Mi chiamo Riccardo, ho trentaquattro anni e faccio il fornaio a Lecce. La mattina impasto, la notte dormo a sprazzi. Sono vedovo, mia moglie Giulia se n’è andata un anno e mezzo fa, e tiro su da solo due gemelli di sette anni, Anna e Lorenzo. Siamo sempre al limite. Il mutuo del forno, la retta della scuola, la lavatrice che perde acqua da tre mesi, il frigorifero che certe sere canta vuoto.
Lunedì scorso ero rimasto in laboratorio fino a tardi. Avevo appena spento il forno a legna e stavo spazzando il magazzino, tra i sacchi di farina e le taniche d’olio. La scopa urtò qualcosa di morbido in un angolo buio. Una busta di tela cerata, di quelle che usano i contadini per i semi. La aprii senza pensarci troppo, convinto fossero vecchie fatture che cercavo da settimane. Dentro, mazzette di banconote. Grosse, tenute strette da elastici azzurri, da duecento euro l’una. Le contai con le mani che tremavano: trentacinquemila euro in contanti. Più di quanto guadagnassi in un anno, spicciolo più spicciolo meno.
Rimasi fermo, seduto su un sacco di farina Manitoba, con quella busta in grembo. La testa cominciò a viaggiare. La lavatrice. I libri nuovi per Anna. La gita scolastica di Lorenzo a Firenze a cui avevo già detto no. Il debito con il grossista di oli che non rispondeva più al telefono. Ero solo. Nessuno mi aveva visto, in laboratorio non ci sono telecamere. Bastava rimettere la busta sotto il bancone e fare finta di niente, al massimo aspettare un paio di settimane.
Poi mi alzai, presi il telefono e feci una foto alla busta. Perché Anna due sere prima, mentre la mettevo a letto, mi aveva chiesto: «Papà, perché certa gente fa le cose brutte?» E io, senza pensarci troppo, le avevo risposto: «Perché dimenticano che siamo tutti collegati, cucciola mia. Il male che fai alla fine torna indietro. E il bene anche». In quel momento non fu una scelta morale. Fu che le parole che dici ai figli devono essere vere, altrimenti non sei nessuno.
Dentro la busta, in una tasca interna, trovai un foglietto spiegazzato con su scritto un nome, Armando De Santis, e un indirizzo a pochi chilometri dal centro. La villetta di un pensionato, con un albero di fico che traboccava dal muro di cinta. Suonai il campanello alle nove di sera passate, con la busta stretta sotto il giaccone da lavoro ancora sporco di farina. Aprì un uomo sulla settanta, magro, la camicia di flanella fuori dai pantaloni, l’aria di chi non aspetta più visite.
«Signor De Santis?»
«Sì, ma… chi è lei?»
Tirai fuori la busta. Lui la guardò, guardò me, poi le mani gli cominciarono a tremare più forte di quanto avessero tremato le mie al laboratorio. Si portò due dita alle labbra. «Dio mio, pensavo di averla persa al mercato, stamattina. Ci ho messo la liquidazione. Tutto. I risparmi di quarant’anni di ambulatorio.»
Era un medico in pensione. Gli spiegai che ce l’aveva un mio cliente, il signore del banco dei formaggi che lo aveva visto smanettare nervoso nelle tasche della giacca e gli aveva detto «prova a chiedere a Riccardo, il fornaio dietro San Biagio, magari l’ha raccolta qualcuno». Ci aveva creduto poco, per questo non mi aveva ancora chiamato. Restammo un attimo in silenzio, sulla porta.
«Ti ho quasi fatto perdere tutto», mormorò.
«Macché.»
«Ti devo qualcosa, assolutamente. Almeno cinquecento euro, non discuto.»
Alzai le spalle. «Davvero, non serve. Basta che la prossima volta passi a prendere il pane e lasci quattro chiacchiere. I soldi non me li godrei.»
Lui mi guardò in un modo strano, poi fece sì con la testa, lento. Non aggiunsi altro e tornai a casa.
La mattina dopo, alle sette e un quarto, bussarono forte alla porta di casa. Erano due carabinieri in divisa. Il cuore mi andò in gola: la prima cosa che pensai fu che fosse successo qualcosa ai bambini a scuola.
«Lei è Riccardo Collina, il fornaio?» chiese il più anziano dei due, un maresciallo coi baffi grigi.
«Sì, sono io. I miei figli stanno bene?»
«Stia tranquillo, non è emergenza. Dobbiamo consegnarle questo.» Il maresciallo mi porse una busta grande, color avorio, chiusa con un sigillo di ceralacca rossa. Sembrava uscita da un film in costume. «È da parte di un certo dottor De Santis. Ci ha pregato di recapitarvela di persona. Non ci ha voluto spiegare il contenuto, ma teneva molto alla discrezione e alla sicurezza della consegna.»
La presi, sentendomi un idiota. Nel frattempo i gemelli, mezzi addormentati, si erano affacciati in corridoio in pigiama.
«Papà, la polizia ti porta in prigione?» chiese Lorenzo, fissando i carabinieri con gli occhi spalancati.
Il maresciallo rise. «No, piccolino. Anzi, tuo padre ha fatto una cosa molto onesta.»
Quando se ne andarono, aprii la busta. Dentro c’era una lettera scritta a mano, con una grafia ordinata e leggermente tremolante.
«Caro Riccardo, mi hai restituito non solo i soldi per cui ho sgobbato tutta la vita, ma anche la fiducia che avevo perso. Quelle mazzette non erano solo contanti. Erano la cauzione per entrare in una casa di riposo decente, perché non ho più famiglia e non ho nessuno che possa badare a me quando non sarò più autosufficiente. Mi hai evitato un futuro di paura. Non immagini cosa significhi. Ti chiedo una cosa: sabato sera chiedi ai tuoi figli se hanno voglia di mangiare la pizza con un vecchio brontolone. Cucino io. Non so più fare molto, ma l’impasto della pizza mi riesce ancora. E sono tanto, tanto solo. Con gratitudine, Armando.»
Quel sabato sera prendemmo la Panda scassata e andammo da lui. La villetta era piena di luce e puzzava di lievito madre. Il dottore aveva preparato un tavolo con sei pizze diverse «perché non sapevo quali vi piacessero». Mangiammo, Anna fece cadere un bicchiere di aranciata, Lorenzo gli chiese perché il fico del giardino era così grande e lui si mise a spiegarglielo per mezz’ora, serissimo.
Quando ci alzammo per andare via, Anna gli si parò davanti, fissandolo con quella serietà totale che hanno solo i bambini di sette anni. «Noi il nonno vero non ce l’abbiamo mai avuto», disse a bruciapelo. «Potresti essere il nostro nonno finto?»
Armando rimase immobile qualche secondo. Poi si tolse gli occhiali, li pulì con la manica della camicia, e la voce gli si spezzò in due: «Certo che posso, topolina. Anzi, sarebbe proprio un onore».
Lorenzo gli corse addosso per abbracciarlo a pancia piena, Anna gli si attaccò a una gamba, e io rimasi fermo accanto al tavolo, con le luci basse del giardino che filtravano dalla finestra e il profumo di impasto cotto che riempiva la casa silenziosa come non doveva più essere stata da almeno vent’anni.







