Il prestito che non finiva mai

Mi chiamo Rosanna Fedeli, ho cinquantotto anni e da undici gestisco un piccolo laboratorio di pasticceria a Bitonto, vicino Bari. Quella mattina di fine agosto l'aria sapeva già di zucchero bruciato per le caramelle mandorlate che preparavo per la festa patronale, e il ventilatore sul bancone continuava a spostare la stessa aria calda senza raffreddare niente.

Mio genero, Enzo Larosa, sposato con mia figlia Chiara da nove anni, mi doveva quattrocentomila euro. Non un prestito qualsiasi: la somma che gli avevo dato per rilevare l'officina meccanica di suo padre, quando il vecchio Larosa era morto e i debiti con la banca minacciavano di portargli via tutto — capannone, attrezzi, la Fiat Ducato del carroattrezzi, tutto.

Avevo venduto la casa di mia madre a Molfetta per quei soldi. Undici anni fa. Un atto notarile, testimoni, la firma di Enzo tremante mentre giurava che mi avrebbe restituito tutto entro cinque anni, con calma, senza interessi, «perché siamo famiglia, Rosanna, non ti preoccupare».

Cinque anni sono diventati undici. E in undici anni Enzo ha comprato una Alfa Romeo Stelvio nuova, ha rifatto la veranda di casa con il porticato in legno lamellare, ha portato Chiara e i bambini due volte a Sharm el-Sheikh. A me, quando chiedevo, rispondeva sempre la stessa frase, con lo stesso sorriso storto: «Mamma, lo sai che l'officina in questo periodo tira poco.»

Quella mattina d'agosto il telefono squillò mentre stavo tirando fuori la seconda infornata di taralli. Era Chiara, la voce strozzata.

«Mamma, devi venire. C'è un problema con l'officina di Enzo.»

Non disse altro. Chiusi il laboratorio con il cartello "torno tra un'ora" scritto a penna su un foglio di carta da forno — l'unico che avevo sottomano — e presi la macchina.

L'officina di Enzo, sulla statale per Modugno, era chiusa. Non per ferie: la saracinesca aveva un lucchetto nuovo, di quelli con la chiave elettronica, e sul vetro della porta un avviso della banca, il logo che conoscevo bene perché era la stessa filiale dove undici anni prima avevo firmato l'atto di vendita della casa di mia madre.

Enzo era seduto sul cordolo del marciapiede, la testa tra le mani, il telefono che gli squillava senza sosta nella tasca della tuta da lavoro ancora macchiata di grasso.

«Che è successo?» chiesi.

«Hanno pignorato tutto. I macchinari, il capannone. Dicevano che avevo debiti vecchi, che non li avevo mai chiusi.» Alzò gli occhi. «Rosanna, io… i tuoi soldi li ho messi in un fondo, per farli fruttare, e il fondo è andato male l'anno scorso. Non te l'ho detto perché non volevo che ti preoccupassi.»

Sentii un cane abbaiare da qualche cortile vicino, insistente, e mi resi conto che era lo stesso identico rumore che sentivo tutte le mattine dalla finestra del laboratorio a Bitonto — un dettaglio stupido, ma in quel momento mi ancorò a terra, mi impedì di urlare.

«Undici anni, Enzo. Non mi hai restituito un centesimo in undici anni e adesso mi dici che i soldi non ci sono più.»

Chiara arrivò poco dopo, con i bambini lasciati dalla vicina. Piangeva, ma non per me: piangeva per la casa che rischiavano di perdere, per la rata del mutuo che secondo lei ora "mamma poteva coprire, giusto per un paio di mesi, tanto per respirare".

Fu quella frase — coprire, respirare — a farmi capire che per loro non ero mai stata la persona da cui avevano preso in prestito quattrocentomila euro. Ero la riserva. Il bancomat di famiglia che non chiede mai l'estratto conto.

Tornai a casa quella sera e non dormii. Alle sei del mattino ero già in banca, davanti all'ufficio del mio consulente, con la cartella verde dove tenevo ancora l'originale dell'atto notarile di undici anni prima — quello con la firma tremante di Enzo — e l'estratto conto del prestito mai restituito.

«Voglio sapere,» dissi al consulente, «se posso ancora agire legalmente per recuperare questa somma. E voglio bloccare qualunque procura che mio genero abbia su conti o proprietà a mio nome.»

Non ne avevo mai parlato con nessuno, ma sette anni prima, per «semplificarci la vita», avevo firmato una delega bancaria che permetteva a Enzo di operare su un piccolo conto cointestato che usavo per la pensione integrativa di mia madre. Non l'avevo mai revocata. Quella mattina la revocai, davanti al direttore, con la penna che il funzionario mi porse e la firma che feci senza tremare, per la prima volta in undici anni.

Poi chiamai l'avvocata Carla Minunni, la stessa che aveva seguito la successione di mia madre, e le chiesi di preparare un atto di messa in mora formale: Enzo aveva trenta giorni per restituire almeno una parte della somma, oppure sarei andata per vie legali contro l'officina e contro la casa, che risultava ancora, per un cavillo del vecchio mutuo, con un'ipoteca di secondo grado a mio favore mai cancellata dal notaio.

Enzo lo scoprì un martedì, quando la raccomandata arrivò a casa sua e Chiara gliela lesse ad alta voce in cucina, davanti ai bambini che facevano i compiti. Mi chiamò subito, la voce che tremava per un motivo diverso da undici anni prima.

«Rosanna, ma come hai potuto, siamo famiglia, non puoi farmi questo, ho due bambini—»

«I bambini li ho aiutati a crescere pagando io il primo anno di asilo nido, Enzo. Quattrocentomila euro non sono un aiuto tra parenti. Sono la casa di mia madre. E io adesso quella casa non ce l'ho più, e voglio almeno sapere dove sono finiti quei soldi.»

Non urlò. Restò in silenzio al telefono per undici secondi — li contai, non so perché, forse perché erano undici come gli anni.

L'ipoteca di secondo grado bastò. Non serve un miracolo quando la carta è già in regola: bastò la telefonata del notaio a Enzo, la prospettiva concreta di perdere anche la casa dove viveva con Chiara e i bambini, perché lui trovasse, nel giro di tre settimane, un accordo con la banca e un piano di rientro verso di me — sessantamila euro subito, ottenuti vendendo la Stelvio e impegnando i risparmi che «non c'erano», il resto in rate mensili per i prossimi sei anni, con un nuovo atto notarile, questa volta con l'avvocata Minunni seduta al mio fianco a controllare ogni riga.

Chiara non mi ha parlato per due mesi. Poi mi ha richiamata, una domenica, per chiedermi come sto. Non ha detto scusa. Ma i bambini vengono ancora a mangiare i taralli al laboratorio il sabato mattina, e questo, per ora, mi basta.

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