La cornacchia grigia stava sul lampione del ponte Vittorio Emanuele I da almeno mezz’ora. Settembre a Torino era così: l’aria sapeva di asfalto tiepido e di foglie bagnate, il Po scorreva sotto con quel rumore sordo che si sente solo quando cala la sera. Lei scuoteva la coda e piegava la testa di lato, prima con un occhio, poi con l’altro. Il suo occhio destro era un po’ velato da una vecchia cicatrice, ricordo di una lite con un gabbiano al mercato di Porta Palazzo.
Alessandro uscì dal ristorante con le chiavi della sua Panda del 2011 in mano. Aveva il nodo alla cravatta e una scatolina di pelle color miele nella tasca dei pantaloni. L’aveva comprata tre giorni prima in un laboratorio di via Garibaldi: oro bianco, una zirconia piccola ma viva. Trecentosessanta euro. Nove mesi di lavoro extra in officina, a cambiare freni e fare convergenze anche di sabato mattina. Aveva contato le banconote sul tavolo della cucina e aveva spinto la busta verso il gioielliere senza fiatare. Quella scatolina pesava più di un motore.
Chiara lo aspettava accanto alla portiera. Aveva indossato un vestito verde che le stava largo sulle spalle, perché gliel’aveva accorciato una zia e non aveva più avuto tempo per riprovare. Si era fatta fare le unghie da una sua amica, venti euro, e aveva perso mezz’ora a scegliere le scarpe giuste. Durante la cena aveva guardato il cameriere sistemare i piatti, aveva spostato il bicchiere da un lato all’altro della tovaglia, aveva riso per una battuta che non aveva capito. Aspettava. E lui niente. Adesso sul ponte non aveva voglia di parlare.
— Fermati un attimo qui, — disse Alessandro, accostando nel piccolo slargo riservato alle auto in panne.
— Ma qui non si può.
— Solo due minuti. Vieni, ci affacciamo.
Chiara scese. Il Po era buio e lucido, le luci dei lampioni facevano una scia gialla sull’acqua. Lui si mise dietro di lei, su un ginocchio solo. Il ginocchio gli fece male subito, perché aveva lavorato tutto il giorno sotto un furgone e il pantalone si era impigliato nella pietra. Tirò fuori la scatolina. Chiara si girò, lo vide, e la sua faccia cambiò: si coprì la bocca con una mano, le si riempirono gli occhi.
— Chiara…
Il coperchio si aprì. Il piccolo anello rotolò fuori. Rimbalzò sulla pietra, due volte, tre volte, poi prese la direzione della grondaia. Alessandro si buttò in avanti, ma la mano gli scivolò sul bordo bagnato. L’anello cadde. Un lampo breve, minuscolo, e poi il buio dell’acqua.
Chiara lo afferrò per la manica della giacca, tirandolo indietro. Lui era piegato oltre il parapetto, con la bocca aperta e un rumore che non era una parola. Rimase così qualche secondo. Poi si sedette per terra, la schiena contro il pilastro del lampione.
— Non importa, — disse lei, accovacciandosi. — Non importa davvero.
Ma le sue dita stringevano la borsa così forte che il cuoio scricchiolò.
La cornacchia aveva visto tutto. Stava ferma sul lampione, la testolina inclinata. Poi si lasciò cadere, aprì le ali e scese in picchiata. L’anello non era ancora arrivato all’acqua: un pesce? No. Lei era più veloce. Lo afferrò al volo, sentì il sapore del metallo sotto il becco, e risalì. Un giro sopra il ponte, poi via verso il cortile di via San Donato, dove aveva il nido su un platano alto più di trent’anni.
Alessandro e Chiara non si accorsero di niente. Lui piangeva appoggiato alla spalla di lei, e lei gli teneva una mano sulla schiena e ripeteva: — Compreremo un altro anello. Non è successo niente. Io ti voglio bene lo stesso.
E intanto pensava: è un segno. Pensava alle unghie da venti euro, al vestito accorciato male, alla cena in cui lui aveva guardato il telefono due volte. Pensava che forse non doveva succedere. Non disse nulla.
La cornacchia arrivò sul platano e appoggiò l’anello sul ramo più grosso. Lo guardò con un occhio, poi con l’altro. Le piaceva. Ma aveva già un foglio di stagnola nascosto nel nido, un bottone rosso e una moneta da un centesimo. Non le serviva un altro tesoro. Le serviva un piano.
Sotto, sulla panchina rotta vicino ai bidoni della spazzatura, dormiva il gatto. La cornacchia lo conosceva da quando era un gattino tutto orecchie e coda, e lo aveva difeso da tre gatti randagi del cortile accanto. Lui era magro, sporco, con un occhio sempre mezzo chiuso e un pezzetto di orecchio mancante. Si chiamava Ruggero, ma lo chiamava solo la vecchia che un tempo gli lasciava gli avanzi. Adesso quella vecchia era in ospedale, e Ruggero mangiava quello che trovava nei sacchetti.
— Sveglia, peloso, — gracchiò la cornacchia, atterrando sullo schienale della panchina.
Ruggero aprì l’occhio buono. — Non ho niente. Sono più vuoto di un bidone.
— Ce l’ho io una cosa. Vuoi una casa?
Il gatto alzò la coda con un miagolio stanco. — Io? Io scappo anche dall’ombra. Chi mi vuole?
— Fai come dico io. Ti metti davanti al portone di via San Donato 18. Tieni questo in bocca. Quando vedi un ragazzo con la Panda grigia e una ragazza col vestito verde, ti avvicini. Fine della storia.
— E che cos’è questo? — chiese il gatto, annusando l’anello.
— Un regalo. E adesso fai silenzio. Ma niente scatti, niente paura. Sei un gatto di città, no?
— Sono un gatto di cortile. Che ci faccio con un anello in bocca?
— Lo restituisci. E loro ti prendono. E tu mi porti il mangiare sul davanzale del terzo piano. Ogni santo giorno.
Il gatto sbadigliò. — Sei matta. Non mi avvicinerò mai a uno che parcheggia di fronte al portone.
— Tu non devi avvicinarti a lui. Lui si avvicinerà a te.
Il mattino dopo, Alessandro e Chiara arrivarono in Panda. Lui aveva gli occhi rossi e il cambio che non entrava alla terza. Lei parlava piano, gli diceva che il lunedì andava da una sua vecchia zia che aveva un anello d’oro da vendere. Alessandro rispose: — Non voglio l’anello di tua zia.
Scesero. Chiara camminava guardando il telefono, e poi nel cortile interno vide una forma magra e sporca accucciata davanti all’ingresso. Il gatto teneva qualcosa in bocca.
— Ale. Guarda.
— Un gatto. E allora?
— Ha qualcosa.
Il gatto fece un passo avanti. La coda dritta. Lasciò cadere a terra l’anello, piano piano, e poi indietreggiò di mezzo metro. La zirconia brillò alla luce del mattino.
Chiara si chinò. Prese l’anello con due dita. Lo rigirò. — È lui. Ale, è lui.
Alessandro non si mosse. Guardò l’anello, guardò il gatto, guardò di nuovo l’anello. Poi si lasciò cadere in ginocchio sulla pietra, non per fare il romantico, ma perché le gambe gli tremavano. Toccò l’anello, lo strinse nel pugno. — Non è possibile.
Si avvicinò al gatto. Ruggero indietreggiò di nuovo. Alessandro fece un respiro, si tolse la giacca e la appoggiò a terra. Poi prese il gatto sotto la pancia, con due mani, e lo sollevò. Il gatto si irrigidì, ma non graffiò.
— Come hai fatto? — sussurrò Alessandro. — Come hai fatto, piccolino?
Ruggero chiuse l’occhio buono e si accoccolò contro il petto del ragazzo. Aveva il pelo unto e una puzza di pesce e di polvere. Alessandro lo tenne stretto.
La cornacchia, dal platano, gracchiò una sola volta. Una nota secca, più un colpo di tosse che un canto. Guardò la scena. Poi si lisciò una piuma del petto con il becco e si mise a rovistare tra i rami, fingendo di interessarsi a una foglia.
— Certo, come no, — borbottò. — Il gatto vola, adesso. Il gatto si era tuffato nel Po, si era messo l’anello in tasca e aveva nuotato fino al portone. E io sono una gallina.
Si voltò. Il suo piano, in fondo, funzionava. Doveva solo abituarsi all’idea che nessuno le avrebbe mai detto grazie. E va bene. Lei non aveva bisogno di essere ringraziata. Aveva bisogno di un davanzale.
Passarono tre mesi. L’appartamento al terzo piano di via San Donato 18 aveva una finestra che dava sul cortile interno, e su quel davanzale ora c’era un cuscino di gommapiuma. Ruggero, che adesso si chiamava ancora Ruggero, stava seduto lì sopra con una zampa penzoloni. Era ingrassato di un chilo e mezzo, il pelo era lucido e sul collo aveva un collarino blu con una medaglietta. Alessandro lo aveva portato dal veterinario, spesa totale 135 euro tra visita, vaccino e antipulci. Chiara aveva comprato una bustina di umido alla trota da quattro euro e diceva che Ruggero era «il regalo di nozze anticipato».
Ogni mattina, prima che i due uscissero per andare al lavoro, Ruggero rubava un po’ del suo cibo dalla ciotola d’acciaio e lo portava in bocca sul davanzale. Si sedeva, masticava a fatica, e poi lanciava un miagolio strozzato verso il platano. La cornacchia scendeva in picchiata, si posava accanto a lui, e mangiava. Le piaceva il paté di pollo, i croccantini per gatti anziani. Il gatto la guardava e spingeva il cibo verso di lei con il naso.
Un giorno Alessandro guardò fuori dalla finestra e vide la scena. Il gatto e la cornacchia seduti uno accanto all’altra, la cornacchia che becchettava un boccone dalla ciotola. Si girò verso Chiara. — Hai visto?
Chiara si mise accanto a lui. — La porta il cibo ogni giorno.
— Chi? Ruggero?
— Sì. E lei sta lì, come se fosse casa sua.
Alessandro restò a guardare. Poi aprì il cassetto della credenza, prese una manciata di semi per uccelli che aveva comprato per sbaglio al supermercato, e la sparse sul davanzale esterno, accanto al cuscino. Chiara lo guardò e ridacchiò. — Così adesso abbiamo due animali.
— Già. E uno è un po’ volante.
La cornacchia beccò i semi, poi sollevò la testa e li guardò attraverso il vetro, inclinando il collo. Non scappò. Rimase lì, con una zampa appoggiata sulla medaglietta del gatto. Ruggero leccò la finestra, lasciando una striscia di bava sul vetro.
Chiara si avvicinò e appoggiò una mano sul vetro, all’altezza della cornacchia. La cornacchia beccò il vetro una volta, secca. Toc. Poi aprì le ali e volò via, sul platano.
Alessandro prese l’anello dal portagioie in camera, lo guardò alla luce della finestra. La zirconia mandò un lampo che attraversò la stanza e si fermò sul viso di Chiara. Poi lo rimise a posto. Avrebbe trovato il momento giusto. Un altro momento. Magari in un posto dove non ci fosse un fiume sotto.
La cornacchia, dal ramo del platano, guardava la finestra illuminata. Vide il riflesso dell’anello. Poi si voltò, sistemò il foglio di stagnola nel nido e si addormentò con la testa sotto l’ala. Aveva ancora in bocca il sapore del paté di pollo. Il piano era riuscito. Chissà se qualcuno, prima o poi, l’avrebbe capito.
Forse sì. Forse no. Il gatto pensava di essere stato coraggioso, la cornacchia pensava di essere stata furba, e i due umani pensavano di essere stati fortunati. Ognuno aveva la sua parte di verità. E la verità, in quel cortile di Torino, era che un anello da trecentosessanta euro era caduto dal ponte, un uccello l’aveva preso al volo, un gatto l’aveva riportato indietro, e una ragazza con un vestito verde non aveva detto a nessuno che per un attimo aveva desiderato che quell’anello non tornasse più.
Ma poi lo vide al dito di un’altra lei, un sabato pomeriggio, davanti a una vetrina di via Roma. E si mise a ridere.
La cornacchia, in quel momento, era sul cornicione di fronte. Beccò un’insegna arrugginita. Toc. Poi volò via. Aveva un appuntamento con un gatto grasso e un davanzale pieno di semi.







