L’autobus da Trento arrivò a Brindisi con quaranta minuti di ritardo. Erano le ventidue e dieci di un martedì di novembre. Pioveva quel piovischio fine e insistente che in città bagna i binari e incolla le foglie morte all’asfalto. Rosa De Santis scese per ultima. Trascinava una valigia blu con una ruota rotta. Non aveva fretta. Nessuno la aspettava.
Erano sedici anni che non metteva piede in quella stazione. Se n’era andata che aveva quarantacinque anni e un biglietto di sola andata per Bolzano. Lasciava tre figli e un mutuo da pagare. Tornava con sessantun anni, le mani gonfie per l’artrite e un conto in banca che faceva quasi ridere.
Tutto era cominciato con la morte del marito. Un incidente al porto. L’aveva lasciata con tre figli e niente da mangiare. Aveva venduto la casa al rione Casale per pagare i debiti. Poi era salita su un treno. Per sedici anni aveva fatto la badante. Aveva cambiato pannolini ad anziani che non erano suoi. Aveva pulito case di estranei. Aveva cucinato per bocche che non la chiamavano mamma.
I soldi? Li mandava tutti a casa. Ogni euro. Con quei soldi, Sara si era comprata un appartamento a Lecce. Lei gliene aveva dati quarantamila di anticipo. Ad Antonio aveva comprato un bilocale a Bari. Chiara, la piccola, abitava a due passi da dove una volta sorgeva la loro vecchia casa, in un appartamento arredato con i suoi risparmi.
Pensava che quello fosse amore. Pensava che un giorno, quando le gambe non l’avrebbero retta più, ci sarebbe stato un letto per lei da qualche parte.
Alla stazione, Rosa si sedette su una panchina di metallo. L’acqua filtrava dalla pensilina. Prese il telefono, un vecchio modello con lo schermo rotto. Chiamò Sara.
«Pronto?»
«Sara, sono mamma. Sono arrivata a Brindisi.»
Non ci fu risposta. Solo il brusio della televisione in sottofondo.
«Mamma? Ma non dovevi avvertire? Senti, noi non stiamo bene. Le bambine hanno la febbre. Marco è via per lavoro.»
«Mi serve solo un letto per stanotte, domani cerco qualcosa.»
«Non so dove metterti. Il divano è sfondato. E poi le bambine si svegliano se sentono rumori.»
Rosa chiuse gli occhi. Sentì lo schiocco della pioggia sulle rotaie. Chiamò Antonio.
«Mamma, ti giuro, vorrei aiutarti, ma Elena è incinta di sei mesi. Ha le nausee. Non puoi capire lo stress. Un estraneo in casa la manda in agitazione.»
«Non sono un’estranea, Antonio. Sono tua madre.»
«Sì, ma lo sai com’è lei. Non prendertela.»
Restava Chiara. La piccola. Quella per cui aveva versato l’ultima goccia di sudore.
«Mamma, hai sempre fatto così. Arrivi all’improvviso e pretendi che tutti mollino tutto. Io stasera ho una cena. Non posso proprio. Mi dispiace.»
Rosa si guardò intorno. La stazione si stava svuotando. Il bar era chiuso. Rimase seduta lì, con la valigia bagnata. Sentì un dolore acuto alla schiena, all’altezza dei reni. Lo stesso dolore che la piegava in due a Bolzano quando sollevava la signora anziana dal letto.
Tirò fuori dalla borsa un vecchio portachiavi. Era un pumo, un portafortuna di ceramica dipinta a mano. Glielo aveva regalato suo marito il giorno del matrimonio. Lo strinse nel pugno. Non pianse. Non ne aveva più la forza.
Si alzò. La valigia si rovesciò. Si aprì per via della cerniera rotta. Le mutande, i maglioni, le foto dei figli piccoli finirono nella pozzanghera nera. Una donna delle pulizie con il velo in testa si avvicinò e l’aiutò a raccogliere tutto.
«Signora, la stazione chiude. Non può restare qui.»
Rosa le chiese se c’era un posto economico dove dormire. La donna, una straniera di nome Fatima, le indicò un affittacamere in via Cappuccini. «Costa trenta euro a notte. È pulito.»
Rosa fece un cenno con il capo.
Camminò sotto la pioggia. Trenta euro. In tasca aveva duecento euro in contanti. Tutto il resto era su una carta che teneva per le medicine. La schiena urlava. Le gambe tremavano.
L’affittacamere era un palazzo vecchio. Una signora anziana, la signora Assunta, aprì la porta. Guardò Rosa. Guardò la valigia rotta.
«Ha una faccia da funerale, figlia mia. Entri. C’è una stanza libera all’ultimo piano.»
La stanza era piccola. Un letto singolo, un comodino con una radio vecchia, una finestra che dava sui tetti. Odorava di chiuso e di naftalina. Ma era asciutta. Rosa si sedette sul letto. Rimase immobile per un’ora. Il telefono non squillò. Nessun «Mamma, sei arrivata? Stai bene?».
Il giorno dopo, la febbre. Come un treno che la investì. La signora Assunta salì con una minestra di verza e una camomilla.
«Devo chiamare qualcuno? Ha figli?»
«Sì.»
«Posso chiamarli?»
Rosa guardò fuori dalla finestra. Il cielo era grigio come il grembiule che indossava da sedici anni.
«No. Non servono.»
Fu lì che Rosa prese la decisione. Quella vera. Non sarebbe più stata un peso. Ma non avrebbe più inseguito nessuno.
Dopo tre giorni, la febbre passò. Andò al CAF per controllare la situazione della pensione. Poi entrò in un’agenzia immobiliare. Non per comprare casa. Per affittare una stanza. Aveva bisogno di un contratto. Un pezzo di carta che dicesse: *questa è casa mia*.
Trovò un posto a Sant’Elia. Una stanza in un cortile di una vedova. La stanza era povera, ma aveva una porta con una serratura. Quando la padrona le consegnò le chiavi, due chiavi nuove, lucide, Rosa le tenne in mano per cinque minuti. Non ricordava più cosa si provasse ad avere una chiave propria.
Passarono due mesi. I figli scoprirono che era lì quasi per caso. Una vicina la vide al mercato e chiamò Chiara. Chiara chiamò Sara. E Sara chiamò Antonio.
Un pomeriggio, Sara si presentò sotto casa. Era elegante, con la macchina nuova. Un SUV nero. Suonò al citofono. Rosa guardò giù dalla finestra del primo piano. Non la fece salire subito. Lasciò che aspettasse dieci minuti sotto la pioggia. Non per cattiveria, ma per stanchezza.
Aprì la porta. Sara entrò, guardandosi intorno con diffidenza.
«Mamma, ma che posto è questo? Sembra una prigione.»
«È casa mia, Sara.»
«Senti, siamo rimasti male. Davvero. Non puoi dire che non ti vogliamo. Solo che ognuno di noi ha le sue cose, i suoi tempi.»
Rosa non rispose. Mise sul fuoco la moka.
«Ti ho portato una cosa.» Sara tirò fuori dalla borsa una busta bianca. «Sono duemilacinquecento euro. Non è tutto, ma voglio iniziare a sistemare le cose.»
Rosa guardò la busta. Poi guardò il tavolo. Sul tavolo c’era il contratto d’affitto. C’era anche una ricevuta. L’aveva pagata quella mattina. Sei mesi di affitto anticipati. Trecento euro al mese. Milleottocento euro. Tutto quello che aveva guadagnato in quelle settimane facendo le pulizie a una pensione per anziani.
«Tieni i tuoi soldi, Sara.»
«Mamma, non fare l’orgogliosa. Ti servono.»
«Certo che mi servono. Ma non mi servono i soldi che mi dai per toglierti il fastidio. Ho pagato l’affitto da sola. Vedi questa ricevuta? Sei mesi. Sono a posto.»
Sara rimase con la busta in mano. Non sapeva dove guardare.
«Ma perché non vieni a stare da me adesso? Ti prepariamo la camera delle bambine.»
«No.» Rosa versò il caffè. Il profumo riempì la stanza. «Non voglio dormire nella camera delle bambine, Sara. Voglio dormire nel mio letto. E questo è il mio letto.»
Fu in quel momento che Sara capì. Non sono le scuse a riempire un piatto vuoto. Non è il senso di colpa a scaldare un letto freddo.
«Dio, mamma, mi dispiace così tanto…»
«Anche a me dispiace, Sara.»
Il resto venne naturale. Antonio telefonò una sera. Voleva discutere. «Perché non mi hai detto che eri tornata? Perché sei andata a stare in quel buco?».
«Perché avevo bisogno di una cosa, Antonio. Un letto. E tu non ce l’avevi.»
«Ma cazzo, mamma, non si fa così!»
Rosa chiuse la chiamata. Riaprì il telefono. Trovò il numero di Antonio. Lo cancellò. Trovò il numero di Sara. Lo cancellò. Trovò il numero di Chiara. Lo tenne. Chiara non aveva ancora chiamato.
Passò una settimana. Poi un’altra. I gesti quotidiani la tenevano in piedi. Andava a lavorare alle sei del mattino. Tornava alle due. Si cucinava un piatto di pasta. Accendeva la radio. Ascoltava le canzoni di una volta.
Non comprò mobili nuovi. Solo una piantina di basilico sul davanzale. E una cornice di plastica. Ci mise la foto del matrimonio. Sorrise tra sé. Aveva passato sedici anni a comprare il futuro dei suoi figli. Aveva comprato anche la casa di Sara. Ma quando era arrivato il freddo, quella casa era rimasta chiusa per lei.
L’estate dopo, Chiara si presentò. Non era sola. Aveva con sé la bambina. Una bambina di sei anni con un vestito a fiori.
«Nonna? Perché non abiti più da noi?»
Rosa si chinò. Le ossa fecero crack. Accarezzò i capelli della bambina.
«Perché la nonna ha bisogno della sua casa, come te.»
La sera, guardando il basilico, Rosa si versò un bicchiere d’acqua. Prese il pumo, il portafortuna. Lo mise accanto alla foto del matrimonio. Poi prese la ricevuta dell’affitto. La lisciò bene sul tavolo.
Non doveva più piangere. Non doveva spiegare niente a nessuno. Aveva una porta chiusa. E due chiavi che erano solo sue.







