Lo videro tutti, era impossibile non notarlo. Un uomo sulla sessantina, spalle un po' curve, cappotto grigio consumato sui polsini. In braccio teneva un grosso soriano rosso avvolto in una vecchia coperta di pile, senza trasportino, stretto al petto come si tiene un bambino piccolo. Sotto il braccio, una busta di plastica con dentro chissà cosa.
Era entrato nel negozio di animali di via Tuscolana con l'aria di chi sta per compiere un passo decisivo, di quelli che rimandi per anni e poi una mattina qualsiasi ti svegli e dici basta, oggi.
— Scusi, non può entrare con l'animale — provò a fermarlo il commesso all'ingresso, un ragazzo giovane con la divisa blu.
L'uomo non rispose. Passò oltre con lo sguardo fisso davanti a sé, come se fermarsi in quel momento significasse perdere tutto il coraggio accumulato. Il gatto tra le sue braccia osservava il mondo da quell'altezza con la calma olimpica dei felini che hanno già visto tutto e non si stupiscono più di niente.
Armando — così si chiamava l'uomo — era arrivato fin lì con due autobus da Tor Bella Monaca. Vedovo da quattro anni. Da quando sua moglie Lucia se n'era andata in una notte di dicembre, in quella casa di settanta metri quadri erano rimasti solo lui e Arturo. Il gatto. Arturo era stato il primo a capire che Lucia non sarebbe tornata dall'ospedale. Per tre giorni aveva dormito sulla sua poltrona vuota, senza toccare cibo.
E una notte, in cucina, alle due passate, con la tazzina del caffè ormai fredda tra le mani, Armando gli aveva parlato. Come si parla a un figlio, a un fratello. «Te lo prometto, Artù. Ti trovo qualcuno. Un amico. Così non stiamo più qui a guardarci in faccia solo noi due.»
Erano passati quattro anni. Quattro anni in cui la pensione da ex ferroviere era bastata a malapena per l'affitto, le medicine e le scatolette. Eppure quella mattina aveva contato i soldi sul tavolo della cucina — risparmi su risparmi, banconote da venti e da cinquanta tenute insieme da un elastico — e aveva deciso che era il momento.
Allevamento Mancini, via Tuscolana 342. Aveva visto l'annuncio sul giornale di quartiere, ritagliato e tenuto per settimane nel portafoglio. Vendeva un cacatua bianco, di quelli che sembrano nuvole con gli occhi. Costava milleduecento euro. Milleduecento. Lui ne aveva da parte seicentottanta.
Era andato lo stesso. Perché a volte uno non va per comprare. Va per sapere se il cuore ha sbagliato.
Arturo vide il cacatua prima ancora di Armando. La gabbia era in alto, quasi a sfiorare il soffitto, e il gatto allungò il collo con un movimento lento, le orecchie dritte in avanti. Il cacatua, una femmina bianchissima con la cresta gialla appena accennata, smise di lisciarsi le penne. Fissò il gatto. Poi, con una lentezza che lasciò tutti senza fiato, scese lungo le sbarre, si avvicinò e piegò la testa di lato.
Arturo cominciò a fare le fusa. Forte. Come un motorino che si accende. Allungò una zampa verso le sbarre, con la delicatezza di chi sa esattamente cosa sta facendo, e il cacatua avvicinò il becco, gli sfiorò il pelo tra le dita come se lo pettinasse.
In tutto il negozio nessuno parlava più.
Armando guardò il cartellino del prezzo. Lo guardò a lungo. Poi guardò il gatto. Poi di nuovo il cartellino. Milleduecento euro. Gli mancavano cinquecentoventi euro. Erano le undici e mezza di un sabato di febbraio, fuori pioveva quel piattume romano che non lava niente, e lui stava per prendere Arturo e tornarsene a casa, quando una voce alle sue spalle disse:
— Mi scusi.
L'uomo che aveva parlato indossava un completo blu scuro. Non elegante, corretto. Di quelli che portano i commercialisti o i funzionari di banca. Dimostrava più o meno l'età di Armando, ma portava gli anni in modo diverso — più diritto, con meno fatica addosso. Aveva un portafoglio in mano e lo teneva con la calma di chi si accinge a pagare una cena qualunque.
— Posso? — chiese, indicando la gabbia con un cenno del mento.
Armando si voltò. Lo guardò in faccia, non al portafoglio. Perché la cifra faceva meno paura della possibilità che qualcuno entrasse nella sua vita così, senza preavviso, e la cambiasse in un colpo solo.
— No — rispose subito. — Non posso accettare. Grazie, ma no.
Lo disse quasi con imbarazzo. Come se rifiutando stesse difendendo non l'orgoglio, ma l'ultimo pezzo di sé che ancora gli apparteneva.
L'uomo in blu non insistette. Richiuse il portafoglio senza fretta e fece una domanda che Armando non si aspettava:
— Lei non lo sta facendo per sé, vero?
Armando voleva rispondere con una battuta, qualcosa di leggero per allentare la tensione. Invece strinse Arturo un po' più forte e disse solo:
— Gliel'ho promesso tanto tempo fa. Un amico. Perché non restasse solo.
Dietro di lui, una signora con un sacco di croccantini si soffiò il naso. Il ragazzo all'ingresso si grattò la nuca guardando per terra. Perché tutti avevano capito che Armando non stava parlando solo del gatto.
L'uomo in blu rimise il portafoglio nella tasca interna della giacca e chiese, semplicemente:
— Quanto ha?
Armando esitò. Poi estrasse dalla tasca i suoi soldi — banconote stropicciate, piegate in quattro, tenute insieme da un elastico da farmacia.
— Seicentottanta.
L'altro guardò quel rotolo di carta con un'attenzione che non aveva niente di pietoso. Lo guardò come si guarda un oggetto che merita rispetto.
— Allora partecipa anche lei — disse.
— Come?
— Lei mette i suoi. Il resto lo metto io. E la gabbia la pago io. Così non la privo di questo.
Armando aprì la bocca, la richiuse. La signora del mangime scoppiò a ridere, gli occhi lucidi.
— Ma che fa, sta lì impalato? — gli disse. — Lo compri, no? Quella bestiola ha già scelto.
E come se fosse un segnale, il negozio si sbloccò. Qualcuno applaudì piano, una commessa si girò verso la cassa con gli occhi che le brillavano. Armando posò le sue banconote sul bancone — spiegazzate, calde di tasca — e l'uomo in blu ci appoggiò sopra le sue, perfettamente allineate. Facevano contrasto, lì sul ripiano di formica. Ma non era un contrasto offensivo. Sembrava piuttosto un patto tra due vite che per un istante avevano smesso di chiedersi chi delle due fosse più dura.
Il ragazzo all'ingresso, quello che aveva tentato di fermare Armando, schizzò nel retrobottega. Tornò dopo un minuto trascinando una gabbia più grande, una confezione di trespoli e un pacco di mangime. Aveva la faccia rossa e il fiatone.
— Questo da parte del negozio — annunciò. — Per il suo compleanno.
L'uomo in blu alzò un sopracciglio.
— Il compleanno di chi?
Il ragazzo arrossì e indicò lui.
— Il suo. Visto che oggi è il suo compleanno. L'ha detto prima, no?
Solo in quel momento molti capirono che l'uomo non l'aveva detto per modo di dire. Era davvero il suo compleanno. Ed era da solo. E forse proprio per questo si era fermato più a lungo degli altri davanti alla scena di un gatto e un pappagallo che si sceglievano.
Gli applausi ripresero, più forti. Ridevano tutti, perfino le commesse. Armando balbettava che no, non era il caso, la gabbia costava troppo, si vergognava. Ma nessuno lo stava più a sentire.
L'uomo in blu sorrise per la prima volta. Un sorriso che lo ringiovaniva, un sorriso da ragazzo che non ti aspetti sotto quel completo anonimo.
— Non si preoccupi — disse ad Armando. — I soldi non mi mancano. È il tempo per gli esseri viventi che mi manca.
La frase rimase sospesa nell'aria, troppo semplice per voltarsi dall'altra parte. Dentro c'era tutta la stanchezza di chi ha ottenuto molto e ha perso qualcosa di essenziale senza quasi accorgersene.
La signora del mangime, che avrà avuto quarant'anni e le guance arrossate dal freddo, rise ancora:
— Allora non passi il suo compleanno da solo. Ci porti da qualche parte.
Lo disse per scherzare. Ma l'uomo in blu guardò quella piccola folla improvvisata — pacchi di croccantini, guinzagli, cappotti umidi di pioggia — e fece il nome di un ristorante. Uno di quelli in centro, in via dei Coronari, dove i tavoli hanno la tovaglia di stoffa e i calici di cristallo. Quello davanti al quale passi e non ti sogni nemmeno di entrare.
Silenzio. Un altro.
— Venite con le famiglie — aggiunse. — Altrimenti che compleanno è?
Nessuno rideva più. La gente tirava fuori i cellulari, qualcuno chiamava a casa, un signore con un cucciolo di labrador chiedeva se poteva passare prima a cambiarsi.
E lì, vicino alla cassa, Armando se ne stava con il suo gatto in braccio, la gabbia con il cacatua bianco appoggiata sul bancone, e ancora non riusciva a credere che quella mattina fosse uscito solo per controllare il prezzo.
Quella sera, al ristorante, si presentarono in ventidue. Chi in giacca e cravatta, chi col maglione buono tirato fuori all'ultimo momento, chi con i bambini ancora assonnati. L'uomo in blu — si chiamava Antonio, lo scoprirono tutti quella sera — fece portare vino buono, ordinò antipasti per tutti, rise come non rideva da anni.
Armando arrivò con Arturo in braccio — non poteva lasciarlo solo, disse, era venuto anche lui a festeggiare — e con il cacatua, a cui aveva dato nome Lucia. Lo aveva deciso sul sedile dell'autobus, mentre la pioggia rigava i finestrini e Arturo, dentro il trasportino nuovo, teneva una zampa appoggiata alle sbarre della gabbia accanto.
Antonio andò a sedersi proprio di fronte a lui. Si guardarono per un attimo senza dire niente. Poi Antonio versò il vino anche nel bicchiere di Armando, che non beveva quasi mai.
— Sa che cosa mi ha detto mio figlio al telefono? — fece Antonio, abbassando la voce. — Che sono matto. Regalare cinquecento euro a uno sconosciuto. E portare al ristorante venti sconosciuti.
Armando non rispose.
— E sa che cosa gli ho risposto? — continuò Antonio, con gli occhi che adesso ridevano. — Che non lo facevo per loro. Lo facevo per me. Perché oggi ho sessantotto anni, e volevo passarlo bene per una volta.
Arturo, accovacciato sulle ginocchia di Armando, fece le fusa più forte. Sopra la spalliera della sedia, il cacatua Lucia allungò il becco e gli sfiorò un orecchio. Il gatto chiuse gli occhi.
Nessuno, quella sera, parlò di soldi.







