Laura chiuse la serranda del panificio che quasi si ribellava, come ogni sera. Le undici passate, piazza Garibaldi deserta e un’umidità appiccicosa che a Padova, a inizio novembre, ti entra nelle ossa. Aveva mal di schiena e un unico pensiero: strapparsi il grembiule sporco di farina e infilarsi sotto la doccia. Suo marito Alessandro era già a casa, aveva dato la cena al figlio e, con ogni probabilità, stava leggendo sul divano con un bicchiere di rosso in mano.
Attraversò i giardinetti della Rotonda, taglio abituale per arrivare a casa in via Damiani. Di giorno è pieno di studenti universitari e mamme con i passeggini. A quell’ora è un buco nero, a parte qualche lampione traballante e l’eco dei suoi zoccoli.
Fu allora che notò qualcosa di strano sulla panchina di pietra vicino alla fontanella. Due sagome. Troppo piccole per essere una coppia di fidanzati.
Si avvicinò, il cuore che già andava più svelto. Un ragazzino sui dieci anni, spalle strette, e una bambina di cinque o sei, con le gambette che non toccavano terra. Lui la teneva stretta, un braccio intorno alle sue spalle come una piccola fortezza.
— Cosa fate qui? È tardissimo. Dovete tornare a casa — disse Laura, accovacciandosi.
Il ragazzino le puntò addosso due occhi scuri, da adulto. Deglutì a vuoto prima di parlare. La bambina si fece ancora più piccola, il viso nascosto contro il petto del fratello.
— Non abbiamo una casa. Ci ha cacciati fuori.
— Chi? La mamma dov’è?
— Il suo compagno. Lei è ubriaca sul divano.
Laura sentì il calore del forno sciogliersi di colpo dalla schiena. Guardò il ragazzino, poi la piccola. Avevano i capelli bagnati di umidità e un odore misto di chiuso e zucchero filato.
— D’accordo, alzatevi. Venite con me. Domani ci pensiamo. Non potete stare qui.
La bambina alzò lo sguardo verso il fratello, in cerca di un permesso. Lui annuì, quasi impercettibile. Laura prese la mano della piccola, poi porse l’altra al ragazzino. La bambina stringeva forte dita sudate e fredde.
Alessandro non fece domande. Aprì la porta e capì tutto al volo. Si limitò a prendere un asciugamano pulito e a indicare il bagno. Filippo, il figlio di dodici anni, guardò quei due sconosciuti per un secondo, poi tolse una confezione di biscotti dalla credenza.
La notte fu un susseguirsi di piccole cose. Un pigiama di pile di Filippo che stava enorme al ragazzino, di nome Diego. Una maglietta da notte prestata dalla vicina, la signora Carli, che aveva nipotini piccoli e un sacco di roba smessa. La bambina, Emma, non lasciava la mano del fratello neanche mentre mangiava la minestra. Più tardi Laura li sistemò sul divano letto del soggiorno, e lei a ogni movimento si aggrappava a Diego come se potesse sparire.
Laura e Alessandro parlarono a voce bassa fino a tardi, seduti sui gradini interni della scala che portava al piano di sopra, per non svegliarli. Che cavolo. Due bambini in mezzo a una strada. E adesso?
La mattina dopo Laura non andò al panificio. Chiamò la sua socia, spiegò in fretta, e accompagnò i bambini a casa loro. Voleva guardare in faccia quella donna. Voleva chiederle come si dorme sapendo che i tuoi figli sono su una panchina.
La casa era un condominio popolare in via Guizza, quarto piano, ascensore rotto. La porta era chiusa male, accostata. Diego la spinse ed entrò con circospezione. Laura lo seguì.
Dalla cucina uscì una donna. Avrà avuto trentacinque anni, forse meno, ma ne dimostrava venti di più. Vestaglia lilla stinta, un taglio su uno zigomo gonfio, il resto del viso sciupato. Guardò i figli senza stupore, con una specie di sollievo assente.
— Ah, siete qui — mormorò. Poi a Laura, con sospetto: — Lei chi è?
— La signora Laura. Abbiamo dormito da lei — intervenne Diego, con una tensione nella voce che era metà difesa e metà resa.
La donna annuì, come se la cosa avesse perfettamente senso. Sparì in cucina e Laura la sentì armeggiare con un bricco del tè. La raggiunse.
La cucina era pulita. Povera, un tavolo di formica con i bordi scrostati, una stufetta attaccata con una prolunga che penzolava. Eppure i piatti erano lavati, il pavimento pulito. La donna si sedette, accese una sigaretta con dita ferme. La guardò dritta con l’occhio sano.
— Lei ha bambini?
— Un ragazzo. Dodici.
— Senta, se mi dovesse succedere qualcosa, non li abbandoni.
Laura sentì caldo al viso nonostante il freddo della stanza.
— Di cosa sta parlando? Lei è la loro madre.
La donna aspirò, scrollò la cenere in un piattino.
— Io non mi fermo più. Ci ho provato, creda. Ma quello — e fece un cenno vago verso il corridoio, dove un russare pesante faceva vibrare l’aria — non me lo permette.
— Denunciatelo. Andate in questura.
— Fatto due volte. L’hanno preso, ha fatto due settimane, è tornato e ha fatto peggio. E io ormai senza bere non ci sto in piedi. Lui manda via i bambini. Non sono suoi.
— Il padre?
— Morto in cantiere. È caduto da un’impalcatura a Marghera quando Emma aveva otto mesi. Da lì… — agitò la sigaretta in aria, a disegnare il precipizio.
Stettero in silenzio. L’acqua del tè bolliva, il coperchietto ballonzolava.
— Lavora?
— Facevo le pulizie in un magazzino. Mi hanno lasciato a casa la settimana scorsa. Troppe assenze.
— E lui?
— Lui sì. Ogni tanto. Qualcosa si rimedia.
La donna si alzò, spense la sigaretta e appoggiò entrambe le mani sul tavolo. Il taglio sullo zigomo si allargò in una smorfia che non era un sorriso.
— Se mi succede qualcosa, non lasci il mio Diego e la mia Emma. Non mi importa se deve metterli in comunità. Ma almeno vada a trovarli. Me lo prometta.
Laura si alzò, la borsa le scivolò dalla spalla e la riprese con un gesto lento. Voleva dire una cosa sensata, trovare una soluzione, ma sentiva solo il ronzio del frigorifero e quel russare lontano. Fece no con la testa, ma annuiva. Non sapeva neanche lei.
Uscì dalla cucina senza rispondere. I bambini la aspettavano sulla porta di casa, immobili come due statuine di sale. Emma, per la prima volta, fece un passo verso di lei con le braccia alzate. Laura la prese in braccio, sentì le gambette magre che le stringevano i fianchi. Diego appoggiò la fronte alla sua manica. Laura non si girò più verso l’interno.
— Tu sai dov’è il mio panificio — disse a Diego, la voce rotta. — Per qualsiasi cosa.
In strada pianse. Camminava e si asciugava gli occhi con il dorso della mano, i passanti la guardavano.
La sera Alessandro la ascoltò senza interromperla. Alla fine mise giù il libro, si tolse gli occhiali e allungò una mano sul tavolo.
— Se succede, succede. Non succede niente.
Filippo, che origliava dalla porta socchiusa, entrò e si avvicinò al tavolo. Mise una mano sulla spalla della madre. Rimasero tutti e tre in silenzio in quella cucina piena di briciole di biscotti e tazze di camomilla.
Il giovedì mattina dopo, Laura stava impastando. La porta a vetri del panificio sbatacchiò. Era Diego, fradicio di pioggia, gli occhi sbarrati.
— Signora Laura. La mamma non c’è più. Sono venuti i carabinieri. L’hanno trovata stamattina nel canale. Quell’uomo è in caserma. Emma è dalla vicina. Ci portano in comunità.
Non c’erano lacrime. Glielo disse tutto d’un fiato, arrivando fino al bancone in due passi, e poi si voltò.
— Aspetta!
— Devo tornare da Emma. Non voglio che resti da sola.
La porta sbatacchiò di nuovo. Laura rimase dieci secondi con le mani nella pasta, la sua socia la guardò e le fece un cenno con il capo. Vai.
La madre morì per un colpo alla nuca, disse il giornale locale due giorni dopo. Non scrivevano “omicidio”, ma Laura lo capì da sé. Forse lei lo aveva già capito quel giorno, quando le aveva chiesto quella promessa.
Cominciarono le carte, i colloqui con l’assistente sociale, il tribunale dei minori di Venezia. Laura e Alessandro si offrirono per l’affido. La donna raccontò tutto alla giudice onoraria, anche di quella conversazione nella cucina di via Guizza. Parenti non ce n’erano, o comunque non se ne fecero vivi.
Tre mesi dopo, Diego ed Emma trasferirono le loro poche cose nella stanza che era stata lo studio di Alessandro.
Laura dovette ridurre le ore al panificio. Emma era un passerotto terrorizzato. Se le cadeva un pennarello per terra, guardava Alessandro come se aspettasse uno schiaffo. Se lui starnutiva forte, lei correva a nascondersi dietro Diego. Ci volle più di un anno per vedere un disegno con un sole o per sentirla chiedere un secondo pezzo di torta senza abbassare la testa.
Diego, invece, aveva una forma diversa di protezione. Non parlava quasi mai della madre, faceva i compiti con un’applicazione da adulto. Aiutava a sparecchiare. Una sera Laura lo trovò seduto sui gradini della scala interna, lo stesso punto dove aveva parlato con Alessandro quella prima notte. Lo guardò e riconobbe la sua postura, le spalle che si tenevano su da sole perché non c’era nessun altro a farlo.
— Tutto bene, Die?
— Sì. Sto solo un po’ qui.
Lei non disse altro. Andò in cucina, tornò con due fette di pangiallo e si sedette accanto a lui nello stesso identico modo. Mangiarono in silenzio.
L’inverno passò, e con lui la quinta elementare di Diego e il primo anno di primaria di Emma. Poi venne la primavera, quella calda di Padova con i tigli che appiccicano.
Una sera Alessandro tornò da un viaggio di lavoro a Bologna. Era stato via quattro giorni. Laura lo sentì mettere la chiave nella toppa e sussurrò a Emma: «Corri a vedere chi è». La bambina partì in ciabatte, si bloccò davanti alla porta che si apriva. Alessandro posò la valigia. Fece un passo lentissimo, si accovacciò e aprì le braccia, senza dire una parola.
Emma rimase ferma. Lo fissò. Poi fece tre passi veloci, lo abbracciò al collo così forte che perse una ciabatta.
Alessandro la prese in braccio, si rialzò. Diego si avvicinò, senza dire niente, e ricevette una pacca sulla spalla. Filippo si aggiunse con il sorriso ebete di chi non sa come gestire l’emozione. Laura percorse le mattonelle del corridoio con il grembiule ancora sporco di farina, i capelli sfatti. Si strinsero in un cerchio sgangherato, con Emma al centro che rideva.
La ciabatta rimase per terra fino al giorno dopo. Nessuno la raccolse.







