Erano tornate dal mare da un’ora quando Bianca uscì dalla cameretta. Aveva in mano il quaderno di ginnastica, con l’angolo stropicciato.
«Mamma, il tablet non c’è più.»
Giulia era ancora accanto alla porta d’ingresso, con la borsa termica per terra. Guardò verso la scrivania. C’erano i pastelli, c’era il diario, mancava solo il tablet. Poi guardò il soggiorno. Il televisore a parete non c’era più. In cucina non c’era più la macchina del caffè, né il microonde. Nel bagno, lo spazio della lavatrice era vuoto.
Sul pianerottolo la lampadina era ancora fulminata. Dal cortile saliva l’odore del minestrone della signora del terzo piano e il cigolio dell’ascensore vecchio. Da fuori, il tram 16 frenava all’angolo con un colpo di tosse metallico.
Giulia prese il telefono e chiamò Marco. Lui rispose al terzo squillo, col fiatone, come chi ha appena finito di caricare scatoloni in macchina.
«Sono in paese. Ho portato le cose dai miei.»
«Hai portato via anche il tablet di Bianca?»
«Lo hanno regalato i miei genitori. È mio.»
«La televisione? La lavatrice?»
«Ho preso quello che ho pagato io. Tu non sei voluta venire, io sì. Se fai la testarda, divorzio.»
Giulia strinse il telefono. «Va bene. Divorziamo.»
Due mesi prima, a fine marzo, Marco era arrivato tardi. Lei stava tagliando le zucchine per la cena. Lui appese la giacca alla sedia, aprì il rubinetto, si lavò le mani. Poi, mentre si asciugava con lo strofinaccio, disse:
«A fine maggio vendiamo l’appartamento e ci trasferiamo dai miei in collina.»
Giulia lasciò il coltello sul tagliere.
«Perché?»
«I miei non ce la fanno più con la casa, la capra, le galline, l’orto. La bolletta del gas è raddoppiata. Mia madre ha l’artrosi.»
«Vendi la capra, le galline. Riduci l’orto della metà. I tuoi sono pensionati: lascia che riposino.»
«I prodotti genuini servono a noi, a Bianca, ai figli di Federica.»
«Federica ha tre figli e te li scarica lì tutta l’estate. Noi già ogni vacanza la passiamo piegati sull’orto.»
«La famiglia si aiuta.»
«E il mio lavoro? La ginnastica di Bianca?»
Marco sbriciolò un pezzo di pane sul tavolo. «La ginnastica può lasciarla. Tanto non diventerà una campionessa.»
«Non mi interessa. A lei piace. E questo appartamento è mio, l’ho ereditato da mia nonna. Non si vende, non si affitta.»
«I soldi per il mare non li devi spendere.»
«Sono i soldi della mia tredicesima. Li ho guadagnati io. Tu spendi metà dello stipendio in fieno e bollette per i tuoi.»
«Ho deciso io. E basta.»
Giulia appoggiò il tagliere sul bordo del tavolo. «Allora vai da solo.»
Marco si alzò. «Se non vieni, me ne vado e chiedo la separazione.»
Giulia non disse niente. Contò mentalmente i soldi per il viaggio in Gallipoli: milleduecento euro, già messi da parte in una busta bianca nel cassetto della biancheria. Li aveva guadagnati con la tredicesima. L’appartamento era stato di sua nonna Rosa, morta tre anni prima, e ora era al cento per cento suo.
«E poi», aggiunse Giulia, «il cibo che diamo ai tuoi genitori? Tua sorella lo carica nel bagagliaio mentre noi siamo piegati nell’orto. Bianca li ha visti l’estate scorsa.»
«I soldi sono di famiglia.»
«I miei soldi no.»
Dopo la telefonata con Marco, Giulia si sedette sul letto di Bianca. La bambina teneva in mano il quaderno e chiedeva: «È stato papà?»
«Sì. Gli adulti a volte fanno delle stupidaggini.»
L’indomani mattina Giulia scese in via Garibaldi e comprò un tablet nuovo: quattrocentonovantanove euro, con la pellicola protettiva inclusa. «Tieni, questo è il tuo», disse a Bianca. Poi chiamò un fabbro. Il fabbro arrivò in maglietta grigia, cambiò il cilindro della serratura e consegnò due chiavi nuove. Centoventi euro, annotati sul retro della ricevuta.
Poi chiamò l’avvocata. Era una compagna di università, si chiamava Elena. Le mandò le foto dell’appartamento vuoto e i messaggi di Marco. Elena le disse: «Chiediamo trecentottanta euro al mese per Bianca.» Giulia firmò i documenti e li mise in una cartellina blu, quella che usava per le riunioni del condominio.
Un sabato pomeriggio, due mesi dopo, Giulia stava preparando la borsa di Bianca per la ginnastica: borraccia, body, scarpette. Il campanello suonò. Andò alla porta e guardò dallo spioncino. Era Marco. Più magro, con una camicia stropicciata. In mano teneva un mazzo di chiavi. Infilò la chiave nella toppa. La chiave non girava. Suonò di nuovo.
Giulia aprì la porta con la catenella.
«Ho sbagliato. Voglio tornare.»
«Il divorzio è firmato. Gli alimenti per Bianca sono trecentottanta euro al mese. La casa è mia. La chiave che hai non apre più niente.»
Marco guardò la chiave che aveva in mano. «E Bianca?»
«Il secondo e il quarto sabato del mese. Non sei mai venuto.»
«In paese è dura. Mia madre ha comprato un maiale e dieci oche.»
«Hai tanto da fare lì, allora.»
Giulia chiuse la porta. La catenella tintinnò. Sentì le porte dell’ascensore aprirsi, poi richiudersi. Si voltò verso Bianca, seduta al tavolo della cucina con il tablet nuovo e la borsa della ginnastica.
«Andiamo, tesoro.»
Uscirono. Mentre chiudeva la porta dall’esterno, Giulia notò la vecchia chiave sul tappetino. Lui l’aveva gettata lì. La raccolse e la posò sul davanzale del pianerottolo, accanto alla lampadina fulminata che il condominio non aveva mai cambiato.







