Bianca era l'unica figlia di Silvana e Renato, una coppia di Ancona che gestiva un piccolo panificio di quartiere, di quelli dove il sabato mattina c'è la coda fuori dalla porta per la *ciambella al mosto*. L'avevano cresciuta tra i tavoli infarinati del retrobottega e le lunghe estati al mare del Conero, viziandola un po', questo sì. Bianca aveva un caratterino che scattava come la molla della porta del forno: se si metteva in testa una cosa, potevi urlare fino a perdere la voce, ma lei la faceva lo stesso.
«E questa come la mettiamo?» sospirava la nonna paterna, Clara, osservando la nipote discutere con un cliente che aveva osato lamentarsi del resto sbagliato. «Ha quattordici anni e già comanda lei.»
«Vedrai,» rispondeva Silvana, pesando la farina per l'impasto del giorno dopo, «cresce, studia, trova un bravo ragazzo e si sistema. Quando avrà la sua famiglia, la smetterà di fare la guerra al mondo.»
Nessuno, però, aveva messo in conto Filippo.
Bianca lo incontrò a diciassette anni, a una sagra di paese a Camerano. Lui ne aveva venti, veniva da Osimo, lavorava come apprendista in un'officina di carrozzerie. Aveva le mani segnate, due occhi scuri che sembravano sempre un po' annoiati e una Giulia GT del '73 che ruggiva come un leone. A Bianca bastò sentire quel rombo per perdere completamente la testa. Tornava a casa alle due di notte, quando il panificio era già chiuso da ore, e trovava suo padre Renato seduto al tavolo di cucina, con la luce al neon che ronzava e il posacenere pieno.
«Ti rendi conto di che ora è?» sbraitava lui, indicando l'orologio a cucù che aveva costruito suo nonno. «Domani mattina io e tua madre alle quattro siamo già in piedi a infornare. E tu dovresti andare a scuola, non a fare la *vita* con un meccanico.»
«Ha un nome, si chiama Filippo,» ribatteva Bianca, togliendosi le scarpe e buttandosi sul divano. «E comunque tra noi è una cosa seria, papà. Roba da grandi.»
«Roba da grandi sarebbe andare in municipio con una fede al dito,» intervenne Silvana dalla porta della camera da letto, stringendosi la vestaglia. «Non tornare a casa all'alba facendo preoccupare due cristiani. Guarda che un figlio si fa in un attimo, e poi l'università diventa un miraggio.»
Bianca sbuffava, si chiudeva in camera e metteva la musica a tutto volume, i Queen o i Nomadi. Finché un giorno, tornando da scuola, annunciò che lei e Filippo avevano deciso di prendere in affitto un monolocale giù al porto, così avrebbero smesso di disturbare tutti.
«Cosa?» esplose Renato, sbattendo la pala di legno sul bancone. «Tu sei minorenne! Quello rischia una denuncia per sottrazione di incapace, lo sai? Forse è meglio che glielo ricordi io a quel tuo *damerino* con la macchina truccata.»
«Ci amiamo,» tagliò corto Bianca, con la stessa espressione di sfida di quando da piccola rubava i biscotti appena sfornati. «E poi me ne vado. Fine della discussione.»
Né le lacrime di Silvana, né le imprecazioni di Renato servirono a nulla. Filippo trovò un buco di appartamento in una traversa di via Flaminia, pagava l'affitto con i soldi delle riparazioni in nero. Aveva già finito il suo apprendistato e lavorava a tempo pieno. Silvana, andando a trovarla di nascosto con un sacchetto di *crescia* e affettati, cercò di farle capire che la vita vera non era stare su un futon a guardare i poster dei cantanti.
«Ma almeno fate le cose per bene,» le diceva, sistemando il cibo in un frigo quasi vuoto. «Venite in comune, mettete una firma. Io e tuo padre non siamo contro di voi, ma così mi vergogno pure a parlarne con le clienti al negozio. Giuralo, appena compi diciotto anni, ti sposi.»
Bianca giurò. Aveva ancora qualche mese prima del compleanno. Ma i mesi passavano e Filippo, ogni volta che si toccava l'argomento, rispondeva con un vago «dopo, dopo». Poi, una mattina di settembre, poco dopo che Bianca aveva finalmente compiuto diciotto anni, arrivò la lettera della Marina Militare. Destinazione: La Spezia, due anni.
Tornò a casa. I soldi di Filippo finirono in fretta, lui partì dopo un saluto imbarazzato alla stazione di Ancona, e Bianca si ritrovò nella sua vecchia stanza, come se quell'anno di amore e litigi non fosse mai esistito. Si iscrisse a Scienze della Formazione, ma il vuoto lasciato dalla sua ostinazione le pesava addosso come un cappotto bagnato.
«E allora dov'è il tuo grande amore?» commentò Renato, con una punta di cattiveria, vedendola seduta in giardino a fissare il muro. «Si è volatilizzato? Te l'avevamo detto di non correre. Ma tu, testona, hai voluto fare di testa tua. E adesso? Non sei né nubile né fidanzata, e la gente mormora. Io non voglio aggiungere altro.» Si accese una sigaretta e tornò dentro a guardare la partita.
«Lasciatemi in pace,» sibilò Bianca, «Filippo torna e appena mette piede a terra ci sposiamo. Ve lo faccio vedere io.»
All'inizio lui rispondeva alle lettere. Lei scriveva pagine e pagine, raccontandogli del corso all'università, delle compagne, del nuovo arredamento che aveva comprato per la sua camera. I genitori di Filippo, che abitavano in un condominio popolare a Torrette, non avevano mai visto Bianca di buon occhio. «Siete troppo giovani,» diceva sua madre, «e due anni sono lunghi. Vedrai che tutto si sistema.» Ma la sensazione era che sperassero che quel *sistema* non includesse lei.
Poi, all'inizio del secondo anno di corso, Bianca scoprì di essere incinta. Lo disse a Silvana e a nonna Clara mentre erano tutte e tre a preparare i *cappelletti* in brodo per Natale. La pasta si fermò a mezz'aria.
«Ecco,» disse Bianca, quasi trionfante, con il matterello ancora in mano. «Adesso vedrete. Appena Filippo sa che aspetto un bambino, troverà il modo di tornare. Magari gli danno un permesso. E se è un maschio…»
«Sei ingenua come una gallina,» la zittì nonna Clara, pulendosi le mani infarinate nel grembiule. «Non hai occhi per leggere le sue lettere? Scrive una riga ogni due settimane. Sembrano bollettini del meteo. Non c'è più passione lì dentro, solo il vuoto. Non illuderti.»
Bianca scrisse a Filippo della gravidanza. La risposta tardò un mese. Quando arrivò, era un foglio sgualcito con quattro frasi imbarazzate: *Sei sicura? Non è un buon momento, i miei superiori dicono che è un casino. Dovresti pensarci bene, qua ti danno una mano. Non possiamo permetterci un figlio adesso, io sto qui altri due anni.*
Per una settimana Bianca non uscì di casa. Vomitava dalla mattina alla sera, non mangiava, non parlava. Silvana e Renato le portavano la cena in camera, la sentivano piangere con il cane del vicino che abbaiava in cortile. Ma Bianca non volle nemmeno sfiorare l'idea di interrompere la gravidanza. Era la sua decisione, il suo corpo, il suo sangue.
«Non ha tempo di scrivere,» diceva a sua madre, quando tornava dalla cassetta delle lettere con le mani vuote, «la Marina non è mica un club. È impegnato.»
Poi le lettere cessarono del tutto. Bianca era al sesto mese. Smise di frequentare l'università e si ritirò dal mondo, mentre la pancia cresceva sotto i maglioni larghi di suo padre. La madre di Filippo si presentò una volta con due buste della spesa e cinquanta euro in una busta. Bianca la guardò, senza prendere nulla. La donna arretrò, messa a disagio.
«Voi non mi avete mai voluta,» mormorò Bianca. «E vostro figlio vi ha dato retta. Questa bambina crescerà senza padre.»
La donna uscì senza dire una parola.
Bianca partorì a metà febbraio, una bambina. La chiamò Aurora, come la via del lungomare dove da ragazzina andava a correre. Aurora divenne il centro del suo mondo. Nonna Clara e Silvana si alternavano per badare alla piccola mentre Bianca riprendeva gli esami rimasti indietro, e perfino Renato, che in garage aveva una foto di Che Guevara, si scioglieva quando doveva darle il biberon. Niente più rimproveri, niente più musi lunghi.
Col tempo, le serate al panificio tornarono quasi normali. Finché un giorno arrivò la telefonata di una vicina di Torrette: Filippo aveva firmato il contratto con la Marina. Sarebbe rimasto a bordo ancora per anni come volontario. Silvana lo disse a Bianca, che stava sbucciando una mela per Aurora, ormai grandicella.
«Capito?» disse Silvana. «L'hai spaventato così tanto che non torna nemmeno in licenza. Ecco il tuo uomo, la tua *roccia*. Sai che ti dico? Meglio così. Alla prova dei fatti è scappato. Noi non abbiamo bisogno di gente così.»
Bianca finì di sbucciare la mela senza dire niente. Posò il coltello e andò a prendere Aurora che si era svegliata dal riposino. Aveva già imparato a contare solo sulle sue forze e sulla sua famiglia.
Si laureò con un anno di ritardo sul piano originale e trovò lavoro come insegnante alla scuola dell'infanzia, in un istituto paritario del centro. Aurora passò dal fare i primi passi tra i banchi del panificio a frequentare la stessa scuola dove insegnava la mamma. Le colleghe di Bianca, quasi tutte più grandi e con la parlata larga delle marchegiane doc, la presero in simpatia.
Fu proprio all'uscita di scuola che, un pomeriggio di ottobre, successe. Bianca aspettava Aurora che ancora giocava con degli amichetti nel giardinetto, e vide un'apparizione. Filippo. Stava attraversando il parco del Passetto con due buste di plastica in mano, probabilmente tornando dal mercato di piazza Ugo Bassi. Aveva i capelli più corti, un'aria più adulta, ma era lui. Il cuore di Bianca smise di battere per un secondo, poi ricominciò a martellarle nelle orecchie.
Voleva rendersi invisibile, ma lui la vide. Si irrigidì, fece un mezzo sorriso impacciato e si avvicinò, appoggiando le buste per terra.
«Ciao,» disse lui, con un filo di voce.
«Ciao,» rispose Bianca, alzandosi dalla panchina. «Licenza premio?»
«Sì, qualche giorno. Avevo voglia di rivedere i miei.»
Bianca notò una fede d'oro all'anulare sinistro, quella che lei stessa aveva aspettato per due anni senza mai vederla comparire.
«Ti sei sposato?» chiese, incrociando le braccia. «Hai trovato una più obbediente di me? E di tua figlia? Non hai sentito la mancanza nemmeno sua? Di me non mi interessa nemmeno saperlo.»
Filippo si mise a fissare le punte delle scarpe. «Perché fai così? Sono cose successe, eravamo ragazzi, abbiamo fatto solo un mucchio di stupidaggini…»
«Stupidaggini?» la voce di Bianca si alzò, attirando l'attenzione di due passanti che spingevano un passeggino. «Io e Aurora per te siamo state solo delle stupidaggini?»
In quel momento, la bambina le corse incontro, vedendo la madre alterata con uno sconosciuto. «Mamma, andiamo a casa, ho fame,» disse, aggrappandosi alle sue gambe e lanciando un'occhiata incuriosita a Filippo.
Lui fissò Aurora. Vide in lei il riflesso dei propri occhi, la forma del mento. Ma sul suo volto non ci fu stupore, né commozione. Solo un disagio profondo, una smorfia nervosa. Si guardò attorno, imbarazzato, come se avesse paura che qualcuno lo riconoscesse.
Bianca vide quell'espressione. Sentì qualcosa dentro di sé spezzarsi, ma in modo quasi liberatorio. Si chinò, prese Aurora per mano e prima di andarsene aggiunse: «Aveva ragione la nonna. Non sei un uomo. L'unica cosa buona che hai fatto è stata toglierti dai piedi in tempo.»
Camminò via, lungo il viale, senza voltarsi. Filippo rimase impalato accanto alle sue buste della spesa, con il rumore del mare che sbatteva contro gli scogli lì sotto.
Arrivata a casa, Bianca raccontò tutto a Silvana e a Clara. Loro ascoltarono, poi Silvana le poggiò una mano sulla spalla. «Noi ci siamo, tesoro. E tu ormai hai la testa sulle spalle.»
«Ho imparato a mie spese,» rispose Bianca, abbracciando Aurora che si era già messa a disegnare con i pennarelli. «Ma non rimpiango niente, mamma.»
Qualche sera dopo, mentre piegavano le lenzuola pulite, Silvana tornò alla carica su un vecchio discorso. «Senti, c'è Gregorio. Sono mesi che ti gira intorno come un gatto. È serio, si vede lontano un miglio. Non fare come l'altra volta, non fare la muraglia. Tu non lo ami perché non ti dai nemmeno la possibilità di guardarlo.»
Gregorio lavorava come autista e manutentore per la ditta di trasporti che riforniva la mensa scolastica. Aveva due occhi chiari da ragazzo di montagna, anche se era nato a Fabriano, un carattere pacato e una risata contagiosa. Portava le cassette della frutta e si fermava a chiacchierare con Bianca nel cortile della scuola durante la ricreazione. Da un anno a questa parte era chiaro a tutte le colleghe che avesse un debole per lei.
«È buono, sì,» ammetteva Bianca, «ma se non lo amo, mamma? Non posso mentire a una persona così. Sarebbe peggio.»
«L'hai visto il tuo ex, no? Hai fatto il confronto?» intervenne nonna Clara, mescolando lo zucchero nella tazzina del caffè. «Ragazzi come Gregorio non crescono sugli alberi. Le tue colleghe, quelle *zitelle* che ridono sempre, non aspettano altro. Vedrai che un bel giorno lui si stanca e allora scapperà, quello sì che è un buon partito.»
Bianca scoppiò a ridere. «Va bene, va bene. Lo invito a pranzo domenica. Almeno vi faccio smettere di rompere.»
La domenica dopo, Renato accese il forno a legna e sfornò una teglia di vincisgrassi. Gregorio arrivò puntuale, con un mazzo di fiori per Silvana e un peluche a forma di orso per Aurora. Fu un pranzo rumoroso e piacevole, in cui Gregorio parlò con Renato della sua passione per i motori, fece ridere Aurora facendo sparire la mollica del pane con un gioco di prestigio, e ascoltò con attenzione i racconti di nonna Clara sulla guerra. Quando se ne andò, un po' impacciato sul suo furgone Fiat, Aurora chiese alla mamma: «Torna ancora il signore? Mi è simpatico.»
Gregorio tornò. Cominciò a riaccompagnarle a casa la sera, a passare a prendere Aurora a scuola quando Bianca finiva tardi, a portare le pizze al taglio quando pioveva. Un giorno, mentre la pioggia batteva sui vetri della macchina, le disse senza mezzi termini: «Io ti voglio bene, Bianca. E voglio bene anche ad Aurora. Per me è come se fosse mia figlia. So che hai sofferto, ma se mi dai una possibilità, io mi impegno a non farti più versare una lacrima. Però devi darmi un segnale, perché da sola non ce la faccio più.»
Bianca lo guardò. C'era una macchia di grasso sul bavero della sua camicia a quadri, le mani forti sul volante. «Lo so che mi vuoi bene,» disse lei. «Sono io che ho avuto paura. Ma adesso, in macchina con te, con questo tempaccio… sto bene. È una sensazione nuova. Dammi tempo.»
Tempo. Due mesi dopo, mentre la primavera inondava il lungomare di Ancona, Bianca prese Gregorio per mano e lo portò in cucina, davanti ai genitori.
«Mamma, papà,» disse, mentre Gregorio stringeva il suo palmo sudato, «abbiamo deciso. Vogliamo mettere su famiglia. Prenderemo una casa più grande, andremo a vivere insieme con Aurora.»
«Un'altra volta?» Silvana portò una mano al petto. «E il matrimonio? Almeno stavolta fatelo, io voglio portare mia figlia all'altare.»
Bianca sorrise. «Certo che lo facciamo. La domanda in Comune è stata già presentata.»
«Cosa?» esclamò nonna Clara, uscendo dalla sua stanza con il telecomando della TV in mano. «E quando pensavate di dircelo? Dobbiamo organizzare tutto, il ristorante, l'abito, la chiesa…»
«Niente di esagerato,» precisò Bianca, prendendo in braccio Aurora che si era appena svegliata dal divano accanto. «Solo i parenti e pochi amici intimi. Una cosa semplice, alla buona. Ma voglio un vestito elegante, io, e anche Aurora avrà il suo vestitino nuovo, vero amore?»
Quella sera, Silvana entrò nella stanza di Bianca. La trovò alla finestra, a guardare le luci del porto.
«Adesso lo ami?» le chiese, sedendosi sul bordo del letto, proprio come faceva quando lei era piccola e aveva la febbre.
Bianca si voltò. Aveva le guance leggermente arrossate. «Sì, mamma. È successo. È completamente diverso da come mi aspettavo. È rispettoso, è presente. Non mi sento un peso, mi sento la sua fortuna. E sai cosa ti dico? Non voglio più nemmeno ricordarmi di quell'altro. Gregorio mi ha insegnato che l'amore non è un campo di battaglia.»
Silvana tirò un sospiro di sollievo, gli occhi lucidi. «Vivremo da lui, in quella villetta a schiera che ha ristrutturato a Posatora. Ha un piccolo orto, un barbecue, lo spazio per far giocare Aurora. E poi torneremo qui ogni domenica, perché non posso stare senza l'odore del pane la mattina.»
Il giorno del matrimonio, nella piccola chiesa di Santa Maria della Piazza, Aurora lanciò petali di rosa lungo la navata con l'entusiasmo di chi non sta più nella pelle. Gregorio, con un completo blu e la cravatta leggermente storta, piangeva come un vitello quando vide arrivare Bianca all'altare, con un abito semplice in pizzo avorio. Al ristorante, un agriturismo affacciato sul Conero, mangiarono e ballarono fino a notte fonda. Aurora crollò addormentata su due sedie accostate, e Renato la prese in braccio, portandola in macchina.
La vita riprese il suo corso, un corso finalmente calmo. Dopo un anno nacque un bambino, che chiamarono Tommaso. Gregorio, in sala parto, dovette sedersi per non svenire, ma quando vide quel fagottino urlante tra le mani dell'ostetrica, pianse di nuovo. Renato e Silvana impazzivano per il nipote maschio, e nonna Clara diceva che Tommaso aveva gli stessi occhi buoni del bisnonno.
Poi, da Torrette, cominciarono ad arrivare notizie di Filippo. La vicina di casa raccontò a Silvana, che informò Bianca con una certa esitazione: lui e sua moglie non riuscivano ad avere figli, avevano speso una fortuna in cliniche per la fertilità, la moglie aveva avuto due aborti spontanei. Poi, dopo un pellegrinaggio alla Basilica della Santa Casa di Loreto, la donna era rimasta incinta. Era nata una bambina.
Bianca ascoltò la notizia mentre stendeva il bucato, senza fermare le mani.
Ogni tanto, nelle sue rare licenze, Filippo chiedeva di incontrare Aurora. Mandava regali attraverso sua madre: un libro, una scatola di pennarelli. All'inizio Bianca fu irremovibile. Disse a Gregorio, che nel frattempo aveva completato le pratiche per l'adozione di Aurora, che quella gente non doveva nemmeno avvicinarsi.
Ma Silvana, una sera, la prese da parte mentre sparecchiavano. «Lascia che la veda, ogni tanto. Tu sei cambiata, sei diventata una donna forte. Non dico di perdonare e dimenticare, quello mai. Ma può farle un regalo, no? Portarla a prendere un gelato? Alla fine, quella è sua figlia biologica.»
Bianca rimase in silenzio. Poi guardò suo marito che in giardino insegnava a Tommaso a dare il calcio al pallone, mentre Aurora lo abbracciava da dietro quasi strozzandolo. Andò in camera sua, aprì la cassaforte e tirò fuori un fascicolo: il decreto di adozione di Gregorio, il foglio con il timbro del tribunale che diceva, nero su bianco, chi era il padre di Aurora.
Tornò in cucina e posò il documento sul tavolo, davanti a sua madre.
«Va bene, mamma,» disse. «Può vederla. Può portarle un regalo. Ma questo è il papà di mia figlia. Qui c'è scritto. Se lui vuole fare il *parente acquisito*, faccia pure. Ma le chiavi della vita di Aurora le abbiamo solo io e Gregorio.»
Fuori, nell'aria di giugno che entrava dalla finestra socchiusa, si sentì il tonfo secco del pallone contro il muretto, poi la voce di Gregorio: «Gol!» Tommaso scoppiò a ridere, un riso pieno che rimbalzava contro i vetri. Sul fornello, il sugo per la cena continuava a sobbollire piano. Bianca ripiegò il decreto lungo la piega già segnata e lo rimise nella cassaforte, girando la chiave.







