— Chiara, scusa, ma questa roba cos’è? — Matteo teneva il piatto sospeso a mezz’aria, come se dentro ci fosse un insetto morto. — Io torno a casa alle sette di sera, dopo aver sistemato tre BMW in officina, e cosa trovo? Una frittata. Di zucchine. Che siamo, in convalescenza?
Stavo ancora togliendomi il camice da veterinaria. Avevo passato il pomeriggio a tenere fermo un alano di ottanta chili mentre il dottor Russo gli estraeva un molare. Le mani mi puzzavano di disinfettante e cane bagnato.
— È una frittata al forno con scamorza affumicata e menta — dissi, slacciandomi le scarpe. — L’ho letta ieri su un blog pugliese. È venuta bene, assaggiala.
— A casa dei miei — attaccò lui, e già lo sapevo, lo sapevo perché ogni volta partiva da lì — mia madre cucinava primo, secondo e contorno tutte le sere. Mio padre in trent’anni non ha mai toccato un mestolo.
La frittata intanto era lì, sul tavolo di cucina, con la sua crosticina dorata. Sotto la finestra aperta si sentiva lo strillo del gabbiano che da tre giorni aveva eletto il nostro terrazzo a residenza estiva. Siamo a Bari, quartiere Madonnella, e il nostro affitto ci costa milleduecento euro al mese. Per quello che guadagnamo, un furto.
— Tuo padre — risposi, infilando la frittata nel microonde — faceva il magistrato antimafia e tornava a casa alle undici di sera scortato dai carabinieri. Tu sali su una Punto del 2008 e metti a posto marmitte bucate.
Matteo posò il piatto. Il rumore della ceramica contro il legno fu un po’ troppo secco, un po’ troppo voluto. Lo guardai bene in faccia: aveva quella piega sulla fronte che gli viene quando sta per dire qualcosa di importantissimo, secondo lui. Come quando mi spiegò perché la PlayStation andava nel mobile del soggiorno e non dentro l’armadio.
— Senti — fece, incrociando le braccia. — Io domani pomeriggio vado dai miei. E sai che ti dico? Glielo dico a mio padre. Che qua dentro l’unico che si fa il mazzo sono io, e che mia moglie torna dal lavoro e mi serve uova strapazzate come se fossimo alla mensa dei poveri.
— Frittata al forno — corressi. — E il tuo turno di piatti, per inciso, cominciava quaranta minuti fa.
— I piatti? — Sbuffò. — Li lavi tu, i piatti. Da stasera io in cucina non alzo più un dito. Vediamo quanto resisti senza stoviglie pulite.
Prese il telefono e si chiuse in camera.
Io rimasi lì, in piedi, con il microonde che ronzava. La frittata girava sul piatto di vetro, dietro lo sportello illuminato. Presi il cellulare dalla tasca. Nessuna chiamata, nessun messaggio. Solo una notifica di Amazon: il libro che avevo ordinato — *Chirurgia dei piccoli animali — era in consegna.
Poi, dal nulla, arrivò l’sms di mia suocera.
«Chiara, domani alle 13 siete qui. Preparo il tiramisù. Non dire a Matteo che ti ho scritto.»
Cancellai il messaggio e andai a dormire sul divano.
Il giorno dopo, in clinica, operammo un meticcio investito da un motorino. Ci vollero tre ore. Uscii dal lavoro con i capelli che sapevano di anestetico e arrivai dai suoceri con dieci minuti di ritardo, due bottiglie di primitivo comprate al volo e una sensazione di catastrofe imminente.
La casa dei suoceri è a Palese, una palazzina bianca con una bouganville che copre metà della facciata. Dentro profuma sempre di sugo, di basilico e di qualcosa di dolce che bolle sul fornello piccolo. Mio suocero Rocco stava in veranda, in maniche di camicia, con un bicchiere di bianco in mano e la Gazzetta dello Sport aperta sulle ginocchia.
— Chiaretta — mi fece. — Siediti qui. Raccontami.
Lo disse con quella voce calma, profonda, che usava quando interrogava i pentiti. Trentacinque anni in magistratura ti lasciano un timbro così. Mio marito era già a tavola, con un tovagliolo infilato nel colletto della polo, la faccia soddisfatta di chi ha già deciso che la giustizia sta per trionfare.
— Allora! — attaccò Matteo, puntandomi contro la forchetta. — Papà, parlagliela tu. Io lavoro. Porto a casa lo stipendio. E lei? Ieri sera frittata. Stasera chissà. I piatti in ammollo, il bagno da pulire. E non parliamo del mio pranzo al sacco: lunedì mi ha messo dentro due tramezzini mollicci che manco in galera.
— In galera non ci fanno i tramezzini mollicci — osservò Rocco, senza sorridere.
Mia suocera Anna entrò dalla cucina con una zuppiera fumante. Timballo di anelletti al forno. Posò la zuppiera al centro del tavolo, poi mi guardò. Mi guardò come si guarda una figlia prima che apra la pagella. E io capii che quella tavola era un tribunale.
Respirai.
— Matteo guadagna millesettecento euro netti — dissi, appoggiando le posate. — Io millesettecento netti. Lavoro in piedi dalle nove del mattino alle sei di sera. Quando torno a casa, trovo il divano occupato e il lavello pieno. Ieri sera l’ho informato che toccava a lui lavare i piatti. La sua risposta — estrassi il telefono e aprii la galleria, dove avevo fotografato il lavello alle sette e mezza del mattino, ancora colmo — è questa. Quattro piatti, due bicchieri, una pentola, una padella e residui vari di frittata al forno. Dalla sera prima.
Appoggiai il telefono sul tavolo. Matteo aprì la bocca per replicare, ma Anna gli toccò il braccio, lieve.
Rocco posò il giornale.
— Matteo — disse, e il nome di mio marito risuonò nella veranda come il martelletto di un giudice. — Tu sai chi cucinava a casa nostra. Tua madre. Tu sai chi non ha mai lavato un piatto. Io. E sai perché?
— Perché eri tu il capofamiglia — azzardò Matteo.
— No. Perché tua madre stava a casa. Non aveva un lavoro fuori, non aveva turni in clinica, non si alzava alle sei del mattino per far colazione prima di infilarsi in tangenziale. E quando, nel 2002, decise di riprendere a insegnare, sai cosa successe?
Matteo scrollò le spalle.
— Io cominciai a lavare i piatti — disse Rocco. — E a stirare le camicie. E a preparare la cena due sere a settimana. Perché trent’anni di matrimonio non si reggono su chi ha il mestolo in mano, ma su chi ha rispetto per la persona che si è scelto.
Il silenzio che seguì lo riempì solo il gabbiano, che nel frattempo ci aveva seguiti fin lì e adesso strillava sulla ringhiera della veranda.
Mio marito aveva il viso di un bambino a cui hanno appena spiegato che Babbo Natale non esiste. La forchetta gli penzolava dalle dita.
— Ma… — provò a dire.
— Niente ma — lo fermò Anna, servendomi una porzione di timballo. — Chiara, mangia finché è caldo. Matteo, tu hai due opzioni: la prima, domani chiedi scusa a tua moglie e da stasera ti metti a lavare i piatti. La seconda, continui a lamentarti e il pranzo della domenica te lo mangi sui gradini del portone.
Il gabbiano lanciò un altro strillo. Poi, come se avesse capito che il momento clou era passato, spiegò le ali e volò via sopra la bouganville.
Io affondai la forchetta nel timballo.
Matteo, in silenzio, cominciò a mangiare.
Il tiramisù lo servimmo un’ora dopo. Mio marito prese il vassoio dalle mani di sua madre e lo posò al centro del tavolo. Poi, senza che nessuno glielo chiedesse, raccolse i piatti del primo e li portò in cucina.
Sentimmo l’acqua scorrere nel lavello.
Dalla credenza arrivò il miagolio di Ugetto, il gatto tigrato di Anna, che dormiva acciambellato su una pila di tovaglie. Cercai gli occhi di Rocco. Mi fece l’occhiolino.
Anna tagliò la prima fetta e me la porse.
— Venerdì faccio le polpette al sugo — mi sussurrò. — Porta l’appetito. E digli di mettersi il grembiule, a quel disgraziato.
Dal lavello, lontano, arrivava un rumore regolare: spugna, piatto, risciacquo. Era il suono più bello che avessi sentito da quando mi ero sposata. Tagliai il tiramisù con il bordo del cucchiaino e sorrisi. Dentro avevo ancora addosso la puzza di anestetico. Fuori, finalmente, la sensazione che da qualche parte, a metà strada fra Bari e Palese, la giustizia esisteva ancora.







