La stanza della signora Rosa

Lavoro come infermiera a domicilio a Sondrio e la storia che vi racconto l'ho vista con i miei occhi, un pomeriggio di novembre. Aiutavo una famiglia in via Piazzi, due piani sotto casa di Chiara e Mario. Conoscevo Chiara da quasi un anno: mi fermavo a bere un caffè dopo le medicazioni alla madre, una signora di ottantadue anni piena di acciacchi. Quel giorno, verso le cinque, Chiara mi ha chiesto se potevo restare ancora un po'.

«Arriva mia suocera tra mezz'ora. Non la vedo dal duemiladiciannove. Se c'è un'altra persona, magari non faccio la figura della cretina che non sa cosa dire.»

Ho accettato. Non avevo voglia di tornare a casa: il riscaldamento del mio appartamento in via Lusardi si era rotto per la terza volta in un mese e l'idraulico mi aveva chiesto centottanta euro solo per uscire. Così mi sono seduta in cucina, davanti a una tazza di orzo, e ho guardato Chiara andare avanti e indietro come una trottola.

La casa era piccola, un quadrilocale in una palazzina anni sessanta con i termosifoni che sapevano di vernice vecchia. Chiara aveva lucidato le piastrelle della cucina con l'aceto, passato l'aspirapolvere sui tappeti e sistemato sul tavolo un vassoio con paste di mandorle e una bottiglia di sciacchetrà. Sul divano c'erano due cuscini ricamati a mano. Li aveva portati dalla cantina della madre.

«E quella stanza?» ho chiesto.

Chiara si è fermata con lo straccio in mano. «L'ho solo aperta per arieggiare. Non ho toccato niente.»

La stanza della signora Rosa stava in fondo al corridoio. Chiara ci entrava una volta alla settimana per togliere la polvere e passare l'aspirapolvere. Nient'altro. La biancheria del letto era piegata ad angolo, le tende tirate quel tanto da far entrare luce senza rovinare il copriletto. Sul comò c'erano le foto del matrimonio di Chiara e Mario, un rosario con i grani di legno e una pila di libri di preghiere. Chiara non spostava mai nulla. Diceva che quella stanza era come una cappella di famiglia.

Qualche volta le avevo detto: «Perché non cercate un appartamento tutto vostro?». Ma lei scuoteva la testa. «Mario non vuole. Dice che sua madre si è sacrificata per noi. Ha lavorato undici anni in Germania come badante. Ha pagato il mutuo di questa casa. Come faccio a dirle che voglio stare altrove?»

Alle sei e un quarto, il campanello ha suonato. Chiara è corsa in bagno a sciacquarsi il viso, poi ha aperto la porta. La signora Rosa era più bassa di quanto immaginassi, con un cappotto blu scuro e una valigia enorme. Dietro di lei, Mario portava due borse di tela piene di regali.

«Mamma, questa è Anna, l'infermiera della signora Giulia. Era di passaggio.»

La signora Rosa mi ha guardato e poi ha spostato gli occhi su Chiara. «Cos'è, hai un ospedale in casa? Ho visto che hai pulito anche lo zerbino. Vuoi farmi sentire in colpa perché vivo in Germania da undici anni?»

Chiara è arrossita. «No, signora Rosa. Ho solo pulito un po' per farvi trovare tutto in ordine.»

La suocera ha posato la valigia. «Non chiamarmi signora. Mi chiamo Rosa. E togliti quel grembiule, che sembri una cameriera a un funerale.»

Mario ha preso le valigie. «Mamma, ti faccio vedere la tua stanza. Chiara non ti ha toccato niente, ti ha solo arieggiato un po'.»

La signora Rosa ha camminato lungo il corridoio. Si è fermata sulla soglia. Ha acceso la luce. È rimasta lì, con la mano sul muro.

La stanza era esattamente come l'aveva lasciata. Chiara aveva anche comprato una saponetta nuova per il bagno e un asciugamano color tortora. Nient'altro. I libri erano dritti, le foto senza un alito di polvere.

All'improvviso la signora Rosa si è messa a piangere. Non singhiozzava. Stava lì in piedi, con le lacrime che le scendevano sulla giacca, e non si asciugava il viso.

Chiara è andata da lei. «Signora Rosa, non volevo farvi piangere. Se volete, tolgo l'asciugamano. Era solo per farvi trovare qualcosa di morbido dopo il viaggio.»

La suocera l'ha interrotta. «Undici anni. Hai capito, Chiara? Undici anni. In Germania pulivo le case delle signore tedesche. Ogni sera tornavo in una stanza in affitto e guardavo la foto di Mario sul comodino. E mi dicevo: un giorno torno a casa, nella mia stanza. E tu me l'hai tenuta esattamente così. Come se mi avessi aspettato tutti i giorni.»

Ha aperto la borsa di tela e ha tirato fuori un pacco avvolto nella carta da regalo. «Tieni. È per te.»

Chiara ha scartato il pacco. Dentro c'era un grembiule da cucina in lino grigio, con il suo nome ricamato sul petto: Chiara.

«L'ho fatto fare da una sarta di Friburgo. Ho pensato: se in questa casa cucina sempre lei, allora deve avere un grembiule suo. Non uno qualunque.»

Chiara si è portata una mano alla bocca. Non ha detto niente per un bel po'. Poi ha infilato il grembiule sopra il maglione. Le andava perfetto.

Mario si è appoggiato allo stipite della porta. «Mamma, io vado a prendere le pizze. Avevi detto che volevi la pizza di Valtellina, vero?»

La signora Rosa non l'ha nemmeno guardato. «Aspetta. Prima voglio dire una cosa a tua moglie.»

Si è voltata verso Chiara. «Io non torno più in Germania. Ho chiuso. Ho cinquantasei anni e mezzo, mi sono rotta le mani a strofinare pavimenti e non voglio morire in una stanza d'affitto. Me ne sto qui. Ma non voglio che tu pensi che comando io. La padrona di questa casa sei tu. Io sono ospite. Chiaro?»

Chiara ha aperto la bocca. L'ha richiusa. Alla fine ha detto: «Rosa, smettila. Tu non sei ospite. Tu sei la madre di Mario. E questa stanza è tua finché vuoi. Però, se resti, pretendiamo che ti siedi a tavola con noi tutte le sere. Niente scuse.»

La signora Rosa ha annuito. Poi si è messa a ridere. «Allora la pizza la pago io. E non discutete. Ho undici anni di stipendi tedeschi sul conto e una voglia matta di spenderli per la mia famiglia.»

Ci siamo seduti in cucina. Mario è sceso a prendere le pizze, la signora Rosa ha sparso sul tavolo i regali per il nipotino di Chiara e Mario, un bimbo di cinque anni che quella sera dormiva dalla nonna materna. C'era un trenino di legno, una palla di cuoio, un libro illustrato in tedesco.

A un certo punto la signora Rosa ha preso il telefono. Ha aperto l'app della banca e ha mostrato a Chiara lo schermo.

«Sabato andiamo dal notaio. Voglio mettere la casa a nome tuo e di Mario. Al cinquanta per cento. Così, se mi succede qualcosa, non devi litigare con nessuno.»

Chiara ha messo giù il tovagliolo. «Rosa, non è necessario. Questa è casa tua. Io non la voglio.»

La signora Rosa ha sorriso, ma con la bocca un po' storta. «Lo so che non la vuoi. È per questo che la voglio intestare a te. Perché tu non hai mai fatto la contabile davanti alla mia stanza. Non hai mai chiesto quanto avevo sul conto. Non hai mai detto "tanto la casa tocca a Mario". Sei entrata in cucina e hai pulito. Ti ho osservato stasera. Hai messo in tavola il vino buono ma non ti sei seduta finché non è arrivato Mario. Questa è la donna giusta per mio figlio. E io, le case, preferisco lasciarle alle donne giuste.»

Chiara non ha pianto. Ha guardato il telefono. Poi ha detto: «Allora andiamo dal notaio lunedì, ma paghiamo a metà le spese. Così non ti senti in colpa e io non mi sento una che approfitta.»

La signora Rosa ha alzato il bicchiere di sciacchetrà. «Chiara, tu con me non devi fare a metà. Devi solo metterti ai fornelli. Quella sera che ho visto le foto della cucina nuova su WhatsApp, ho pianto come una bambina. Non perché la cucina era bella. Perché tu l'avevi scelta. E io non c'ero.»

Mario è tornato con le pizze e ha trovato noi due sedute al tavolo, con il grembiule nuovo addosso a Chiara e la signora Rosa che stappava una bottiglia di Gutturnio. Ha posato i cartoni sul tavolo e ha detto: «Meno male. Pensavo che vi steste già ammazzando.»

La signora Rosa ha alzato una mano. «Non siamo in televisione, Mario. Qui lavoriamo, mangiamo e stiamo zitti.»

La serata è finita tardi. La signora Rosa ha voluto per forza lavare i piatti. Chiara le ha detto di non toccare niente, ma quella ha risposto: «Se sono ospite, gli ospiti non lavano i piatti? Allora sono di famiglia. E in famiglia si lava. Punto.»

Sono scesa verso le dieci e mezza. C'era un'aria fredda che puzzava di neve. Passando davanti al portone, ho visto una cosa che mi è rimasta impressa: la signora Rosa era in piedi alla finestra della sua stanza. Teneva tra le mani la foto del matrimonio di Mario e Chiara. E la guardava con una calma che non le avevo visto addosso per tutta la serata.

La settimana dopo, Chiara mi ha mostrato una copia dell'atto notarile. La casa risultava a lei e Mario. Al cinquanta per cento. La signora Rosa aveva parlato con il notaio, aveva firmato e poi era andata al mercato di piazza Garibaldi a comprare le castagne. E Chiara, nel frattempo, aveva fatto una cosa che non mi sarei mai aspettata: aveva disdetto il vecchio contatore del gas, intestato a Rosa, e ne aveva aperto uno nuovo a nome suo. Non per cattiveria. Per dire, in silenzio, che adesso le bollette le pagava lei. Le ho chiesto perché.

«Perché la prossima volta che Rosa parte per la Germania, troverà una bolletta con il mio nome. E capirà che qui non è mai stata una ospite. È stata una madre che torna a casa.»

La signora Rosa non è più partita. L'ho rivista un mese dopo, alla messa di Natale in Collegiata. Indossava un cappotto rosso e teneva per mano il nipote. Chiara era qualche passo indietro, con Mario. La suocera a un certo punto si è voltata, le ha fatto un cenno. «Cammina avanti tu, Chiara. La famiglia la porti tu. Io sto dietro con il bambino.»

E Chiara è passata avanti. Con il suo grembiule grigio sotto il cappotto. E le chiavi di casa nella tasca destra.

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