Il monumento che mi hanno scelto

L’estate a Bari ti si appiccica addosso. A fine agosto l’afa è una coperta bagnata, e l’odore di fichi maturi che cadono e si spiaccicano sull’asfalto ti entra in casa anche con le persiane chiuse. Ero seduta in poltrona, con il ventilatore che ronzava a vuoto, quando il postino ha suonato. Raccomandata. Mittente: Studio Tecnico Funerario De Sanctis. L’ho aperta senza fretta. Dentro, la fotografia di una lapide in marmo di Trani. C’era già inciso il mio nome, Laura Ferri, e la data di nascita. Manca quella di morte, ovviamente. In fondo, una nota scritta a penna da Alessia, la figlia maggiore di mio marito: «Mamma, abbiamo pensato a tutto noi. Così state tranquilla.»

Ho posato il foglio sul tavolino. Sono rimasta a guardarlo per un bel pezzo. Poi ho cominciato a ridere. Una risata secca, raschiata dal fondo della gola. Perché la vita certe volte scrive barzellette che non fanno ridere nessuno.

Trent’anni fa ho sposato Marco. Aveva tre figli e un negozio di ricambi auto sulla provinciale per Bitonto. Dopo undici mesi che portavo la fede al dito, un infarto se l’è portato via mentre caricava degli scatoloni in magazzino. Quarantanove anni. Mi è crollato il mondo addosso, ma non ho avuto il tempo di sedermi sulle macerie: c’erano tre ragazzi da tirare avanti. Alessia, sedici anni, gli occhi identici a quelli del padre e un carattere già più duro del necessario. E i gemelli, Riccardo e Matteo, dieci anni, che la notte si infilavano nel mio letto perché avevano paura del buio. Mia suocera, due giorni dopo il funerale, mi ha preso da parte in cucina. Aveva la borsa già a tracolla, come se fosse lì solo per sbrigare una pratica. «Portali da noi. Non sono mica figli tuoi.» Io ho guardato oltre la porta a vetri. I gemelli erano seduti sul divano, immobili, con le gambe che non toccavano ancora per terra. Mi hanno cercato con gli occhi. «No, resto qui con loro. L’ho promesso a Marco.» Lei ha stretto le labbra e se n’è andata senza salutare.

E così è cominciata. Ho fatto la donna delle pulizie in tre condomini di via Sparano, la cameriera in un ristorante sul lungomare, l’assistente notturna in una clinica per anziani. Turni spezzati, mani screpolate dalla varechina, cene con due uova sode e un pezzo di pane. I soldi non bastavano mai, ma per i libri di scuola dei ragazzi si trovavano. Natale si faceva, anche con poco. Le mie amiche di allora mi dicevano: «Sei ancora giovane, sei pure carina. Perché ti sotterri così?» Io stringevo le spalle e rispondevo che non potevo lasciarli. Che erano orfani due volte. Ma la verità vera non l’ho mai detta a nessuno.

La verità è che a trentasei anni ho incontrato Andrea. Faceva il panettiere a Triggiano, aveva le braccia infarinate fino al gomito e una risata che ti riempiva la stanza. Ci vedevamo di nascosto, nei ritagli, come due fidanzatini. Per quasi due anni ho tenuto in equilibrio due vite. Poi sono rimasta incinta. Lo scoprii a maggio, in un bagno della stazione di servizio sull’autostrada. Mi tremavano le gambe. Quando lo dissi ad Alessia, che ormai andava per i vent’anni, mi rovesciò addosso un temporale. «Ti pare il momento? Pensi solo a te stessa. E noi?» Mi scavalcò con lo sguardo come se fossi diventata di colpo un’estranea. Sparì per tre giorni. Io partii. Andai da mia sorella, a Campobasso. Non per scappare: per partorire in pace. Giuliana nacque a gennaio, con due riccioli biondi e le fossette sulle guance. Andrea morì due mesi dopo. Un camionista ubriaco gli tagliò la strada sulla statale 16 mentre tornava dal lavoro. Non fece neanche in tempo a vedere sua figlia camminare. Restai sola con un neonato e tre adolescenti che già mi guardavano come si guarda un mobile fuori posto. Tornai a Bari. Ma Giuliana non me la sentii di portarla con me. Non potevo. Non in quella casa dove già tutto scricchiolava. La lasciai a mia sorella e a suo marito. Ogni quindici giorni prendevo il pullman e andavo da lei. Mi facevo chiamare «zia Laura». Lei mi chiamava «zia» e io dentro mi mordevo la lingua per non gridare.

Ora ho sessantatré anni. Un carcinoma al pancreas. I medici sono stati gentili ma precisi: qualche mese. Forse meno. Alessia è venuta a trovarmi a febbraio. Mi ha portato un vassoio di pasta al forno del supermercato e mi ha detto che dovrei curarmi di più. «Abbiamo tutti i nostri problemi, mamma», ha aggiunto, guardando l’orologio. Matteo mi telefona a Pasqua e a Ferragosto. Riccardo non si fa vedere da due anni. Ha detto a sua moglie, l’ho saputo per caso dalla vicina: «Non è mica mia madre vera.»

Ma il colpo da maestro è arrivato la settimana scorsa. La busta con la foto della lapide. Un monolocale di marmo, con vista eternità. E il biglietto di Alessia che sembrava la circolare di un condominio: abbiamo pensato a tutto noi.

Il giorno dopo ho preso la mia Fiat Panda scassata e sono andata dal notaio, in corso Cavour. Ho chiesto di rifare il testamento. Tutto quello che ho – la casa, il terreno con gli ulivi che mi ha lasciato mio padre, il libretto di risparmio con diciottomilaquattrocento euro – va a lei. A Giuliana. La mia unica figlia vera. Quella che adesso vive a Bologna e studia architettura. Quella a cui due anni fa ho trovato il coraggio di telefonare per dirle tutto. Rimase in silenzio per un tempo lunghissimo. Poi mi disse: «L’ho sempre saputo. Dentro, l’ho sempre saputo.» Due giorni dopo era sotto casa mia con uno zaino e un vassoio di pasticciotti. Mi abbracciò senza dire niente. Restammo così, sulla soglia, per un minuto buono.

Adesso mi chiama tutte le sere. «Hai mangiato? Hai preso le medicine? Ti fa male?» Io dopo ogni chiamata piango un po’. Ma non è dolore. È qualcosa di più denso, come quando bevi il brodo caldo dopo una giornata di febbre. È una specie di pace.

Ho scritto anche una lettera. L’ho lasciata dal notaio, con la disposizione di consegnarla ad Alessia, Riccardo e Matteo dopo la mia morte. Non odio nessuno. Non ho più la forza per l’odio. Ma la commedia è finita.

«Alessia, Riccardo, Matteo, ho passato più di metà della mia vita con voi. Ho rinunciato a molto. Non mi importa se non mi avete mai chiamata mamma fino in fondo. L’affetto non si pretende. Ma non voglio più fingere che siamo una famiglia vera. Io ho fatto tutto quello che potevo. Voi avete fatto tutto quello che volevate. Non sono vostra madre. Sono solo la donna che una volta non è riuscita a passare oltre, davanti a tre orfani. Non vi auguro niente di male. Vi auguro solo di non crescere i vostri figli in modo che un giorno scelgano per voi una lapide, invece di portarvi un vassoio di cartellate. Arrivederci. Laura.»

Giuliana ha preso un mese di aspettativa dal lavoro. Ieri è arrivata con una valigia grossa e due buste della spesa. Ha riempito il frigo, ha cambiato le lenzuola, ha spalancato le finestre per fare entrare l’odore di fichi e la luce del pomeriggio. Si è seduta sul bracciolo della poltrona e mi ha messo una mano sulla spalla. «Mamma», ha detto semplicemente. Una parola che avevo sentito mille volte, ma mai detta dalla voce giusta. Fuori, il campanile di San Nicola ha battuto le sei. La città rombava piano, laggiù in fondo. Per la prima volta dopo mesi, il dolore alla pancia si è fatto da parte. E io ho chiuso gli occhi. Non sto più aspettando niente. Ho già tutto.

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