Un’altra vita in fondo al viale

L’ultimo giorno di agosto, quando il Salento si svuota e il mare trattiene il calore più a lungo della terra, io stavo sul terrazzino dell’affittacamere a contare le lucine dei pescherecci. Avevo prenotato due biglietti del treno a marzo — andata in due, ritorno in due — e invece il ritorno l’ho fatto da sola, in una camera singola che sapeva di candeggina e lenzuola stirate male. Mio marito aveva deciso che il nostro matrimonio era “un progetto concluso” durante una cena in cui avevo cucinato le orecchiette alle cime di rapa come piacevano a sua madre, e da allora non avevo più cucinato niente che richiedesse più di dieci minuti.

Il primo giorno non sono uscita dalla stanza. Il secondo ho comprato un libro usato al mercatino del paese, uno di quei gialli con la copertina sbiadita, e mi sono seduta sugli scogli bassi verso Torre San Giovanni, dove i turisti non arrivano perché la spiaggia è scomoda, piena di sassi piatti e ricci secchi. Non volevo parlare con nessuno. Volevo smettere di sentire la voce di mia madre al telefono che ripeteva, con quella preoccupazione che le incrina la gola, “Elena, ma sei sicura che stare sola in vacanza ti faccia bene?”.

Il cane l’ho visto la sera del terzo giorno, dietro i bidoni della differenziata vicino alla trattoria dove mangiavo. Era un incrocio di chissà cosa, pelo corto color sabbia, le costole che si contavano a distanza, e una zampa posteriore che teneva sollevata quando camminava, come se il terreno scottasse. Ringhiava piano contro gli altri randagi, ma appena uno di loro abbaiava più forte, lei indietreggiava di tre passi e si metteva seduta ad aspettare, con una pazienza che mi ricordava la mia davanti al telefono nelle sere in cui aspettavo una chiamata che non arrivava mai.

La cameriera, una ragazza di Ugento con i capelli raccolti in un foulard scolorito dal sole, mi vide guardare il cane e scrollò le spalle. “Quella è sempre lì. I turisti la nutrono a luglio, poi ad agosto cambiano, e lei ricomincia da capo. Faccia pure, ma poi quando riparte?”. Lo disse senza cattiveria, con la rassegnazione di chi ha visto troppa gente andarsene.

Non risposi. Presi un’altra porzione di polpette al sugo, quelle che avanzavo sempre, e la appoggiai sul muretto in fondo al parcheggio, lontano dai tavoli. Il cane si avvicinò solo quando mi fui allontanata di almeno dieci metri, e mangiò in fretta, a scatti, fermandosi ogni due bocconi a guardarsi intorno. Non scodinzolava. Non ringraziava. Sopravviveva e basta, e questo mi sembrò più onesto di qualsiasi altra cosa mi fosse capitata negli ultimi mesi.

La chiamai Polpetta la prima sera, un nome ridicolo che mi uscì senza pensarci, e da allora cominciai a organizzare le mie giornate intorno a lei. La mattina andavo a fare colazione tardi per vederla sonnecchiare all’ombra del ficus davanti al frantoio abbandonato; il pomeriggio compravo qualcosa al supermercato — croccantini, una scatoletta, a volte un pacchetto di fettine di pollo — e lei cominciava a riconoscere il rumore del sacchetto, alzava le orecchie prima ancora che io svoltassi l’angolo del viale.

Una sera, verso la fine della settimana, mi sedetti sul gradino del parcheggio e lei, senza che la chiamassi, mi si sdraiò a mezzo metro di distanza, la zampa malandata distesa sulla ghiaia come un’offerta. Le appoggiai una mano sul fianco, piano, aspettandomi che scattasse via. Invece sospirò. Chiuse gli occhi. Sentii sotto le dita il battito accelerato che rallentava, e mi accorsi che stavo piangendo senza singhiozzi, un pianto asciutto che non avevo mai tirato fuori, nemmeno in tribunale a firmare le carte della separazione.

Quella notte aprii il portale delle Ferrovie e digitai “trasporto animali domestici treno regionale normativa”. La connessione era debole, la pagina caricava a scatti, e io fissavo lo schermo del telefono con la stessa urgenza con cui un tempo fissavo le mail del mio ex marito sperando in una frase gentile. Solo che adesso la posta in gioco mi sembrava più vera.

La mattina dopo chiamai un veterinario di Lecce. Mi feci dare un appuntamento per il pomeriggio stesso. Poi telefonai a mia madre. “Mamma, ascolta”, dissi, prima ancora che lei potesse chiedermi come stavo. “C’è un cane. Anzi, c’è Polpetta. E torna a casa con me”.

Dall’altra parte ci fu un silenzio così lungo che controllai lo schermo per vedere se la linea fosse caduta. Poi mia madre disse: “Ci sono due cose che non hai mai sopportato, Elena. La prima è la gente che lascia indietro gli altri. La seconda è sbagliare i tempi delle orecchiette. Per il resto, hai sempre saputo cosa fare”. Era la benedizione più complicata e più semplice che mi avesse mai dato.

Il veterinario era un uomo massiccio con le mani enormi che maneggiavano la zampa di Polpetta con una delicatezza sorprendente. “Frattura vecchia, si è calcificata male”, borbottò. “Non guarirà mai del tutto, ma con antinfiammatori e riposo può stare meglio”. Le fece le vaccinazioni, mi stampò il libretto sanitario e mi guardò sopra gli occhiali da lettura: “La porta via?”. “Sì”, dissi. “Brava”, rispose lui, e non aggiunse altro.

Il giorno della partenza mi svegliai alle cinque. La stazione di Lecce era ancora buia quando ci arrivai col regionale da Ugento, e Polpetta nel trasportino tremava, ma non guaiva, non cercava di scappare: stava rannicchiata contro la griglia, il naso schiacciato contro la plastica, gli occhi fissi nei miei come per dire “tu non mi molli, vero?”.

Alla biglietteria, il ragazzo allo sportello guardò il trasportino, guardò me, guardò il biglietto. “Deve pagare il supplemento cane. Sono dieci euro e cinquanta”. Cercai il portafoglio nella borsa, le mani mi tremavano e le monetine caddero per terra rotolando sotto il bancone. Il ragazzo sospirò, si chinò a raccattarle con me, e quando mi rialzai mi accorsi che avevo la faccia di chi sta per scoppiare a piangere in pubblico. Lui mi sorrise appena. “Tranquilla, signora. Non è la prima che porta un randagio a casa e non sarà l’ultima. Buon viaggio”.

Sul treno, mentre la campagna pugliese scivolava via fuori dal finestrino, misi la mano sulla griglia del trasportino e sentii il naso umido di Polpetta premerci contro. Non pensai a mio marito. Non pensai all’appartamento vuoto di Milano, ai mobili divisi con l’inventario, ai libri che avevo impacchettato e lasciato in cantina. Pensai che fra quattro ore avrei aperto la porta di casa e avrei appoggiato il trasportino in corridoio, e che la prima cosa che Polpetta avrebbe annusato sarebbe stata l’aria di un posto dove nessuno se ne sarebbe andato.

Arrivammo a Milano Centrale alle due del pomeriggio, con un caldo afoso che saliva dall’asfalto. Polpetta, appena aprii il trasportino nell’androne di casa, fece tre passi incerti sulle piastrelle fredde, annusò lo zerbino, starnutì contro la porta dell’ascensore e poi mi guardò. La zampa malandata scivolava un po’ sul pavimento lucido, ma lei non sembrava farci caso. La casa era esattamente come l’avevo lasciata: troppe stanze per una persona sola, la mensola in soggiorno ancora vuota dove una volta c’era la cornice del matrimonio, il frigo che faceva un ronzio intermittente e fastidioso. Ma adesso c’era anche un tappetino in cotone steso vicino al termosifone. Glielo avevo comprato online mentre ero ancora in Salento.

Polpetta ci salì sopra, girò su se stessa tre volte e si acciambellò con un sospiro così profondo che sembrava il rumore di una casa che si assesta.

Mia madre venne a trovarmi due giorni dopo. Arrivò con una busta di cibo per cani che aveva comprato senza dirmi nulla, e con una valigetta di documenti. Aveva un’espressione strana, mezzo colpevole e mezzo risoluta, quella che assumeva quando doveva dirmi qualcosa che sapeva non mi sarebbe piaciuta.

“Elena, siediti un attimo”. Si accomodò sul divano, appoggiò la valigetta sul tavolino, la aprì. Dentro c’erano dei fogli, una piantina catastale, e una fotografia che conoscevo bene: la casa al mare a Finale Ligure, quella dove avevo passato tutte le estati da bambina, prima che mio padre morisse, prima che mia madre decidesse di non metterci più piede perché ogni stanza le ricordava qualcosa che non c’era più.

“Tuo cugino Marco la vuole comprare. Mi ha fatto un’offerta. Centosessantamila euro. Dice che è pronta tutta, possiamo fare il rogito in settimana”.

La guardai. Poi guardai i fogli. C’era già una proposta scritta, con la firma di Marco e uno spazio vuoto per la mia. Mia madre teneva le mani incrociate in grembo, le nocche bianche.

“Mamma, quella casa è tua. Perché me lo chiedi?”.

“Perché dopo quello che hai passato con il divorzio, questi soldi ti servono. La metà è tua, lo sai. Tuo padre l’ha intestata così”.

Polpetta, dal suo tappetino, sollevò la testa e ci guardò entrambe. Poi si alzò, lentamente, con la sua andatura sbilenca, e venne a mettersi proprio tra le mie gambe e il tavolino, come a interrompere la linea di tiro.

Presi i fogli in mano. Li rilessi due volte. L’offerta era reale, i termini chiari. Ma c’era una clausola che mi fece fermare: “La proposta è vincolata all’immediata disponibilità dell’immobile libero da persone e cose entro trenta giorni”. Trenta giorni. Come se quella casa fosse solo un contenitore vuoto, non il posto dove da bambina avevo costruito castelli di sabbia, dove avevo imparato a nuotare, dove mio padre mi insegnava i nomi delle costellazioni sdraiato sul terrazzo.

“No”. Chiusi la valigetta. La spinsi verso mia madre.

“Elena, pensaci. Sono soldi”.

“No, mamma. Quella casa non la vendiamo. Se Marco vuole qualcosa a Finale, si compra un appartamento nuovo. Quella è nostra”.

Mia madre sgranò gli occhi. Aprì la bocca per ribattere, ma io mi alzai in piedi, andai in camera da letto e presi dalla mia borsa la busta gialla che tenevo da settimane. Assegno circolare. Era la mia parte della vendita dell’appartamento di Milano che avevo diviso con mio marito. Centosessantamila euro esatti, come l’offerta di Marco.

Tornai in soggiorno e misi l’assegno sul tavolino, accanto alla valigetta. “Questi sono i soldi della mia metà della casa di qui. Sono esattamente quello che Marco offriva. Usali per ristrutturare Finale. Assumi qualcuno per il tetto, per la facciata, quello che vuoi. E la prossima estate ci andiamo insieme. Io, te, e Polpetta”.

Mia madre fissò l’assegno, poi guardò me, poi guardò Polpetta che nel frattempo aveva appoggiato il muso sulla mia pantofola e russava piano. Rimase così per un minuto buono. Poi prese l’assegno, lo piegò in due con gesti lenti e precisi, e se lo infilò nella tasca del giacchetto.

“Ho già il nome di un muratore. Quello che ha fatto il muro a secco dei Rossi l’anno scorso. Si chiama Beppe, è di Loano. Comincia a marzo”. Lo disse senza guardarmi, sistemandosi il colletto, occhi lucidi che non volevano darmela vinta.

“Bene. A marzo andiamo a dare un’occhiata”.

Mia madre si alzò, si lisciò la gonna, e senza dire altro andò in cucina a mettere su la moka. Sentii il rumore del caffè che saliva e l’odore riempire la stanza. Polpetta aprì un occhio, scodinzolò due volte contro il pavimento e tornò a dormire. Fuori dalla finestra, la luce di Milano imbruniva, e io mi accorsi che per la prima volta dopo mesi non stavo contando i giorni che mancavano a qualcosa, ma quelli che avevo già passato.

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