Io l’ho saputo dopo. Molto dopo.
Quella sera di metà novembre Michele era uscito da solo, con la sua Lancia Lybra color antracite che beveva olio come un’anziana beve brodo. Doveva andare a Salerno, un viaggio di lavoro di quelli che detestava. La strada era bagnata, lo schianto è arrivato in galleria e non c’è stato tempo per niente. Nemmeno per una frenata. Mi chiamarono alle tre e diciassette del mattino. Il telefono cadde a terra, ma non lo raccolsi. Rimasi a guardare le mattonelle fredde del corridoio per credo dieci minuti, mentre nella cornetta una voce lontana ripeteva: «Signora? Signora?»
Avevamo un figlio. Daniele, tredici anni, le cuffie perennemente piantate nelle orecchie. E avevamo Oscar. Oscar era un gattone grigio, con una macchia bianca sotto il mento che sembrava una cravatta storta. Era il gatto di Michele, non mio. Quando Michele tornava dal lavoro, Oscar sentiva il rumore del motore già dal vialetto e si piazzava davanti alla porta come un cane. Miagolava una volta sola, forte. Michele entrava, si chinava per grattarlo dietro l’orecchio destro – sempre il destro – e poi diceva: «Ciao, vecchiaccio».
Dopo l’incidente Oscar smise di miagolare. Per due anni. Smise del tutto.
Io ripresi a respirare a metà, come fanno le persone che non vogliono disturbare il dolore. Lavoravo in una tintoria in via XX Settembre, a Genova. Stiravo camicie altrui e il vapore mi nascondeva la faccia. Daniele parlava poco, ma ogni tanto la notte lo sentivo camminare per casa. Non glielo dicevo. Erano viaggi suoi.
Oscar, nel frattempo, aveva preso possesso della poltrona in velluto verde che era stata di Michele. Ci dormiva diciotto ore al giorno, a volte diciannove. La sua pancia grigia si alzava e si abbassava con un ritmo lentissimo, come se stesse contando il tempo per tutti e due. Non chiedeva più cibo. Mangiava meccanicamente, senza guardarmi.
Il sedici novembre, due anni precisi dopo l’incidente, io stavo lavando i piatti. C’era un tg regionale che parlava di allerta meteo, la Liguria flagellata dall’ennesima perturbazione autunnale. Fuori il vento muoveva i cipressi del cimitero di Staglieno che si vedeva dalla finestra del bagno. Io non ci andavo mai, al cimitero. Michele non c’era. C’era una lapide senza corpo, perché il corpo non me l’avevano mai restituito. Una bara chiusa. E io mi ero rifiutata.
Quella notte Oscar saltò sul letto.
Era la prima volta in due anni che lasciava la poltrona verde per venire da me. Non miagolò. Si accucciò contro il mio fianco sinistro, premette la testa contro il mio braccio e chiuse gli occhi. Io mi addormentai di colpo, come se qualcuno avesse spento un interruttore.
E lo vidi.
Michele era seduto al nostro tavolo del Bar delle Erbe, in piazza, quello dove andavamo la domenica mattina a prendere la focaccia. Aveva la sua giacca di velluto blu, quella con il gomito sinistro consumato. Mi guardava e basta. Senza dire niente. Poi rise. Io scoppiai in lacrime lì, nel sogno. Lui spostò la tazzina del caffè, allungò la mano, mi toccò il polso. «Stai zitta», disse. Disse proprio così: «Stai zitta», come faceva sempre quando esageravo. E io zitta ci stetti.
Parlammo. Non so per quanto. So che gli raccontai di Daniele, del fatto che aveva superato l’esame di matematica, che la tintoria mi aveva dato un aumento di centoventi euro lordi, che avevo cambiato le tende della cucina con quelle a righine che aveva scelto lui tre anni prima. Lui ascoltava e ogni tanto annuiva. Aveva le stesse identiche mani di sempre. Quelle dita lunghe. La fede. La cicatrice sul pollice.
Prima di andarsene disse: «Domani torno».
Mi svegliai alle sette. Oscar era già tornato sulla poltrona verde.
Per ventinove notti andò avanti così. Ogni sera, verso le undici e mezza, Oscar si alzava dalla poltrona, attraversava il corridoio scuro, spingeva la porta della camera con la testa e si accucciava accanto a me. Io chiudevo gli occhi e trovavo Michele. Ogni volta in un posto diverso. Al nostro bar. Sul molo di Boccadasse. Sulla panchina di pietra davanti alla Lanterna. E parlavamo. Io gli dicevo tutto quello che non ero riuscita a dirgli, e lui mi ascoltava. Non parlava quasi mai lui. Ascoltava, e questo bastava.
Una volta gli chiesi, quasi ridendo: «Ma è Oscar che ti porta?»
Lui mi guardò con quell’espressione obliqua che aveva quando stava per dire una delle sue. «Quello lo sa dove abito», rispose. «Non è mica stupido.»
Il trentesimo giorno – era il quindici dicembre, mancavano dieci giorni a Natale e in tintoria impazzivamo con le giacche di velluto – Michele mi prese la mano. Eravamo al nostro tavolo. Stesso bar. Stessa luce di novembre, anche se fuori era dicembre inoltrato. Mi strinse le dita.
«Senti», disse.
Io lo guardai.
«Stasera è l’ultima.»
Mi si fermò tutto. Nel sogno non si piange come nella vita, è un’altra cosa. Si gela.
«No», feci io. «Michele, no.»
«Ho già strappato il biglietto troppe volte», disse lui. «Non si può. C’è una regola.»
«Quale regola?»
«Quella.»
Non mi disse altro. Si alzò, mi baciò sulla fronte. Un bacio che mi attraversò la pelle e arrivò da qualche parte che non sapevo di avere. Poi si voltò e uscì dal bar. La porta a vetri tintinnò. Io rimasi seduta.
Mi svegliai di soprassalto. Oscar era ancora lì, sul letto. Non dormiva. Mi fissava con i suoi occhi gialli da vecchio saggio. Rimasi a guardarlo per un tempo che non so misurare.
La notte successiva Oscar non venne. Non venne mai più sul letto.
La mia prima reazione fu comprare scatolette costosissime, quelle con il tonno dell’Atlantico, e servirgliele in una ciotola nuova. Lui le annusò appena. Non mangiava quasi più. Dormiva sulla poltrona verde diciotto ore e mezza. Poi diciannove.
Io la notte restavo sveglia. Aspettavo il rumore delle sue zampe. Niente. Stavo stesa al buio e pensavo: è successo davvero? Trenta notti? Trenta? Cominciai a contarle. Le sapevo tutte a memoria. C’erano. Erano vere. Io sapevo che erano vere perché avevo la sensibilità per riconoscere i regali.
Daniele una mattina a colazione disse: «Mamma, ma Oscar sta bene?»
Io gli versai il latte. «È vecchio.»
«Lo so, ma… sta sempre fermo.»
Non risposi. Presi lo zucchero. Mezzo cucchiaino. Girai a lungo.
Una settimana dopo, la notte della vigilia, Oscar si alzò dalla poltrona verde. Non venne verso la mia camera. Andò in direzione opposta, verso la porta d’ingresso. Si sedette lì davanti, sul tappetino che Michele aveva comprato a un mercatino dell’usato. E miagolò. Una volta sola. Forte.
Era la prima volta in due anni e un mese.
Io mi alzai. Mi avvicinai. Mi chinai. Lui non mi guardò. Fissava la porta. Feci per accarezzarlo, ma lui fece un passo di lato. La sua coda grigia frustò l’aria lentamente.
Il giorno di Natale non si svegliò più.
Lo trovai raggomitolato sulla poltrona verde, con la testa appoggiata sul bracciolo, esattamente dove Michele appoggiava la sua. Aveva gli occhi chiusi e la macchia bianca sotto il mento sembrava ancora più bianca.
Lo seppellii in giardino, sotto il limone. Daniele mi aiutò a scavare la buca. Non disse una parola. Quando finimmo, andò in camera sua e si mise le cuffie.
Io restai fuori. Era il venticinque dicembre, faceva un freddo tagliente, il cielo era di quel celeste pallido che in Liguria viene dopo le burrasche. Stavo lì con la pala in mano e guardavo la terra smossa.
Poi mi ricordai.
La collana.
Michele aveva un ciondolino d’argento, una cosa minuta: un disco con incise le nostre iniziali e la data del matrimonio. Gliel’avevo regalato io, in una gioielleria minuscola vicino al Porto Antico. Lui lo portava sempre. Dopo l’incidente, la polizia me lo restituì assieme a un sacchetto di plastica trasparente con dentro il suo portafoglio, l’orologio e le chiavi della macchina. Io misi tutto in una scatola di latta, in fondo all’armadio.
Tirai fuori la scatola. Il ciondolo era lì.
Presi il naso, andai in giardino, mi inginocchiai accanto al limone. Lo infilai nella terra, proprio sopra il punto in cui avevamo messo Oscar. Lo premetti col pollice fino a farlo sparire del tutto.
«Ecco», dissi ad alta voce, rivolgendomi a nessuno. Nemmeno al gatto. Nemmeno a Michele.
A nessuno.
Tre giorni dopo andai in centro, alla gioielleria di via Garibaldi. Quella dove avevo comprato il ciondolo quindici anni prima. La stessa signora, più vecchia, riconobbe la fede che portavo. Le porsi il braccialetto che Michele mi aveva regalato per i quarant’anni, un girocollo sottile con un piccolo rubino. «Me lo compri?», chiesi. «Non voglio permute. Lo vendo e basta.»
Lei mi guardò. Aprì la bocca, poi la richiuse. Soppesò il braccialetto, accese la lampada da oreficeria, esaminò il marchio. Alla fine disse: «Posso darle ottocentocinquanta euro.»
«Va bene.»
Presi i contanti. Uscii. C’era un filo di vento gelido. Camminai fino al bancomat, prelevai altri mille e due euro. Andai dritta all’ufficio postale e feci un bonifico di duemila e cinquanta euro a nome di Daniele, su un libretto vincolato che avevo aperto il giorno prima, con scadenza al compimento dei suoi diciotto anni. Nella causale scrissi una parola sola: «Oscar».
Poi tornai a casa.
La poltrona verde era vuota. La lasciai vuota. Non la spostai. Non la coprii. Non la regalai.
Quando Daniele la sera mi chiese: «Mamma, ma la poltrona la togliamo?», io risposi di no.
Lui non chiese spiegazioni. Forse le sapeva già.
Quella notte mi sedetti sulla poltrona per la prima volta in vita mia. La stoffa era consumata dove Michele appoggiava la nuca. Rimasi al buio e ascoltai il silenzio. Non aspettavo più niente. Non mi sentivo sola. Ero piena.
Daniele adesso ha vent’anni. Studia ingegneria a Milano, una stanza in affitto in zona Lambrate. Il libretto l’ha svincolato due anni fa. Quando gli arrivò la notifica dalla banca mi telefonò, confuso. «Mamma, c’è un bonifico.»
«Lo so.»
«Due e cinquanta. Perché?»
«Perché era suo», dissi. «Tu usali.»
Ci fu un silenzio lungo. Sentii il suo respiro. Poi disse: «Era di papà?»
Non risposi. Non ce n’era bisogno. Daniele quei soldi non li ha spesi subito. Ci ha aggiunto i suoi risparmi e si è pagato un semestre di specializzazione a Barcellona. Quando me lo disse rise: «Sai che mi manca ancora? Oscar. Era più sveglio di certi miei professori.»
Io sorrisi. La poltrona verde è ancora lì. Sotto il limone, d’estate, nascono più limoni del solito.







