Chiara guardava il mare immobile dal finestrino, mentre la vecchia Punto sobbalzava sull’asfalto crepato della Riviera. In fondo, dentro il trasportino appoggiato sul sedile posteriore, Neo miagolava piano a ogni curva, un lamento roco che si perdeva nel rumore del motore. Il trasportino era stato comprato in fretta due giorni prima, ancora c’era l’etichetta del negozio di animali appiccicata alla plastica, e ogni volta che Chiara provava ad allungare una mano per infilare le dita nella grata, Alessandro le diceva: “Lascialo stare, si abituerà”. Il gatto era un certosino grigio di cinque anni, con gli occhi color rame che sembravano capire tutto. Era arrivato a casa loro il primo anno di matrimonio, un regalo della zia di Chiara, e adesso, otto anni dopo, Alessandro lo sistemava nel trasportino come si sistema una valigia troppo ingombrante per il bagagliaio.
La casa sul mare, una villetta color salmone con le persiane verdi, si trovava a due passi da Finale Ligure, arroccata su un costone da cui si vedeva il blu fino alla Corsica. L’aveva comprata la madre di Chiara vent’anni prima, quando i prezzi erano ancora decenti, e adesso la figlia ci andava solo per aprire le finestre a maggio e chiuderle a ottobre. Parcheggiarono in silenzio. Appena aprì la portiera, l’umidità della stagione delle piogge le si appiccicò alla pelle, e da un’aiuola abbandonata salì l’odore dolciastro di terra bagnata. Alessandro scese per primo e fece il giro della villetta senza dirle niente, le mani in tasca, controllando il cancello arrugginito che dava sulla strada sterrata e lanciando un’occhiata verso la casa accanto, una villetta bianca con un portico pieno di piante grasse che fino a un anno prima era disabitata. Adesso c’erano due sdraio di plastica nuova, un asciugamano steso sulla ringhiera e una bicicletta da donna appoggiata al muro.
Chiara sistemò Neo nella veranda, mise la ciotola dell’acqua vicino alla poltrona di vimini, aprì il trasportino e aspettò che il gatto uscisse da solo. Neo fece un passo fuori, annusò l’aria, mosse le orecchie in direzione della villetta accanto come se sentisse qualcosa che conosceva. Poi sgattaiolò fuori dalla porta-finestra e scomparve tra gli oleandri che separavano i due giardini. “Tanto torna”, disse Alessandro dalla cucina, dove non stava facendo niente se non guardare il cellulare. Chiara non rispose. Passò la mattina a spazzare il pavimento e a sistemare i teli sui mobili impolverati, mentre suo marito usciva due volte con la scusa di comprare l’acqua al distributore. Tornò la seconda volta con una bottiglia sola e un sorriso tirato, quello che gli usciva quando nascondeva qualcosa e pensava di essere bravo a farlo.
Alle due del pomeriggio Alessandro disse che dovevano rientrare a Milano entro sera, che il lunedì aveva una riunione. Chiara lo guardò per un attimo. Lui non aveva mai riunioni di lunedì, in otto anni di lavoro alla concessionaria aveva sempre cominciato la settimana il martedì pomeriggio. “E Neo?” chiese lei, appoggiata allo stipite della porta. “Neo se la caverà, è pur sempre un gatto. Tornerà selvatico, come quelli che vivono nelle spiagge qui sotto. Lo riprenderemo il prossimo weekend”. Lo disse con la stessa voce piatta con cui aveva detto “non è un bambino” quando Chiara gli aveva chiesto se poteva tenere il trasportino sulle ginocchia, in autostrada. Lei non disse niente. Mise in borsa il telefono, chiuse le persiane della veranda, lasciò una ciotola piena di crocchette vicino ai gradini e salì in macchina. Mentre la Punto s’immetteva sulla statale, le sembrò di intravedere una tenda muoversi dietro le piante grasse della villetta accanto, e il riflesso di una figura femminile che si ritraeva in fretta.
In autostrada, all’altezza di Genova, Chiara aprì il cellulare e andò sul portale dei pedaggi. Non lo faceva mai, non controllava il conto di suo marito. Ma quella mattina aveva trovato nella tasca del giaccone di Alessandro uno scontrino del bar di Finale, datato proprio il giorno in cui lui le aveva detto di essere andato a fare un sopralluogo a Savona. Due cappuccini, due paste. Erano trascorse due settimane da allora, e lui non aveva mai accennato a una colazione con un collega. Lei lo guardò di sbieco, concentrato sulla strada, e pensò a sua madre. Nonna Rosa diceva sempre: “Non fare domande a un uomo che ha già preparato le risposte. Guarda le cose che non cancella, quelle che non sa di aver lasciato in giro. Lì sta la verità”. E così Chiara aveva imparato a non chiedere più. A osservare. A mettere via le prove come si mettono le monetine nel salvadanaio dei bambini, finché il peso non rompe il vetro.
Arrivarono a Milano alle otto di sera, mangiarono una pizza surgelata in silenzio e Alessandro andò a letto prima del telegiornale. Chiara rimase sul divano con lo scontrino in mano, a fissare le due voci stampate: ore 9:47, due cappuccini. Poi prese il telefono, andò sul computer e trovò il profilo social della signora Veraldi, la vicina della casa bianca, che aveva pubblicato una foto di un gatto grigio accucciato sulla poltrona del suo portico con una didascalia: “Adesso ho un ospite fisso, si chiama Neo e ha gli occhi color rame, la sua padrona è una signora molto gentile”. La data: due giorni prima che Chiara e Alessandro portassero Neo in Liguria. Sotto la foto c’erano tre commenti, e in uno di essi la signora Veraldi rispondeva a un’amica: “No no, non è randagio, vive con una ragazza qui accanto, una certa Simona, molto carina, si è trasferita da poco. Il gatto va da lei ogni giorno, gli dà da mangiare e lo tiene in casa la sera”.
Simona. Chiara ripeté il nome ad alta voce e le venne in mente la settimana precedente, quando aveva trovato un biglietto nella giacca di Alessandro con scritto “Simona, Finale, ore 10 – portare le chiavi della villetta”. Lei aveva chiesto chi fosse Simona e lui aveva risposto “una nuova ispettrice dell’Agenzia delle Entrate, ho dovuto farle vedere i documenti catastali della casa al mare”. Poi aveva cambiato discorso. Adesso Chiara capiva. Suo marito non aveva portato Neo in Liguria per liberarsene. Lo aveva portato da Simona, la nuova vicina, l’ispettrice, l’amante che abitava proprio nella casa accanto. Era suo marito a darle da mangiare. Suo marito a tenerlo in casa la sera. Suo marito a punto.
Quella notte Chiara dormì poco. Alle sei del mattino fece la valigia, prese la cartellina con i documenti della casa al mare, il rogito, l’estratto conto della banca dove sua madre aveva messo i risparmi per lei, e scese in strada che ancora non c’era traffico. Alessandro dormiva. La sua suoneria del cellulare lampeggiò sul comodino, messaggio da “Simona Lavoro”, e Chiara lesse le prime parole che comparivano nella notifica: “Amore, hai dimenticato qui il suo collarino…”. Prese il telefono di Alessandro prima di uscire e lo infilò nella borsa. Non per spiarlo, ma per lasciargli il vuoto di uno strumento che gli serviva per mentire.
Partì per Finale alle sette, da sola, con la stessa Punto che aveva accompagnato Neo tre giorni prima. Arrivò che il sole era già alto e il mare rifletteva una luce bianca che faceva male agli occhi. Parcheggiò davanti alla villetta bianca. Non bussò subito. Aspettò sulla strada, appoggiata al cofano, finché la porta del portico si aprì e una donna bionda, con i capelli raccolti in un foulard di seta, uscì con Neo in braccio. Il gatto aveva un collarino nuovo, rosso, con una medaglietta che tintinnava a ogni passo. La donna la vide subito. Rallentò. Fermò la mano che accarezzava la testa del gatto. “Sei Chiara”, disse, e non era una domanda.
Chiara non rispose. Si avvicinò ai gradini del portico, a pochi centimetri dalla donna, e allungò le braccia. Neo alzò gli occhi color rame, la annusò, e con un movimento lento, felino, si spostò dalle braccia di Simona a quelle di Chiara, affondando le unghie nella stoffa della sua camicia come faceva sempre quando tornava a casa dopo un’assenza. “Vengo a riprendere il mio gatto”, disse Chiara soltanto, e quella frase conteneva tutto quello che aveva bisogno di dire. La donna bionda non provò nemmeno a trattenerlo. Rimase ferma con le braccia vuote, la bocca socchiusa, mentre Chiara tornava alla macchina, metteva Neo sul sedile del passeggero e avviava il motore.
L’avvocato la ricevette quel pomeriggio stesso. Chiara aveva preparato tutto: le foto, gli screenshot, lo scontrino con le due colazioni, la dichiarazione della signora Veraldi che aveva visto suo marito entrare nella villetta bianca ogni fine settimana da tre mesi. Aveva anche il modulo per la separazione dei beni che aveva stampato due giorni prima, di nascosto, mentre Alessandro dormiva. Lo firmò con la penna che l’avvocato le porgeva, con una calma che sorprese perfino lei. La casa al mare era intestata solo a lei, grazie a sua madre che aveva insistito per non fare comunione dei beni. La villetta, Neo, i soldi del conto erano al sicuro. Quello che non era al sicuro era suo marito, ma di quello non le importava.
Tre ore dopo, quando tornò a Milano, Alessandro era seduto sul divano con le mani sulle ginocchia. Non aveva il telefono. Non aveva il computer. Aveva solo una borsa da viaggio in corridoio, semivuota, come se qualcuno gli avesse detto di prepararsi in fretta. “Hai preso il gatto e sei andata dalla vicina”, esordì lui. “Simona mi ha chiamata dal telefono di un’amica. Dice che sei stata aggressiva”. Chiara rise, una risata secca, stanca, mentre Neo saltava sul tavolo e si accucciava sopra la sua borsa piena di documenti. “Non sono stata aggressiva. Ho detto solo che venivo a riprendere il mio gatto. Lei ha capito il resto”. Alessandro aprì la bocca per dire qualcosa, ma Chiara lo fermò con un gesto. Non voleva le sue bugie, non voleva nemmeno la verità. Voleva solo che se ne andasse, e glielo disse con le stesse parole che lui aveva usato per abbandonare Neo: “Sopravviverai anche da solo. Ci sono posti in città per chi non sa restare”.
Lui rimase immobile per qualche secondo, poi si alzò, prese la borsa e uscì senza chiudere la porta. Chiara sentì i passi sul pianerottolo, l’ascensore, e poi il silenzio. Neo la guardava dal tavolo, immobile, con la coda arrotolata attorno alle zampe. Sembrava in attesa che il mondo si rimetta a girare nella direzione giusta, e quando Chiara si sedette accanto a lui, il gatto fece le fusa. Lei appoggiò la testa sul pelo grigio e lasciò che il pianto arrivasse, silenzioso, senza singhiozzi.
La settimana dopo Chiara mise in vendita la villetta al mare. Non ci sarebbe più tornata, non voleva ricordare né la donna del portico né le bugie. L’agenzia immobiliare la valutò bene, il mercato era in ripresa, e l’acquirente fu trovato in pochi giorni: un vecchio pescatore di Varigotti che voleva un posto per i nipoti. Firmò il compromesso di venerdì, all’ora di pranzo, mentre Neo dormiva nella sua nuova cuccia, nell’appartamento in zona Tortona che aveva preso in affitto per ricominciare. Aveva scelto un quartiere pieno di cortili e di piante, dove i gatti potevano passeggiare sui tetti.
Quando arrivò il bonifico, li usò per estinguere il mutuo della macchina di Alessandro, quello che era intestato a lei come garante, e per cancellare definitivamente il suo nome da ogni vincolo con quell’uomo. Le carte del divorzio arrivarono una mattina di settembre, in una busta marrone che appoggiò sul tavolo della cucina senza aprirla subito. Prima diede da mangiare a Neo, gli riempì la ciotola di croccantini, gli grattò la testa e solo dopo, con il gatto che le faceva compagnia, strappò la busta e firmò dove c’era scritto il suo nome. Poi prese il collarino nuovo, quello rosso che Simona gli aveva comprato, lo sfilò dalla gola di Neo e lo buttò nella spazzatura. Al suo posto gli mise il vecchio collarino di cuoio, consumato ai bordi, con la medaglietta che portava solo due parole incise: “Chiara, 2018”. L’anno in cui tutto era cominciato. L’anno in cui lei credeva ancora alle promesse di chi diceva che i gatti si portano in vacanza, non si abbandonano.







