara. Sei impazzita?»
«Sono sanissima. Da due anni non lo ero. Entro fine mese lei torna a casa sua, sistemata o no. Oppure mi faccio io una camera. Scegli.»
Lui rimase fermo. Antonia dietro di lui disse, a voce abbastanza alta da farsi sentire: «Michele, io da sola non ce la faccio. Con la bronchite e la pressione alta…»
Michele mi guardò. Non disse niente per cinque secondi. Poi: «Clara, è mia madre.»
«Ho capito.»
Appesi l’accappatoio al gancio. Andai in salotto, presi lo zaino da palestra, quello vecchio di prima del matrimonio. Cacciato dentro due paia di jeans, tre magliette, un maglione, biancheria, il caricatore, il beauty case. Lo spazzolino lo ripresi tornando in bagno. Nel corridoio c’era Antonia, con la solita vestaglia rosa, la faccia di una che ha vinto ma cerca di sembrare dispiaciuta.
«Clara, dove vai a quest’ora? Domani parliamo.»
«Buonanotte, Antonia.»
«Michele, fermala.»
Michele stava fermo sulla porta della camera. Non venne. Io infilai le scarpe. Aprii la porta. E lì Antonia disse la frase che mi rimase appiccicata per settimane.
«Meglio così. L’appartamento resta a mio figlio. L’ho sempre saputo che eri di passaggio.»
Mi girai. «Antonia, l’appartamento è cointestato. Il mutuo è cointestato. Alla fine si divide a metà. Lei non sa di cosa sta parlando.»
«Vedremo, vedremo.»
Io chiusi la porta. Sul pianerottolo mi sedetti per terra, con la schiena appoggiata al muro. Non piansi. Guardai la luce del cortile che filtrava dalla vetrata. Dopo cinque minuti mi alzai e scesi le scale.
Pigliai una camera in via Ormea. Dodici metri, trecentoquaranta euro al mese più spese. La padrona, signora Elsa, insegnante di chimica in pensione, viveva in cucina a bere camomilla. L’altro inquilino, Franco, faceva il saldatore e la sera beveva una Moretti in camera, senza dare fastidio. Dalla finestra vedevo una tettoia di lamiera e un glicine morto. Il soffitto aveva macchie gialle per un’infiltrazione. Il rubinetto della cucina gocciava. La prima notte non dormii. Accesi la cassa piccola, quella che Antonia chiamava «rumore da zingari», a volume basso. E lì piansi.
Dopo una settimana telefonò Michele.
«Clara, dobbiamo vederci.»
«Per che cosa? Le mie cose le porto via con la signora Elsa, un giorno.»
«Mia madre se n’è andata.»
Io rimasi zitta.
«Clara? È tornata a casa sua. Ha detto che da quando te ne sei andata non aveva più motivo di restare.»
«Quindi finché io c’ero, stava bene. Quando me ne sono andata, è sparita. Michele, ti rendi conto di quello che mi stai dicendo?»
«Non volevo dire così. Ho sbagliato. Torna.»
«No.»
«Non mi ami più?»
Questo mi fece male. Perché lo amavo. E lui lo sapeva. «Ti amo. Ma non torno. Non mi hai difesa. E non lo farai mai.»
«Clara…»
«Basta. Le carte le faccio preparare io. Firmi e non tieni il muso.»
Chiusi la chiamata. Spensi il telefono per tutto il pomeriggio e andai a mangiare una piadina in piazza Carlina.
Il divorzio durò cinque mesi. Niente figli, niente alimenti. L’appartamento fu venduto a una coppia di insegnanti. Dopo aver estinto il mutuo, a me e a Michele rimasero 43.000 euro a testa. La notaia Federica mi consegnò il bonifico e una copia del rogito. Io rimasi ancora nella stanza di via Ormea.
Un anno dopo, di mattina, il telefono squillò. Numero sconosciuto. Risposi.
«Clara? Sono Antonia.»
«Antonia. Che succede?»
«Ho bisogno di parlarti. Michele non risponde da tre giorni. Ha cominciato i lavori in bagno e poi ha smesso. Io vivo con le piastrelle rotte, l’acqua sotto la porta e il mobiletto appoggiato al muro. Tu lo conosci. Digli di tornare a finire.»
«Antonia, mi dispiace. Ma il suo bagno non è più un problema mio.»
«Non puoi dire così. Sei stata in casa mia…»
«A casa mia. Non a casa sua.»
Dall’altra parte un colpo secco. Aveva riattaccato.
Io appoggiai il telefono sul tavolo. Sul tavolo c’era anche una busta della banca. L’avevo aperta prima della telefonata. Diceva: mutuo deliberato. Importo 57.000 euro. Durata venti anni. Rata 305 euro. Monolocale di ventinove metri in via Giachino, primo piano, cortile interno con una magnolia. Mio. Con i 43.000 euro divisi dalla vendita e un po’ di risparmi, l’anticipo c’era. Presi la penna. Nel modulo c’era la voce «accettazione espressa». Misi la croce. Firmai. Scrissi la data: 14 maggio, Torino. Piegai il foglio, lo rimisi nella busta. Infilai la busta nello zaino da palestra, quello vecchio.
Andai in cucina. Accesi il gas sotto la moka. Aprii il frigo. Dentro c’era un pezzo di parmigiana di melanzane avanzata dalla sera prima. La mangiai. La forchetta mi tremò una volta. La posai. Mi tenni al bordo del tavolo finché la moka non fischiò. Poi versai il caffè, mi sedetti. E ripresi a mangiare.







