L’ultimo posto sulla piazza

L’ultimo posto sulla piazza

Tra le colline dell’Umbria c’era un piccolo paese dove le giornate sembravano sempre uguali. Al tramonto gli anziani si sedevano davanti al bar, i bambini rincorrevano il pallone nella piazza e il rintocco delle campane segnava con precisione la fine del pomeriggio. Fu proprio in quell’ora che gli abitanti iniziarono a notare una vecchia cagnolina che compariva ogni sera nello stesso punto.

Era minuta, con il pelo color miele ormai coperto di ciuffi grigi e una zampa anteriore irrigidita che la costringeva a camminare lentamente. Arrivava sempre dal sentiero che attraversava gli uliveti, raggiungeva una panchina di pietra davanti all’antica fontana e rimaneva immobile a osservare la strada che scendeva verso il paese.

Non chiedeva cibo, non seguiva i passanti e non abbaiava mai. Aspettava.

La proprietaria della piccola pasticceria, Silvia, iniziò a lasciarle ogni sera una ciotola d’acqua fresca e qualche biscotto spezzato. La cagnolina non li toccava subito. Continuava a fissare la strada finché il sole non spariva dietro le colline. Solo allora mangiava qualche boccone e spariva nel buio.

I bambini decisero di chiamarla Stella, convinti che fosse il nome perfetto per quegli occhi luminosi che sembravano brillare quando il cielo diventava viola.

Ma Stella non reagiva mai.

Vicino alla piazza abitava Carlo, un ex postino che per quarant’anni aveva conosciuto ogni famiglia del paese. Seduto sul balcone osservava ogni giorno la scena e cominciò a rendersi conto che la cagnolina arrivava sempre alla stessa ora, con una precisione che nessun orologio avrebbe saputo rispettare meglio.

Una sera prese il suo vecchio cappello e scese lentamente le scale.

— Che cosa aspetti ancora, piccola? — domandò inginocchiandosi davanti a lei. — Qui ormai non arriva più nessuno.

La cagnolina non distolse lo sguardo dalla strada.

Pochi istanti dopo si udì il rumore di un motore. Lei si alzò di scatto, dimenticando perfino il dolore alla zampa, e iniziò a muovere lentamente la coda. Una piccola utilitaria sbucò dalla curva, rallentò per attraversare la piazza e poi riprese velocità.

Alla guida c’era una donna sconosciuta.

La cagnolina abbassò lentamente la testa e tornò a sedersi.

Quel gesto colpì Carlo più di qualsiasi parola.

All’improvviso ricordò una scena che aveva visto centinaia di volte negli anni in cui consegnava la posta.

Ogni pomeriggio un anziano falegname, Lorenzo, attraversava quella stessa piazza insieme alla sua inseparabile cagnolina color miele. Prima di entrare nel laboratorio del fabbro, dove si fermava sempre per parlare con un vecchio amico, lasciava il cane vicino alla fontana.

— Aspettami qui, Nina. Torno subito.

La cagnolina rimaneva seduta senza muoversi.

Dopo una ventina di minuti Lorenzo usciva sorridendo, tirava fuori dalla tasca un pezzetto di focaccia e glielo porgeva.

— Brava ragazza. Andiamo a casa.

Poi i due risalivano lentamente il sentiero tra gli ulivi fino alla piccola casa di pietra.

Tre mesi prima Lorenzo era morto improvvisamente nel sonno.

Un nipote arrivato da Milano aveva svuotato la casa in pochi giorni, venduto i mobili e chiuso tutto. Nessuno, però, aveva più visto la cagnolina.

Carlo sentì un peso stringergli il petto.

La sera successiva aspettò il suo arrivo.

Quando l’animale comparve sulla piazza, il vecchio sorrise appena e pronunciò con dolcezza:

— Nina…

La cagnolina si immobilizzò.

Alzò lentamente la testa, fissò Carlo e poi gli si avvicinò con una rapidità sorprendente per la sua età. Gli annusò le mani, girò attorno a lui e guardò più volte dietro le sue spalle, come se fosse convinta che Lorenzo fosse lì, nascosto da qualche parte.

Carlo dovette voltarsi per asciugarsi gli occhi.

— Lui non può più tornare… — sussurrò. — Ma tu continui ad arrivare puntuale.

Il giorno seguente il sindaco gli consegnò alcuni oggetti rimasti nella casa del falegname. Tra questi c’era una fotografia incorniciata in cui Lorenzo sorrideva con Nina stretta tra le braccia.

Quella sera Carlo posò la fotografia sulla panchina.

Nina arrivò, rallentò il passo e si fermò davanti all’immagine. La annusò a lungo, sfiorò la cornice con il muso e rimase seduta senza più guardare la strada.

Per la prima volta sembrava aver trovato il posto dove aspettare il suo padrone.

In quel momento una grossa automobile nera si fermò accanto alla piazza. Ne scese un uomo elegante che osservò la cagnolina con evidente fastidio.

— Finalmente l’ho trovata — disse freddamente. — Era del mio zio. Domani la porto via e questa storia finisce qui. Non ho intenzione di mantenermi un cane vecchio e inutile.

Nina si strinse istintivamente contro la panchina dove si trovava la fotografia, mentre Carlo chiuse lentamente la mano attorno al bastone. Capì che, se fosse rimasto in silenzio anche solo un minuto di più, quella fedele compagna avrebbe perso per sempre anche l’ultimo luogo che la teneva vicina al suo padrone.

Carlo rimase immobile davanti all’uomo. Nina, come se avesse intuito il pericolo, si accovacciò vicino alla fotografia di Lorenzo e non smise un solo istante di osservare quello sconosciuto.

— Lei chi sarebbe? — domandò il vecchio con calma.

— Il nipote di Lorenzo. Ho sistemato la casa e tutto il resto. Mi manca solo questo cane.

Le sue parole erano fredde, pronunciate senza rabbia ma anche senza la minima compassione.

Nel frattempo Silvia uscì dalla pasticceria, seguita dal farmacista e da alcuni abitanti della piazza. Tutti conoscevano ormai Nina. Tutti avevano imparato a rispettare quel silenzioso appuntamento che si ripeteva ogni sera.

— Non ha fatto del male a nessuno — disse Silvia. — Aspetta soltanto il suo padrone.

L’uomo sbuffò.

— E continuerà ad aspettarlo altrove. Non ho intenzione di perdere tempo con una bestia vecchia.

Nina abbassò lentamente le orecchie e si avvicinò a Carlo. Il vecchio le accarezzò il capo con delicatezza.

— Lorenzo mi diceva sempre che, dopo la morte di sua moglie, questa cagnolina gli aveva ridato la voglia di vivere. Lei era la sua famiglia. Se potesse sentirla parlare così, gli si spezzerebbe il cuore.

Lo sconosciuto scrollò le spalle.

— I sentimenti non pagano le spese.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Carlo infilò una mano nella tasca della giacca e tirò fuori il portafoglio.

— Allora mi dica quanto vuole.

L’uomo lo guardò sorpreso.

— Come?

— Quanto vuole per lasciarla qui.

Convinto che nessuno avrebbe accettato, pronunciò una cifra molto alta.

Carlo contò il denaro che aveva con sé, ma non bastava.

Prima ancora che potesse dire qualcosa, Silvia appoggiò alcune banconote sulla panchina.

— Io ci metto la mia parte.

Il farmacista fece lo stesso.

— Anch’io.

Poi arrivarono il meccanico, il parroco, la maestra e perfino alcuni ragazzi del paese. Ognuno tirò fuori quello che poteva. Nessuno aveva organizzato nulla. Semplicemente nessuno riusciva ad accettare che l’ultima compagna di Lorenzo venisse abbandonata.

In pochi minuti la somma era completa.

L’uomo raccolse il denaro senza nemmeno ringraziare.

— Fate quello che volete.

Salì in macchina e ripartì, lasciando dietro di sé soltanto il rumore del motore che si allontanava.

Per alcuni istanti Nina rimase immobile.

Poi si avvicinò lentamente a Carlo e appoggiò il muso sulla sua mano.

Era il primo gesto di fiducia che mostrava da quando Lorenzo non c’era più.

Da quel giorno andò a vivere con lui.

Ogni mattina lo accompagnava fino al cancello, mentre ogni sera i due percorrevano insieme la strada verso la piazza. Carlo sistemava la fotografia sulla panchina e Nina si sdraiava accanto per qualche minuto.

Non fissava più con ansia la strada.

Sembrava aver capito che l’uomo che amava non sarebbe tornato, ma che qualcuno aveva deciso di prendersi cura del suo cuore rimasto solo.

Con l’arrivo della primavera Carlo riaprì la vecchia casa di Lorenzo per arieggiarla e sistemarla. Nina lo seguì in silenzio.

Quando raggiunsero la porta, la cagnolina si fermò. Annusò lentamente il gradino consumato, guardò il cortile, poi la finestra della cucina.

Rimase così qualche secondo.

Infine si voltò spontaneamente e tornò verso il cancello.

Era come se avesse salutato per sempre quel luogo.

Passarono i mesi.

Le zampe di Nina diventavano ogni giorno più deboli, ma il suo sguardo era finalmente sereno.

Una mattina d’autunno Carlo si accorse che la casa era insolitamente silenziosa.

La trovò nel suo cuscino, profondamente addormentata, con accanto la fotografia di Lorenzo che lui aveva riportato a casa la sera precedente.

Si inginocchiò senza riuscire a trattenere le lacrime.

— Hai aspettato abbastanza, piccola mia. Adesso puoi correre di nuovo insieme a lui.

L’intero paese partecipò al suo ultimo saluto.

La seppellirono lungo il sentiero tra gli ulivi che Nina e Lorenzo avevano percorso insieme per tanti anni.

Su una semplice targa di pietra fecero incidere una frase:

«Chi ama davvero non smette di aspettare. Anche quando il tempo si ferma, il suo cuore continua a ricordare.»

Da allora, ogni anno, nel giorno in cui Lorenzo era solito attraversare la piazza, qualcuno lascia ancora un pezzetto di focaccia su quella vecchia panchina.

Non perché pensi che Nina possa tornare.

Ma perché certe forme di fedeltà meritano di essere ricordate finché esisterà qualcuno disposto a raccontarle.

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