— Ascolti, zia. Firmi dove metto il dito e non fai domande. Dopo, andiamo a mangiare una pizza, come ai vecchi tempi.

Anna teneva il telefono premuto all’orecchio. Il display si era spento da solo, senza che lei se ne accorgesse. Era rimasta seduta sul divano, con la tazza di camomilla ormai fredda in mano, a fissare il vuoto e a ripensare a quelle parole. Poi aveva udito la voce di Filippo dall’altro capo, lontana ma nitida. Non le stava parlando. Rideva.

— Ti dico che ha abboccato. L’ho vista annuire. Fra una settimana quella vecchia firma la rinuncia all’eredità e non capisce nemmeno perché.

Anna non respirò. Vecchia. Trentanove anni. Vecchia? Poi un’altra voce. Femminile, bassa, seccata.

— Non gridare, cretino. I vicini. E smettila di chiamarla vecchia, che se per caso registra pure i muri, ci rovini.

Chiara. La ragazza di Filippo. Quella che due ore prima le aveva portato una crostata e le aveva detto: «Zia, per me sei come una madre».

Anna guardò il telefono. Lo schermo nero. Il viva voce era rimasto attivo per uno sbaglio qualsiasi. La camomilla tremava dentro la tazza. Appoggiò la tazza sul pavimento, senza fare rumore, e rimase immobile.

— Allora senti qua il piano, — continuò Chiara. — Lei firma la rinuncia. Tu la convinci che è una semplice formalità per il notaio. Dopodiché le facciamo fare una bella visita da Dottori, il neurologo. Ho già comprato i certificati. Disturbo bipolare, aggressività, rischio per sé e per gli altri. Ricovero in clinica, firma tu come nipote. Il tempo di vendere il bilocale di Brera e la casa al lago, e della vecchia non importa più niente a nessuno.

— E mio fratello? — chiese Filippo.

— Tuo fratello si è sempre fidato di te. Gli dai la sua parte in contanti e gli dici che la zia ha deciso di ritirarsi in una casa di riposo. Lui non si informa, non sa nemmeno leggere un estratto conto. A Natale ci facciamo i tortellini in casa coi soldi delle vendite.

Anna si alzò. Il sangue le saliva in faccia. Ma non gridò. Prese il telecomando e spense il televisore, che stava ancora trasmettendo un varietà. La stanza piombò in un silenzio irreale. Poi, dal telefono, arrivò un suono che la fece stringere i pugni. Uno schiocco. Un bacio.

— E quel cretino di Dottori? — sussurrò Filippo.

— Dottori lo sistemo io. Gli do il dieci per cento della vendita e gli ricordo che ha già fatto sparire due fascicoli. Non si tira indietro.

Anna camminò verso l’ingresso. Prese il vecchio telefono di riserva dal cassetto della libreria, lo accese, aprì l’app di registrazione e premette il tasto rosso. Lo appoggiò accanto al telefono che ancora trasmetteva. Non piangeva. Le dita non tremavano. Registrava.

Poi Chiara disse una cosa che rimase lì, sospesa nella stanza.

— Comunque, due mesi di clinica e poi la facciamo dichiarare incapace. La tutela passa a te. Io firmo come futura moglie. Alla fine, zia Anna ci ha pure cresciuti. Una bella eredità, no?

Risero. Anna chiuse la chiamata. Non li sentì più. Il silenzio era pieno del ronzio del frigorifero e del battito del suo cuore.

Torino, d’inverno. Fuori pioveva su Corso Giulio Cesare. Dentro, Anna restò immobile. Non pensava al dolore. Pensa al tostapane, al panno da spolverare, al calendario in cucina aperto sul mese di marzo. Cose piccole, precise. Il suo cervello non voleva affondare.

Aveva cresciuto Filippo da quando sua sorella era morta, quindici anni prima. Lo aveva accompagnato a scuola, alle partite di calcio, alle visite mediche. Lo aveva messo davanti al forno a insegnargli a fare la pizza. E adesso quel ragazzo, con la faccia pulita e i riccioli scuri, stava organizzando il suo ricovero forzato.

I primi due giorni Anna fece la spesa, andò dal parrucchiere, pagò le bollette. Il ragazzo le chiese due volte se avesse già parlato con il notaio. Lei gli sistemò il bavero della giacca e disse: «Sto guardando le carte». Aveva un modo di sorridere che non le era mai costato tanto.

Il terzo giorno chiamò Dora. Dora era avvocato civilista, suo vecchio compagno di università, uno che aveva lasciato il tribunale per aprire uno studio in Piazza Vittorio. Si videro in un bar dietro il mercato di Porta Palazzo. Anna prese un caffè. Dora ascoltò la registrazione con una cuffia, il gomito poggiato sul bancone. Alla fine, sfilò la cuffia e disse soltanto:

— Non basta.

— Non basta? Si sente tutto. Parlano di clinica, di certificati falsi, di tutela.

— Si sente tutto. Ma la registrazione è stata fatta senza consenso, su una chiamata fantasma. Un giudice potrebbe buttarla via in dieci minuti. E il medico lo negherà. I certificati li può cestinare. Ci serve un’occasione in cui parlano davanti a un pubblico ufficiale. O almeno davanti a un testimone che conta.

Anna mescolò lo zucchero. Lo zucchero non si scioglieva.

— Che devo fare?

— Devi muoverti prima di loro. Fingere di voler firmare. Farti proporre il piano in presenza di qualcuno. Io porto un notaio. Il notaio ascolta, registra in verbale. Se nominano la clinica e il falso, li abbiamo.

— E se non nominano niente?

— Allora non firmi niente. E intanto blindiamo le proprietà.

Anna annuì. Tornò a casa in tram. Il tram passò sul Po, l’acqua era grigia, le luci dei lampioni accese già alle quattro. Scese due fermate prima e camminò sotto la pioggia.

Quella sera, venne da lei sua madre. Ottantadue anni, capelli bianchi, una vestaglia color carta da zucchero. Viveva in un monolocale a San Salvario, piena di libri e di vecchie fotografie. Anna le raccontò tutto. Le fece sentire la registrazione. Sua madre rimase zitta un minuto. Poi prese il cellulare, digitò un numero e disse:

— Stasera vieni. E non dire niente a nessuno.

Era un uomo. Arrivò in moto, con un casco verniciato. Antonio. Il padre di Filippo. Un uomo che Anna non vedeva da otto anni. Entrò, si tolse il giubbotto, e restò lì, in piedi, con una lettera in mano.

— Tua sorella me l’ha lasciata da aprire quando il ragazzo fosse diventato maggiorenne. Lui non l’ha mai vista. Io sì.

Anna prese la busta. Non era una lettera. Era un testamento olografo. Dentro c’era una bella calligrafia da quinta elementare. Sua sorella scriveva che il padre di Filippo non era Antonio. Era un uomo sposato di Bergamo. E scriveva che la casa di famiglia era stata intestata ad Anna.

Anna rilesse l’ultima parola. Poi guardò sua madre. Nessuna delle due parlò.

Il giorno dopo, Anna organizzò la firma. Chiamò Filippo e Chiara. Disse che il notaio l’aveva convocata per il pomeriggio. Chiara insistette per venire. «Certo», rispose Anna. «Ci vediamo lì».

Lo studio del notaio era in via Roma. Il notaio aveva una libreria scura e una scrivania lunga. Anna arrivò presto e fece sistemare il registratore sotto la lampada. Dora le aveva detto che il notaio sapeva tutto.

Quando entrarono, Chiara indossava un cappotto cammello e un foulard di seta. Filippo aveva la faccia di chi sta per ricevere un premio. Chiara prese una sedia accanto a Filippo e parlò per prima.

— Zia, il notaio dice che possiamo procedere con la rinuncia all’eredità. Così sistemiamo il passaggio delle quote.

Il notaio finse di sfogliare i documenti. Anna aspettò.

— Dov’è la penna? — chiese Filippo.

— Non ancora, — rispose Anna. — Vorrei capire una cosa. Chiara, perché hai parlato con il dottor Dottori?

Chiara impallidì. Il foulard non le copriva il collo. Deglutì.

— Non capisco.

— Avete organizzato tutto. La visita, il ricovero, la vendita del bilocale. Tu, Filippo, e il dottor Dottori. Vi ho sentiti. E Dora ha la registrazione.

Chiara si voltò verso Filippo. Il ragazzo strappò il foglio dalla scrivania. Il notaio prese il ricevitore del telefono e disse: «Fate entrare l’assistente».

L’assistente era un uomo alto, con una borsa di cuoio. Aveva i verbali aperti. Dora entrò subito dopo. Chiara si alzò in piedi, il cappotto le stava stretto sulle spalle.

— Va bene. Voi potete anche registrare. Ma io non ho firmato niente. Non c’è nessun reato. Era una chiacchierata.

— Il dottor Dottori ha già parlato, — disse Anna. — E la tua voce è piena di nomi.

Era una bugia. Ma bastava.

Filippo si appoggiò alla sedia. Il suo bel viso da ragazzo si sbriciolò. Prese la bottiglia d’acqua, ne bevve un sorso, poi la poggiò storta. L’acqua si versò sul tappeto. Non disse niente. Chiara si mise a urlare. Disse che Anna era pazza, che voleva rovinare la famiglia. Il notaio la invitò a uscire. Lei prese la borsa e se ne andò sbattendo la porta. Filippo restò.

— Zia, io… — cominciò.

— Tu, — disse Anna. — Tu mi hai chiamata vecchia.

Il ragazzo abbassò la testa. Non aggiunse altro.

Anna firmò il verbale, ma non la rinuncia. Firmò che l’incontro era avvenuto, che le parole erano state registrate e che i presenti avevano tentato di forzarla. Il notaio le consegnò una copia con il timbro.

Quella notte, Anna non chiuse occhio. Alle tre del mattino, il cane del vicino abbaiava. Lei stava in cucina, con il computer aperto. Guardò il conto corrente. La casa di famiglia valeva seicentomila euro. Il bilocale di Brera quattrocentomila. Chiara e Filippo non avrebbero più toccato nulla.

Tre settimane dopo, Anna vendette la casa al lago. Con il ricavato, fece un bonifico di trecentoquarantamila euro a una cooperativa che si occupa di donne sole con figli. Non lo disse a nessuno. Il notaio le chiese perché. Lei rispose: «Perché non voglio che resti a chi voleva rinchiudermi».

Filippo venne a casa il giorno della vendita. Lo vide dalla finestra: stava sotto il portone, con le mani in tasca. Suonò due volte. Anna non aprì. Poi lo vide salire in auto con Chiara. Lei guidava. Lui piangeva. Il fumo dello scarico era bianco nell’aria fredda.

Anna prese il vecchio telefono. La registrazione era ancora lì. La cancellò. Poi prese il quaderno della spesa, scrisse «pane, detersivo, caffè», e chiuse il cassetto.

Il citofono suonò di nuovo. Era la postina. Le consegnò una raccomandata. Anna la aprì. Dentro c’era la rinuncia di Filippo a ogni pretesa sull’eredità. L’aveva firmata lui. Con la sua grafia, quella storta, da ragazzino.

Anna piegò il foglio. Lo mise in una busta. La appoggiò sullo scaffale accanto alla foto di sua sorella. Poi si sedette sul divano, prese la camomilla fredda, e la versò nel lavandino.

Fuori, smetteva di piovere.

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— Ascolti, zia. Firmi dove metto il dito e non fai domande. Dopo, andiamo a mangiare una pizza, come ai vecchi tempi.