L’ultima volta che ho giocato a fare il re

L'odore della pelle nuova non mi piace. Non mi è mai piaciuto, nemmeno quando avevo vent'anni e mi facevo ancora le ossa in officina con le mani sporche di grasso fino ai gomiti. Però se entri in una concessionaria Ferrari di Brescia con una tuta da meccanico e le unghie nere, la gente ti guarda come se avessi appena sputato sul pavimento in marmo. È una lezione che ho imparato presto, e a cinquantanove anni suonati mi ero convinto che certe umiliazioni fossero solo il prezzo da pagare per aver fatto il salto. Mi sbagliavo.

Era un martedì mattina di ottobre, di quelli che sanno ancora di estate ma con una lama di vento freddo che ti entra nel bavero. Avevo un appuntamento con Arturo Giannini, il titolare della concessionaria, per chiudere l'acquisto di una 296 GTB rossa che mi stava facendo dannare da tre mesi. Non per i soldi — quelli ormai non erano più un problema, ringraziando il cielo e trent'anni di notti in bianco a tirare su la Galli Motori dal nulla. Era per la lista d'attesa, per le opzioni, per quella sensazione di non essere mai abbastanza. Lo so, detta così fa ridere: uno che fattura otto milioni l'anno e si sente ancora l'ultimo arrivato alla festa. Ma le cose sono fatte così, quando parti dal basso. Il dubbio non ti molla più.

Dentro faceva già caldo e le luci alogene erano regolate per far sembrare ogni macchina un gioiello. La mia futura Rossa era al centro della sala, con le portiere ad ali di gabbiano aperte come se stesse per spiccare il volo. Mi ci ero quasi affezionato, a quella macchina, anche se non l'avevo ancora toccata.

Ed è lì che l'ho visto.

Un ragazzo. Vent'anni, forse ventidue. Alto, magro, con una camicia a quadri slavata che gli cascava addosso come uno straccio e un paio di Superga bianche ridotte a un colore che definire grigio sarebbe stato un complimento. Stava fermo davanti alla Ferrari, le mani in tasca, immobile. Non la fotografava, non parlava con nessuno. Stava lì e la guardava come si guarda una cosa che sai che non potrai mai avere.

Io ero di fianco a lui in tre secondi. Nemmeno me ne sono accorto. Forse mi ha dato fastidio quella calma, quell'assenza di invidia. Forse mi ha dato fastidio il fatto che alla sua età io ero uguale: pieno di voglia e senza una lira, a guardare macchine che costavano più della casa dei miei genitori. Forse volevo solo allontanare uno specchio. Fatto sta che ho aperto bocca e ho detto la prima stupidaggine che mi è passata per la testa.

«Bella, vero?» ho buttato lì, senza guardarlo. Non era una domanda amichevole. Il tono era quello del padrone di casa che ti ricorda che l'invito non l'hai ricevuto.

Lui mi ha guardato per un attimo. Aveva occhi scuri, calmi. «Moltissimo» ha risposto. E nient'altro.

Avrei dovuto lasciar perdere. Invece no. C'era Bianca accanto a me — la mia assistente, una ragazza di ventotto anni con un tailleur grigio che da solo valeva più del guardaroba intero di quel ragazzo — e forse in fondo volevo fare bella figura. O forse volevo ribadire a me stesso che io non ero più quello là. Che io adesso ero dall'altra parte.

«Senti, ragazzo» ho detto alzando un po' la voce, quanto bastava perché i clienti intorno si girassero, «non è che devi stazionare qui davanti. Se vuoi sognare, vai su internet. Questa macchina tra un'ora è mia.»

Nessuno fiatò. Un vuoto improvviso che ti gela le parole in gola. Il ragazzo non si è mosso. Si è limitato a spostare di poco il peso sul piede destro. «Non la stavo toccando, signore» ha detto. Voce tranquilla. Senza paura e senza rabbia. «La stavo solo guardando.»

Una signora bionda vicino a noi ha ridacchiato sottovoce. Bianca ha guardato il cellulare, imbarazzata. Uno dei venditori, un tipo stempiato con un completo blu troppo aderente, si è avvicinato con quell'espressione falsamente gentile che hanno certi commessi quando stanno per accompagnarti all'uscita.

E io? Io ero già lanciato. Ormai avevo la palla e dovevo correre. È una sensazione che conosco bene: la bocca va avanti da sola, e la testa resta indietro a guardare il disastro.

«Certo che la stavi guardando» ho insistito. «Lo vedo. Ma la differenza tra guardare e avere i mezzi per entrare in un posto così è esattamente la differenza tra te e me. Capito? Non è colpa tua se sei nato senza possibilità. Però dovresti sapere qual è il tuo posto.»

Lì ho fatto la cosa peggiore. Mi sono girato verso il commesso e ho detto, strizzando l'occhio: «Magari facciamo accomodare il signorino da qualche altra parte, che ne dici? Prima che i veri clienti si sentano a disagio.»

Il commesso è diventato paonazzo. Ha aperto bocca. L'ha richiusa. Ha guardato il ragazzo, poi ha guardato me.

È stata Bianca a rompere il ghiaccio. Mi ha toccato il braccio e ha detto a voce bassa: «Enrico… forse è meglio se…»

Non ha finito. Perché il ragazzo si è infilato con calma una mano nella tasca posteriore dei jeans e ha tirato fuori un portafoglio di tela consumata agli angoli. L'ha aperto, ha estratto un biglietto da visita e l'ha appoggiato sul cofano della Ferrari. Dove io non avevo ancora il diritto di toccare.

«Mi chiamo Daniele Rinaldi» ha detto. «Mio padre è Marco Rinaldi.»

È come se qualcuno avesse spento l'impianto audio della sala. Non si sentiva più niente. Solo il ronzio dell'aria condizionata. Rinaldi. Marco Rinaldi. L'uomo che riforniva di componentistica metà delle officine del nord Italia. Quello che stava per firmare un contratto di distribuzione esclusiva con la mia azienda. L'accordo più grosso degli ultimi cinque anni, quello che mi avrebbe permesso di aprire due nuove filiali a Verona e a Padova. L'appuntamento era per le undici e mezza. Di lì a quaranta minuti.

Ho guardato il commesso. Il commesso ha guardato me. Siamo rimasti così per tre secondi, che in una situazione del genere sono un'eternità.

«Ah» ho detto. Solo quella vocale. Ah.

Il ragazzo — Daniele — ha rimesso il portafoglio in tasca. Non sorrideva. Non aveva l'aria di chi ha appena vinto una partita. Aveva l'aria di uno che ha già visto quella scena troppe volte e che è stanco di doverla rivedere. I suoi occhi non mi giudicavano. Mi compativano. Che è peggio.

«Mio padre mi ha chiesto di passare a controllare la sua GTB prima della firma» ha detto rivolto al venditore. «È già in officina per la preparazione. La vuole iscrivere al Raduno di Franciacorta di domenica. Possiamo finire le pratiche?»

Il commesso stava già dicendo, con entusiasmo da cane bastonato: «Certo, signor Rinaldi. Subito. Suo padre ci aveva avvisati. Pensavamo arrivasse più tardi. L'accompagno.»

«Sono in anticipo» ha detto Daniele. E poi, solo in quell'istante, ha posato gli occhi su di me. Mi ha guardato come si guarda un vecchio zio che ha bevuto un bicchiere di troppo a Natale: con un misto di pena e di fastidio. Ma non ha detto niente. Si è girato e ha seguito il commesso verso l'ufficio.

Sono rimasto lì, con Bianca al fianco che fingeva di scrivere una mail, la signora bionda che si era messa a esaminare un cerchione con attenzione sospetta, e le mie mani che improvvisamente pesavano come due badili. Non riuscivo a muovermi. Avevo sessant'anni da compiere a dicembre, centododici dipendenti, una casa sul lago di Garda e un patrimonio che mi avrebbe permesso di non lavorare mai più. Ma in quel momento ero tornato a essere il ragazzino di periferia che andava a scuola con le scarpe bucate, e non era una bella sensazione. Per niente.

L'ho cercato. Non so perché l'ho fatto, ma l'ho cercato. Ho attraversato la sala espositiva a passi lunghi, ignorando Bianca che mi diceva «lascia perdere, adesso non è il momento». L'ho trovato nell'ufficio amministrativo, seduto su una poltroncina di pelle bianca, mentre compilava dei moduli. Sembrava piccolo in quella poltrona troppo grande. Sembrava esattamente l'opposto dell'immagine di prepotenza e privilegio che mi ero costruito in testa.

«Ragazzo» ho detto. E mi sono fermato. Perché non sapevo cosa dire dopo.

Lui ha alzato lo sguardo. Mi ha guardato. E poi ha detto la frase che mi ha spaccato in due: «Non si preoccupi. Succede spesso. Tutti mi prendono per quello che non sono. Ci sono abituato.»

Ecco. Quello era il colpo finale. Perché non me l'ha detto con rabbia. Me l'ha detto con gentilezza. Con la gentilezza di chi ti concede una via d'uscita, e tu sai che non te la meriti.

Non ho firmato la GTB quel giorno. L'ho comprata lo stesso, firmando i documenti, ma ho chiesto che rimanesse in esposizione fino al sabato successivo. Poi sono tornato a casa, mi sono seduto in terrazza con un bicchiere di Lugana che sapeva di polvere, e sono rimasto lì a fissare il lago finché non è venuto buio.

Il contratto con i Rinaldi l'ho perso. Marco Rinaldi mi ha chiamato il giorno dopo. Voce cortese, professionale. «Enrico, ho saputo. Daniele mi ha detto tutto. Guarda, non è una questione personale. Però capisci: se devo affidare la distribuzione dei miei pezzi a qualcuno, ho bisogno di partner che sappiano valutare le persone. Non i vestiti. Mi dispiace.»

Non mi sono messo a gridare. Non ho implorato. Ho detto «capisco», e lo dicevo sul serio. Perché avevo passato la notte a ripensare a ogni singola volta in cui avevo confuso l'arroganza con l'autorità.

Sabato mattina presto ho preso la mia auto nuova — una stupida, bellissima 296 GTB rossa fiammante — e invece di andare al circolo a farmi vedere, l'ho portata a Gussago. C'è un'associazione lì che fa doposcuola per i ragazzi della periferia, figli di famiglie che non si possono permettere ripetizioni private. Entri e senti odore di riscaldamento acceso e di merendine del discount. Ho chiesto di parlare con il responsabile, un tipo sulla quarantina con un maglione di lana grezza e gli occhiali sporchi.

«Voglio dare una mano» gli ho detto. «Non so fare niente di utile, a parte aggiustare i motori. E pagare le cose. Se vi serve.»

Mi ha guardato come si guarda un marziano. Poi ha allargato le braccia. «Serve sempre» ha detto.

Ho parcheggiato la Ferrari fuori. Sembrava aliena, in quella strada di periferia con i cassonetti pieni e le biciclette dei bambini legate ai pali. L'ho lasciata lì e sono entrato. Dentro c'erano otto ragazzi tra i quattordici e i diciassette anni. Alcuni con le felpe troppo larghe, altri con gli occhi che ti studiavano e basta, senza concedere fiducia.

Uno di loro, un ragazzino magro con una cicatrice sul mento, mi ha fissato per un minuto intero. Poi ha detto: «Sei quello della concessionaria? Quello che ha fatto la figuraccia?»

Otto paia d'occhi puntati su di me, e un vuoto pieno d'attesa. Ma non era l'assenza di rumore della sala espositiva. Era uno spazio pulito, dove le risposte potevano ancora formarsi.

Ho appoggiato le chiavi della Ferrari sul tavolo tra i quaderni e le matite. «Sì» ho detto. «Sono io. E sono venuto qui perché ho bisogno di ricordarmi da dove sono partito. Voi avete voglia di insegnarmelo?»

Nessuno ha risposto subito. Poi il ragazzino con la cicatrice ha allungato una mano, ha preso le chiavi e se l'è rigirate tra le dita. «Cioè, ci fai fare un giro?»

«Se prima finisci i compiti di matematica, sì.»

È scoppiato un casino. Risate, voci sovrapposte, qualche parolaccia che ho fatto finta di non sentire. E in mezzo a quel casino, dopo due settimane passate a guardare il soffitto la notte, sentii qualcosa dentro che si sbloccava.

Non ho riconquistato il contratto. Non ho cancellato la brutta figura che ho fatto davanti a Bianca, al commesso, alla signora bionda e a tutti gli altri. Ma forse non è questo il punto.

Qualche giorno dopo sono passato in concessionaria per un tagliando, e il commesso stempiato mi è venuto incontro. Non aveva l'etichetta di circostanza, ma un'espressione genuina, quasi allegra. Mi ha detto: «Galli, lo sa che quel ragazzo, il Rinaldi, è passato sabato a chiedere di lei? Voleva solo sapere se aveva già ritirato la GTB. Nient'altro.»

Sono uscito dalla concessionaria ed è scoppiato un temporale. Di quelli che in ottobre arrivano all'improvviso, gonfi di vento e di foglie morte. Sono rimasto fermo sotto la tettoia a guardare la pioggia che batteva sull'asfalto. Non ho pensato a niente. Ho solo osservato l'acqua infrangersi e scorrere via.

Sono salito in macchina. La pioggia tamburellava sul tetto come dita nervose. Ho acceso il motore, e in quel rombo pulito c'era uno spazio vuoto che poteva riempirsi di qualsiasi cosa. Ho imboccato la tangenziale. Al primo semaforo rosso, ho abbassato il finestrino e ho allungato la mano sotto l'acqua. Era fredda, compatta. Il semaforo diventò verde. Rimisi la freccia e ripartii.

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