Nella clinica veterinaria di via Amendola, a Bari, c'era un gatto che non mangiava da quattro giorni. Si chiamava Artù, un europeo tigrato grigio con una macchia bianca sul petto che sembrava una farfalla. Stava sdraiato sul davanzale della sala d'attesa, immobile, con gli occhi gialli fissi sul cancello d'ingresso. Non dormiva. Aspettava.
Elisa, la veterinaria titolare, gli aveva provato tre marche di crocchette diverse, aveva scaldato il paté nel microonde, aveva persino aperto una scatoletta di tonno al naturale. Niente. Artù annusava l'aria, socchiudeva appena gli occhi e tornava a guardare fuori. La pancia gli si era scavata sotto il pelo, e quando Elisa gli passava due dita lungo la schiena, sentiva le vertebre come i grani di un rosario.
L'aveva trovato lì tre anni prima, in una gabbietta di plastica, con un biglietto attaccato allo sportello: «Torno tra un'ora». L'ora era diventata un giorno, il giorno una settimana, la settimana un mese. Elisa aveva chiamato il numero scritto sul biglietto una volta, due, tre. Sempre spento. Poi aveva smesso di chiamare e aveva portato da casa una vecchia coperta di pile che sua madre le aveva regalato quando si era laureata. Arancione, con un bordo sfilacciato. Artù ci si era accucciato sopra la prima notte e non l'aveva più lasciata.
Nessuno in clinica parlava mai di restituirlo. Il collega di Elisa, Sandro, un uomo grande con le mani da contadino e la barba sempre piena di peli di animali, lo chiamava «il principe» e gli portava gli avanzi del suo pranzo. La segretaria, Miriam, gli aveva comprato un collarino rosso al mercato di via Napoli. «Così se esce, sanno che è di qualcuno», aveva detto. Ma Artù non usciva mai. Stava sul davanzale e guardava il cancello.
Quella mattina di ottobre pioveva. Una pioggia sottile e tiepida che sapeva di mare e di foglie bagnate. Elisa stava preparando il caffè nella stanzetta sul retro quando squillò il telefono. Miriam rispose, poi si affacciò alla porta con una smorfia strana.
— C'è una signora. Dice che vuole sapere del gatto tigrato. Quello di tre anni fa.
Elisa posò la moka sul fornello. Il caffè gorgogliava piano.
— Chi è?
— Ha detto che si chiama Lucia. Che l'aveva lasciato qui per un'ora. E che non è più tornata.
Elisa prese il telefono. La voce dall'altra parte era bassa, calma, come quella di chi ha imparato a non alzare i toni per non sprecare energie.
— Buongiorno. Sono Lucia. Tre anni fa ho lasciato un gatto nella sua clinica. Un tigrato, con una macchia bianca sul petto. Si chiama Artù. Vorrei sapere se sta bene. E se posso venire a prenderlo.
Elisa sentì la tazzina del caffè che le scivolava dalle dita. La riprese al volo, ma il cucchiaino cadde a terra con un tintinnio.
— Sono passati tre anni — disse. Erano le uniche parole che le uscivano.
— Lo so. Posso venire?
— Tre anni — ripeté Elisa. — Tre anni in cui questo gatto è stato qui, su un davanzale, a guardare fuori. Tre anni in cui non ho mai ricevuto una sua telefonata. E adesso mi chiama e mi dice che lo vuole indietro?
Silenzio. Poi Lucia disse piano:
— Non l'ho abbandonato. Posso venire?
Elisa riattaccò. Il cuore le batteva nelle tempie. Sandro, che stava sterilizzando gli strumenti, alzò lo sguardo.
— È quella che l'ha mollato?
Elisa annuì.
— Non farla entrare. Dille che il gatto è morto. Dille che l'abbiamo dato via. Quella gente prima butta gli animali e poi, quando gli passa la crisi di coscienza, tornano a chiederli. Mandala via.
Elisa non rispose. Bevve il caffè in un sorso solo, anche se era bollente. Le bruciò la lingua e la gola. Guardò Artù sul davanzale. Lui non si era mosso. La pioggia rigava il vetro e faceva scivolare ombre grigie sul suo pelo.
Richiamò Lucia il pomeriggio. Le disse che Artù era vivo, sano, vaccinato. Che aveva una coperta, un collarino rosso, un angolo tutto suo. E che non le sembrava giusto restituirlo a una persona che l'aveva lasciato senza dire niente.
Lucia rimase in silenzio per un respiro. Poi sussurrò:
— Non l'ho lasciato senza dire niente. L'ho lasciato perché non sapevo se sarei tornata. Poi capisco che lei non può credermi. Arrivederci.
E riattaccò.
Due giorni dopo, Lucia era fuori dalla clinica.
Elisa la vide attraverso il vetro smerigliato della porta. Una figura sottile, con un impermeabile troppo largo, i capelli scuri molto corti, quasi rasati, e una sciarpa di lana avvolta intorno al collo, nonostante fuori ci fossero diciassette gradi. Stava ferma sotto la pioggerella, senza bussare. Con le mani in tasca. Aspettava.
Artù si alzò. Per la prima volta in quattro giorni si mosse da solo, senza che Elisa lo prendesse in braccio. Saltò giù dal davanzale, si stirò sulle zampe anteriori e si avvicinò alla porta. Poi si sedette lì, con la coda arrotolata intorno alle zampe, e fissò il vetro.
Elisa rimase immobile, con il phon per asciugare i cani ancora in mano. Guardava la silhouette oltre il vetro. Il cuore le faceva male, un dolore sordo e costante, come una porta che continui a spingere senza riuscire ad aprirla.
La silhouette si mosse. Lucia si voltò, lentamente, e cominciò a camminare verso il cancello. La pioggia le incollava l'impermeabile alle spalle. Sembrava più piccola di come era apparsa all'inizio. Più fragile.
Artù rimase seduto davanti alla porta fino a sera. Non mangiò, non bevve, non si lavò il muso con la zampa come faceva ogni giorno dopo cena. Quando Elisa spense la luce della sala d'attesa, vide i suoi occhi gialli brillare nel buio. Fissavano ancora il vetro smerigliato, dove non c'era più nessuno.
La busta la trovò la mattina dopo, infilata sotto la porta.
Era bianca, senza francobollo, senza mittente. Solo il suo nome scritto a penna: «Elisa». Caratteri piccoli, inclinati a sinistra, come se la mano che li aveva tracciati avesse fretta di finire o paura di sbagliare.
Dentro c'erano tre fogli e una fotografia.
Il primo foglio era un certificato dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Intestato a Lucia Rinaldi. Linfoma non-Hodgkin, stadio tre. Data di tre anni prima. Elisa lesse le parole due volte: chemioterapia, radioterapia, intervento chirurgico. Le dita le tremavano. Poggiò il foglio sulla scrivania e lo lisciò con il palmo, come se potesse cancellare quello che c'era scritto.
Il secondo foglio era un referto di remissione completa. Due anni di controlli negativi. L'ultimo timbro era di sei mesi prima.
Il terzo foglio era una lettera scritta a mano. La stessa grafia piccola, le stesse lettere inchinate.
«Ho lasciato Artù perché non sapevo se sarei tornata. Cominciavo la chemio e mi avevano dato il quaranta per cento di possibilità. Non avevo nessuno a cui lasciarlo. I miei sono morti, non ho fratelli, il mio ex se n'era andato sei mesi prima. La sua clinica era l'unico posto dove sapevo che si sarebbero presi cura di lui. Ho chiamato ogni mese il primo anno. Mi hanno detto che il gatto era stato adottato da una veterinaria. Ho pensato che fosse la cosa migliore. Non volevo presentarmi finché non fossi guarita. Volevo tornare da lui intera. Gli avevo promesso che sarei tornata».
La fotografia era piccola, dieci per quindici, con un angolo piegato. Mostrava una donna dai capelli cortissimi, quasi rapata, con un foulard colorato in testa, seduta su una poltrona d'ospedale. In braccio aveva un gatto tigrato con una macchia bianca sul petto. Il gatto strofinava il muso contro il suo mento. La donna lo teneva stretto, con tutte e due le mani, contro il petto, proprio dove la camicia da notte si apriva sulla clavicola.
Elisa sedette per terra, nel corridoio della clinica, con la schiena appoggiata al muro. Rilesse la lettera. Poi la rilesse ancora. Artù si avvicinò, silenzioso come sempre, e si accoccolò sulle sue gambe. Elisa gli accarezzò la testa con due dita, proprio tra le orecchie, dove il pelo era più morbido. Lui chiuse gli occhi e cominciò a fare le fusa, per la prima volta dopo giorni.
Tre anni. Per tre anni lei l'aveva accarezzato, nutrito, curato, e aveva pensato che fosse suo. Ma Artù non era mai stato suo. Artù era stato in prestito, in attesa. E ogni giorno di quei tre anni l'aveva passato sul davanzale a guardare il cancello.
Chiamò Lucia a mezzogiorno.
— Venga. Prenda Artù.
— È sicura? — chiese Lucia.
— Sì — rispose Elisa.
Quel sì le costò più di qualsiasi diagnosi difficile avesse mai dato in vent'anni di professione.
Lucia arrivò in venti minuti. Entrò piano, fermandosi appena oltre la soglia. Aveva l'impermeabile bagnato e le gocce di pioggia le brillavano sulla sciarpa di lana. I suoi occhi scuri cercarono subito Artù.
Lui era sul davanzale. Quando la vide, voltò la testa di scatto. Rimasero così un secondo, due, dieci. Poi Artù saltò giù e andò verso di lei. Non di corsa, non eccitato. Camminò, semplicemente, con la coda dritta e la punta leggermente piegata a uncino. Come si cammina verso una persona che si conosce da sempre e che finalmente è tornata.
Elisa andò nell'armadietto del retro, dove teneva i farmaci, e prese il collarino rosso che Miriam aveva comprato tre anni prima. Era un po' scolorito, il rosso era diventato rosa sui bordi. Lo porse a Lucia senza parlare.
Lucia lo prese con dita sottili e lo allacciò intorno al collo di Artù. Il gatto alzò il muso e le diede un colpetto con la testa sul polso. Lei lo prese in braccio e lui si infilò subito sotto il suo mento, nella fossetta tra le clavicole, e chiuse gli occhi.
Elisa raccolse la ciotola di Artù. Era di plastica, con una crepa sul fondo. La lavò, la asciugò con uno straccio e la mise in un sacchetto.
— Tenga — disse, porgendola a Lucia. — Gli compri una ciotola decente. Questa era provvisoria.
Tre anni di provvisorio.
Lucia prese il sacchetto e annuì, gli occhi lucidi. Strinse Artù al petto con tutte e due le mani, esattamente come nella fotografia. Poi aprì la porta e uscì sotto la pioggia.
Elisa rimase in mezzo alla sala d'attesa, con le mani vuote. Sandro era fermo sulla porta del retro, con lo strofinaccio in spalla, e non diceva niente. Miriam tirò su col naso, forte, e si mise a sistemare le cartelle cliniche senza motivo.
Elisa si avvicinò al davanzale. Passò un dito sulla polvere, proprio dove Artù stava sdraiato ogni giorno. C'era un alone pulito, della forma esatta del suo corpo. Lo guardò per un momento, poi passò la manica del camice e lo cancellò.
Prese un respiro. Si mise gli occhiali da vista che teneva appesi al collo con una catenella, aprì l'agenda degli appuntamenti e chiamò il primo paziente della giornata.







