Marta abitava in un condominio di sei piani a Terni, con le ringhiere dei balconi in ferro battuto arrugginite dalla pioggia e un androne che sapeva sempre di umido e detersivo al limone. Aveva un bambino piccolo, Riccardo, e un lavoro in nero la mattina presto in una pasticceria di via Cavour. Usciva di casa alle cinque e mezzo, ancora buio, con gli occhi semichiusi e la borsa che le tirava giù la spalla. La sera prima infilava sempre il sacco della spazzatura nel bidone condominiale, quello blu col numero 4 scritto sopra con lo smalto per unghie, perché era il suo, glielo aveva assegnato l'amministratore. Sei metri più in là, vicino alla cancellata del garage, c'era il bidone numero 7, quello del terzo piano.
Da qualche mese, però, ogni lunedì e giovedì — i giorni della raccolta — trovava il suo bidone pieno di sacchetti annodati male. Non i suoi. Sacchetti trasparenti, del supermercato Conad, con dentro gli escrementi di un cane. Un alano, a giudicare dalle dimensioni. Li riconosceva subito, perché puzzavano in un modo che non dimentichi. E quando a giugno le temperature sono salite a trentacinque gradi e il bidone stava al sole fino a mezzogiorno, l'odore è diventato una presenza. Un ospite fisso che ti saliva su per le narici appena aprivi la porta di casa.
Marta non è una che strilla. È una che annota. Ha cominciato a segnarsi gli orari sul retro di un blocchetto della spesa, e una mattina ha bevuto il caffè in piedi invece che seduta, apposta per beccarlo. E l'ha beccato.
Era Fabio Cappelletti, del terzo piano, quello del bidone numero 7. Uno che d'estate girava in canottiera anche per andare a prendere la posta e parcheggiava il furgone dell'officina davanti al passo carrabile. Aveva un alano grigio che si chiamava Achille, e il suo bidone, il 7 appunto, restava sempre vuoto mentre lui riempiva quello di Marta. Sei metri. Quaranta passi, forse meno, ma evidentemente troppi per lui.
Marta quella mattina era già in divisa da lavoro, il grembiule bianco ancora pulito. Si è avvicinata mentre Fabio sollevava il coperchio del bidone numero 4 con l'espressione di chi sta facendo una cortesia al mondo.
«Buongiorno, signor Fabio. Posso chiederle perché non usa il suo?» ha detto, e lo diceva con calma, davvero, con la voce che uno usa alla cassa del supermercato.
Fabio l'ha fissata strizzando gli occhi per il sole, ha lasciato cadere il sacchetto dentro, bang, e ha richiuso il coperchio come si chiude una pratica archiviata. «Eh ma signora Marta, che differenza fa? Tanto lunedì passa l'ASM e porta via tutto. Non stiamo mica a fare le pulizie in chiesa, qui.»
E se n'è andato. Marta è rimasta ferma col blocchetto in mano e ha visto una macchia di unto sul polsino del grembiule che prima non c'era. L'ha sfregata col dito bagnato di saliva, e intanto pensava. Non ha detto più niente.
La sua amica del cuore, Cinzia, quella sera le ha detto: «Lascia stare, è un cafone, che ci vuoi fare.» Ma Marta non voleva lasciar stare. Voleva che fosse Fabio a non lasciar stare più le sue cose. E siccome non è una che urla, ha deciso una cosa. Una cosa che richiedeva tempo e un po' di stomaco, ma lei lo stomaco ce l'aveva, perché da ragazza aveva fatto due estati a pulire i bagni pubblici allo stabilimento balneare di San Felice Circeo.
Per tre settimane, ogni volta che Fabio metteva un sacchetto nel bidone numero 4, Marta lo tirava fuori la sera, quando il palazzo dormiva e si sentiva solo il ronzio dei condizionatori. Lo ispezionava per sicurezza, lo chiudeva dentro a un sacco da congelatore, doppio, triplo nodo, e lo metteva in cantina, nello scaffale in fondo dove teneva le damigiane vuote. Ne ha accumulati tredici. Tredici sacchetti di benedizioni canine sigillate e catalogate per data. Sua madre, che in quel periodo era venuta a trovarla dopo l'operazione al ginocchio all'ospedale Santa Maria di Terni, le aveva chiesto cosa fosse quell'odore in cantina. «È umidità, mamma. Si sarà staccata una guaina.» Sua madre non ha indagato oltre, stava troppo male per scendere in cantina a controllare.
L'occasione è arrivata un sabato pomeriggio di fine agosto. Fabio dava una festa. Grigliata in giardino, il cortile condominiale invaso da parenti e amici, tavoli di plastica bianca, l'altoparlante bluetooth che sparava Jovanotti, e un tavolo con gli antipasti che lui e sua moglie avevano piazzato proprio sotto la grondaia, accanto al muro perimetrale. Prosciutto, melone, pizzette, un vassoio di bruschette ancora da condire. Marta ha guardato dalla finestra della cucina e ha visto che quella grondaia finiva dritta sopra le bruschette.
Alle due e mezza, mentre gli invitati bevevano prosecco e Fabio girava la carne sulla brace, Marta è entrata in cantina. Si è infilata i guanti di gomma rosa che usava per il bagno, ha preso i tredici sacchetti, li ha messi in una borsa termica e ha preso l'ascensore fino all'ultimo piano. Da lì, scala antincendio fino al tetto. Era una cosa che sapeva fare perché due anni prima l'amministratore aveva fatto sostituire l'antenna e lei era salita col tecnico per controllare la parabola.
Il tetto era una lastra di catrame bollente, ma la grondaia era lì, a filo del cornicione. Marta ha camminato piano, con le ballerine di tela che le scivolavano un po', e ha cominciato a sistemare i sacchi, due alla volta, dentro al canale di scolo. Li ha coperti con delle foglie secche che aveva raccolto nel cortile la sera prima e messo in un sacco a parte. Gli ultimi tre li ha incastrati apposta contro un pezzo di tegola rotta che sporgeva sul bordo, in un punto dove il canale di scolo si restringeva: bastava un colpo di vento un po' più deciso o una vibrazione a smuovere la tegola perché quel tappo cedesse. Poi è scesa, si è sciacquata la faccia con l'acqua della canna in giardino ed è andata a prendere Riccardo all'asilo.
Il vento ha cominciato a tirare verso le cinque, prima leggero, poi con raffiche via via più decise, di quelle che scendono dalla Valnerina quando il caldo del giorno si scarica in fretta verso il tramonto. Marta era rientrata da un quarto d'ora e stava sul balcone a stendere le tutine del bambino quando ha sentito la musica che si abbassava. Prima ha smesso Jovanotti, poi è cominciato un brusio, e poi la voce di una signora: «Oddio, ma cos'è 'sta puzza? Madonna santa, è vomitevole.»
La gente ha iniziato a tossire. Qualcuno ha posato il piatto. Un bambino ha detto a voce alta: «Mamma, puzza di cacca, mi viene da vomitare.» Ed è stato in quel momento che una raffica più forte delle altre ha scosso la grondaia con un tremito secco, e la tegola rotta si è spostata quel tanto che bastava. I tre sacchetti in bilico sono scivolati giù in successione, plop, plop, plop, atterrando proprio sul tavolo degli antipasti. Uno è esploso sulle bruschette. L'altro è finito nel cestino del pane, il terzo è rimbalzato sul vassoio del prosciutto ed è caduto a terra, aprendosi in una chiazza marrone che ha fatto indietreggiare tutti di un passo.
Fabio era immobile, con le pinze per la carne in mano. La brace dietro di lui fumava, abbandonata. Sua cognata Silvia, che era incinta di sette mesi, si è allontanata con una mano sulla pancia e l'altra sul naso. «Ma che schifo, Fabio, che schifo!» gridava.
Marta dal balcone guardava. Si asciugava le mani sul grembiule pulito, quello della pasticceria, piegando con cura i lembi come faceva col canovaccio in bottega, e aspettava. Ha lasciato che passassero due minuti pieni, il tempo che tutti vedessero, che tutti annusassero, che Fabio diventasse del colore del parmigiano.
Poi è scesa. Ha attraversato il cortile con calma, le ballerine che schioccavano sulle mattonelle, e si è fermata proprio davanti al tavolo rovinato. Si è chinata su uno dei sacchetti, l'ha raccolto con due dita per un lembo ancora annodato e l'ha posato sul bracciolo della sedia di Fabio.
«Signor Fabio, questi sono i suoi, vero? Li riconosce?» ha detto. Parlava piano, col tono di chi ti sta offrendo un caffè. «Glieli ho tenuti da parte. Perché ogni volta che andavo a buttare la mia spazzatura, li trovavo nel bidone numero 4, il mio. E sa, io non volevo sembrare scortese. Ho pensato: magari se li è dimenticati. Glieli restituisco tutti insieme, così non ci sono più equivoci.»
Il cortile era ammutolito. Si sentiva solo Achille, il cane, che abbaiava da dentro casa — forse era stato lui, con lo zampone contro la porta-finestra, a far tremare per primo il vetro e a far sobbalzare gli ospiti già storditi dalla puzza — e il gorgoglio dell'acqua nella fontanella all'angolo. Un amico di Fabio, quello con la camicia a quadri, ha detto sottovoce: «Ma sei scemo, Fabio? Da quanto tempo facevi questa roba?»
Fabio ha aperto la bocca. L'ha richiusa. Ha guardato i sacchetti, il tavolo, sua moglie che gli lanciava occhiate che se fossero state coltelli sarebbe già morto. «Io… non pensavo… cioè, era solo per comodità, non è che…»
«Appunto,» ha detto Marta. «Adesso è comodo anche per me. Buona serata.»
Si è girata ed è rientrata nel palazzo. Salendo le scale, ha sentito la sorella di Fabio, che era arrivata da poco con una torta in mano, dire: «Ma sei un animale. Questa signora poteva denunciarti, lo sai? Poteva metterti le telecamere.»
La festa è finita lì. Alle sei e mezza il cortile era già vuoto, restavano solo i tavoli sporchi e Fabio che spazzava, da solo, con la scopa di saggina del condominio. Ha impiegato un'ora e mezza a raccogliere tutto, a buttare il cibo rovinato, a lavare il pavimento con la canna dell'acqua e l'aceto che gli ha passato la moglie senza dire una parola. Marta dalla finestra della cucina lo guardava mentre preparava la pastina a Riccardo. Ha messo un po' di parmigiano in più, perché le sembrava che il bambino stesse crescendo.
Il lunedì dopo, giorno di raccolta, Fabio ha portato fuori il suo sacco della spazzatura e l'ha messo nel suo bidone, quello col numero 7 scritto sopra con lo scotch da pacchi. Marta era dietro la porta a vetri, col caffè in mano. Lui l'ha vista, ha alzato una mano, l'ha riabbassata. Non ha detto niente.
Quella mattina, quando è passato il camion dell'ASM e ha svuotato entrambi i bidoni, il 4 e il 7, Marta ha sentito la sirena del mezzo che si allontanava giù per viale della Stazione, e ha pensato che era un bel rumore. La domenica dopo, in pasticceria, si è comprata due bignè alla crema e se li è mangiati al parco con Riccardo che giocava sullo scivolo.







