Non ero la colf

Il lunedì aveva trentotto e cinque di febbre. Ho letto il numero sul termometro digitale, quello comprato al supermercato di via San Zeno, e ho preso il cellulare. Tre anni. Tre anni che ogni pomeriggio chiudevo la porta del mio appartamento al terzo piano, prendevo l'autobus 21, scendevo alla fermata della scuola e riportavo a casa i miei nipoti. Tre anni senza un solo giorno di malattia, senza un solo «non ce la faccio». E adesso, con la gola che grattava come cartavetrata e le gambe che tremavano sotto due coperte, ho scritto a mia figlia Marta: «Ho la febbre, mi dispiace, ma oggi non credo di farcela con i bambini».

Poi ho aspettato. Ho fissato lo schermo come se dovesse esplodere. Ho immaginato Marta che faceva un gesto di fastidio, che diceva a Paolo: «Mia madre si è ammalata, e io ho il turno in farmacia alle nove». Ho immaginato la loro cena di ieri, quando avevo detto «tutto bene» anche se mi sentivo già strana. Ho immaginato il muso lungo di Paolo, il telefono muto.

Dopo cinque minuti è arrivata la risposta: «Ok, non ti preoccupare. Ti richiamo». Nient'altro. Non «guarisci presto», non «ti porto qualcosa». Ho messo il cellulare sul comodino, ho tirato la coperta fino al mento e ho pensato: ecco, sei solo la nonna che fa da babysitter. Se non servi, non esisti.

Questa è la parte che non avevo mai confessato a nessuno. Da quando Marta era rientrata al lavoro dopo la maternità di Giordano, io ero diventata la figura fissa del pomeriggio. Andavo a prendere i bambini a scuola, cucinavo, facevo i compiti, preparavo la merenda, li portavo al parco. Alle sei e mezza arrivavano Marta e Paolo, mi dicevano «grazie, mamma», prendevano i ragazzi e se ne andavano. Io lavavo i piatti, caricavo la lavatrice per il giorno dopo, e solo allora mi sedevo con una tazza di tè.

Sono utile finché sto in piedi, pensavo. Il giorno che crollo, divento un problema.

Quel lunedì mattina alle sette hanno suonato alla porta. Fuori, il camion della spazzatura passava alle sei e mezza, come sempre, e avevo sentito il suo cigolio. Mi sono alzata dal letto con le ossa che scricchiolavano, ho infilato la vestaglia di flanella e ho aperto. Sul pianerottolo c'era Marta, con il piumino sopra il pigiama, e dietro di lei i due bambini con gli zaini già pronti. In una mano teneva una busta del supermercato, nell'altra una borsa della farmacia. Sulla manica del piumino aveva una macchia di caffè.

«Ho comprato tachipirina, vitamina C effervescente e sciroppo per la gola», ha detto, entrando senza chiedere permesso. «Giordano, metti la busta in cucina. Matteo, togliti le scarpe».

Io ero lì, in vestaglia e pantofole, con il naso rosso come un peperone, e non sapevo cosa dire.

«Marta, ma… E il turno? E i bambini?»

«Ho chiamato Claudia, mi cambia il turno. I bambini vanno a scuola da soli: Matteo ha il rientro, Giordano l'accompagno io per strada».

Marta ha riempito il bollitore, ha aperto la busta e ha tirato fuori: miele di acacia, limone, vitamina C in compresse effervescenti, sciroppo per la gola, e una confezione di baci di dama. I miei preferiti. Quelli con la crema al cioccolato dentro.

«Come fai a saperlo?» ho chiesto, indicando i biscotti.

Marta ha fatto un mezzo cenno verso Matteo. «Me l'ha detto lui. Dice che la nonna gliene dà uno dopo pranzo, ma di nascosto da Giordano».

Matteo era sulla porta della cucina, con le mani nelle tasche del giubbotto, gli occhi bassi. Ho riso, poi ho tossito così forte che mi sono piegata in avanti.

«Mamma, vai a letto», ha detto Marta con un tono che non le avevo mai sentito. Deciso, ma morbido. «Qui me ne occupo io».

«Dai, Marta, non serve…»

«Serve eccome». Mi ha sistemato le coperte come io faccio con Giordano. «Tre anni. Non hai saltato un giorno. Nemmeno a marzo, quando avevi quel dolore alle ginocchia, sei venuta lo stesso e hai cucinato per i bambini. Pensi che non lo vediamo?»

Mi sono sdraiata e ho ascoltato i rumori dalla cucina. Il clic della moka, il tintinnio dei piatti, la voce di Giordano che diceva «piano, la nonna dorme». Marta che rispondeva sottovoce, poi il frigorifero che si apriva e si chiudeva. Venti minuti dopo è entrata in camera con un vassoio: tè con miele e limone, due fette biscottate, un bicchiere con la vitamina C disciolta.

«I bambini vogliono salutarti», ha detto.

Sono entrati in punta di piedi, come se fossi in ospedale. Matteo mi ha posato sul piumone un disegno: una nonna a letto, un enorme sole giallo, e la scritta «Nonna guarisci presto» con tre punti esclamativi. Giordano mi ha guardato dritto e ha detto: «Nonna, oggi torno da solo, non ti devi preoccupare».

Aveva cinque anni e parlava come un adulto. Quando sono usciti, Marta è rimasta ancora dieci minuti. Ha lavato i piatti, ha lasciato sul piano della cucina un biglietto: «C'è il brodo nella pentola, scaldalo a fuoco basso. Stasera ti chiamo. Non alzarti dal letto».

Sono rimasta in quell'appartamento muto, con il disegno di Matteo sul piumone e l'odore del limone nell'aria, e ho pianto, con la faccia nel cuscino perché nessuno mi sentisse anche se non c'era nessuno in casa.

La sera, come promesso, ha chiamato Marta. Mi ha chiesto della febbre, della gola, se avevo mangiato il brodo. Poi ha detto: «Mamma, lo so cosa pensi, che ti teniamo solo perché badi ai bambini. Ma Matteo stamattina piangeva perché non poteva salutarti prima di uscire. Ha voluto lasciarti il disegno sul cuscino con le sue mani, non con le mie».

Non ho risposto. Avevo un nodo in gola, e per stavolta non era colpa dell'influenza.

Il martedì la febbre è scesa. Il mercoledì volevo già tornare a prendere i bambini, ma Marta ha scritto: «Ancora un giorno per te. Dai». Il giovedì sono tornata a scuola, ho aperto il cancello e ho visto Matteo che correva verso di me come se non mi vedesse da un mese, con lo zaino che gli sbatteva sulla schiena e il quaderno di matematica che gli è caduto a metà corsa, e lui che non si è nemmeno fermato a raccoglierlo.

Il venerdì sono andata in banca. Sul mio conto c'erano ventimila euro, accumulati negli anni, un po' alla volta, per il giorno in cui sarei rimasta sola e senza nessuno ad aprirmi la porta alle sette del mattino. Ho chiesto di parlare con un consulente. Ho aperto due conti deposito, uno per Matteo e uno per Giordano. Diecimila euro ciascuno. Per l'università, ho detto. Il consulente mi ha dato una cartellina di plastica trasparente con i documenti. L'ho infilata nella borsa e sono tornata a casa a piedi, anche se pioveva.

Domenica ho invitato Marta, Paolo e i bambini a cena. Ho preparato le lasagne, la ricetta di mia madre, e dopo il dolce ho tirato fuori la cartellina dalla credenza. L'ho posata sul tavolo, davanti a Marta, tra le briciole del crostata e le tazzine del caffè.

«Apri», ho detto.

Marta ha aperto. Ha letto i documenti, riga per riga, in silenzio. Poi mi ha guardato. «Mamma, ma che hai fatto? Sono tutti i tuoi risparmi».

«Sono per Matteo e Giordano», ho detto. «Per quando saranno grandi».

Paolo si è passato una mano sul viso. «Mamma, non dovevi…»

«Lo so», ho detto, e ho iniziato a sparecchiare le tazzine, una alla volta, per non dover aggiungere altro.

Marta si è alzata, ha fatto il giro del tavolo e mi ha abbracciata da dietro, con il mento sulla mia spalla, così forte che ho sentito il suo respiro contro l'orecchio. Dalla cucina è arrivata la voce di Matteo, che stava rovistando nella credenza: «Nonna, dove hai messo i baci di dama? Quelli con la crema, non quelli normali».

«Nel barattolo di vetro, in alto a destra», ho risposto, e mi sono staccata da Marta solo per andare a tirarglielo giù, perché lui da solo non arrivava.

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