Nessuno nel piccolo porto di Chioggia sapeva da dove fosse arrivato quel gatto rosso, perché compariva e spariva tra le barche come se appartenesse all’acqua più che alla terra

Nessuno nel piccolo porto di Chioggia sapeva da dove fosse arrivato quel gatto rosso, perché compariva e spariva tra le barche come se appartenesse all’acqua più che alla terra. I pescatori lo vedevano spesso all’alba camminare sui pontili umidi, infilare una zampa tra le corde e fissare il riflesso dei pesci con una concentrazione quasi comica, ma la cosa davvero strana era che non sembrava avere paura del mare.

La prima volta che Marco, un uomo di sessant’anni che riparava reti vicino alla laguna, lo vide nuotare pensò che fosse caduto accidentalmente. Il gatto, invece, entrò in acqua da solo, raggiunse una piattaforma bassa e tornò indietro con una naturalezza che lasciò l’uomo a bocca aperta.

— Tu sei proprio matto — gli disse.

Il gatto scosse il pelo bagnato e se ne andò senza degnarlo di uno sguardo.

Durante l’estate dormiva tra cassette vuote, vecchie corde e teli arrotolati, ma con l’arrivo del freddo la vita sul molo diventò più difficile. Il vento entrava dappertutto e il cibo scarseggiava, così il gatto cominciò ad allontanarsi verso una zona di magazzini dove alcuni animali randagi trovavano rifugio.

Fu lì che incontrò Tito.

Tito era un cucciolo di cane dal pelo fulvo, con zampe troppo lunghe per il corpo e un paio di orecchie che sembravano incapaci di decidere se stare dritte o piegate. Era stato abbandonato da poco e non riusciva a inserirsi nel branco di cani più grandi che frequentava la zona, perché ogni volta che cercava di avvicinarsi veniva scacciato.

Il gatto, invece, non lo cacciò.

La prima notte dormirono a distanza, separati da una vecchia tavola. La seconda si ritrovarono molto più vicini. Alla terza, Tito aveva la testa appoggiata sul fianco del gatto e nessuno dei due sembrava intenzionato a cambiare posizione.

Marco li scoprì per caso mentre portava del cibo a una colonia felina.

— Guarda un po’ voi due.

Da quel giorno cominciò a lasciare qualcosa anche per Tito, ma cercava di non avvicinarsi troppo, perché sapeva che la fiducia degli animali randagi è una cosa fragile. Il cane era più sospettoso, mentre il gatto sembrava aver deciso che Marco fosse semplicemente un elemento innocuo del paesaggio.

Quando arrivò la primavera, i due tornarono verso il porto.

Passavano le giornate insieme: Tito correva lungo il molo, il gatto spariva sotto le barche, poi riemergeva da qualche parte con il pelo umido e un’aria soddisfatta. Se uno dei due si allontanava troppo, l’altro lo cercava.

Marco finì per chiamare il gatto Remo, perché nessun altro nome gli sembrava adatto a un animale che nuotava per scelta.

Un sabato di maggio arrivò in porto un gruppo di turisti tedeschi diretti verso Venezia.

Tra loro c’era un uomo di nome Klaus, sulla cinquantina, che viaggiava da solo e che rimase subito colpito da Tito. Il cane gli interessò perché aveva un aspetto particolare, con quel mantello fulvo e le orecchie asimmetriche.

— È randagio? — chiese in inglese a Marco.

— Da quanto ne so, sì.

Klaus cominciò a portargli cibo.

All’inizio Tito si teneva lontano, poi accettò di avvicinarsi. Nel giro di due giorni si lasciava già accarezzare sul collo.

Remo osservava tutto da qualche metro di distanza.

Ogni volta che Klaus si avvicinava troppo, il gatto si piazzava tra lui e Tito, arcuava la schiena e fissava l’uomo come se volesse ricordargli che quel cane non era solo.

Marco trovava la scena divertente.

— Devi conquistare anche il suo socio — disse.

Klaus rise.

— Il gatto non mi piace molto.

— A lui piaci ancora meno.

Il terzo giorno Klaus comprò una pettorina nuova e un guinzaglio.

Disse che avrebbe voluto adottare Tito e portarlo con sé, e Marco non vide nulla di sbagliato nell’idea. Il cane avrebbe finalmente avuto una casa, cibo sicuro e qualcuno disposto a occuparsi di lui.

— Però devi capire che quei due sono sempre insieme — lo avvertì.

Klaus guardò Remo, che in quel momento dormiva su una cassetta.

— Il gatto starà bene qui. Lui è abituato.

Marco non insistette.

Nel pomeriggio il traghetto turistico era pronto a partire.

Klaus mise la pettorina a Tito e lo condusse verso la passerella. Il cane camminava con esitazione, voltandosi continuamente verso il porto.

Remo non c’era.

Marco pensò che fosse andato a caccia vicino alle barche.

Tito si fermò a metà passerella.

— Su, piccolo — disse Klaus tirando dolcemente il guinzaglio.

Il cane avanzò ancora.

Quando il traghetto lasciò lentamente il molo, Tito cominciò a piagnucolare.

Marco alzò lo sguardo.

Il cane aveva le zampe anteriori appoggiate al parapetto e guardava verso terra, tirando disperatamente il guinzaglio.

Poi, dall’altra estremità del porto, comparve una macchia rossa.

Remo correva.

Attraversò il pontile a tutta velocità, saltò sopra una cima arrotolata e arrivò al bordo proprio mentre il traghetto si allontanava.

Il gatto si fermò.

Tito lo vide.

Il suo guaito cambiò immediatamente.

Remo cominciò a miagolare con una forza che Marco non gli aveva mai sentito, mentre correva avanti e indietro lungo il bordo del molo cercando un punto da cui raggiungere l’amico.

— No, Remo — disse Marco, capendo improvvisamente cosa stava per succedere.

Il gatto guardò l’acqua.

Il traghetto era già a diversi metri dal porto.

Marco si mise a correre.

— Remo!

Troppo tardi.

Il gatto saltò.

Entrò in acqua e riemerse quasi subito, cominciando a nuotare con decisione verso l’imbarcazione.

Sul traghetto qualcuno gridò.

Tito impazzì.

Tirò il guinzaglio, si divincolò e cercò di passare tra le gambe di Klaus, mentre Remo continuava a nuotare dietro la scia bianca del motore.

— Fermate il cane! — urlò qualcuno.

Klaus afferrò Tito con entrambe le mani.

Ma il cucciolo continuava a fissare il gatto nell’acqua.

Poi riuscì a sfilare una zampa dalla pettorina.

Marco, ancora sul molo, vide il movimento e sentì il cuore fermarsi.

— No!

Tito si liberò.

Salì sul bordo basso del ponte.

E guardò Remo che nuotava verso di lui.

Tito rimase sul bordo soltanto per un istante, con le zampe posteriori ancora sul ponte e il corpo proteso verso quella piccola testa rossa che emergeva dall’acqua. Klaus cercò di afferrarlo per il fianco, ma il cucciolo scivolò fuori dalla sua presa e si lanciò nel mare con un tonfo che fece gridare contemporaneamente una decina di persone.

Remo cambiò subito direzione, come se avesse aspettato proprio quel gesto, mentre Tito riemergeva agitando le zampe in modo confuso e cercava di raggiungerlo. I due animali erano ormai abbastanza lontani sia dal molo sia dal traghetto, e Marco, rimasto a terra, sentì le gambe diventargli molli quando vide quanto velocemente la corrente li stesse spostando di lato.

— Fermate i motori! — urlò qualcuno dal ponte.

Il comandante non aveva bisogno di essere convinto, perché aveva già ordinato di rallentare e avvertito due membri dell’equipaggio. In pochi minuti venne calata una piccola imbarcazione di servizio, mentre i passeggeri si accalcavano lungo il parapetto e Klaus, pallido come un lenzuolo, continuava a indicare il punto in cui Tito e Remo nuotavano uno verso l’altro.

Il gatto raggiunse per primo il cane.

Tito, molto meno esperto, ansimava e teneva il muso troppo alto, ma quando Remo gli arrivò accanto smise per qualche secondo di agitarsi. I due si sfiorarono con il muso, poi cominciarono a procedere nella stessa direzione, vicinissimi, come avevano fatto per mesi sulla terraferma.

— Resistete, piccoli… — mormorò Marco dal pontile, pur sapendo che non potevano sentirlo.

La barca di servizio arrivò finalmente accanto a loro. Uno dei marinai afferrò Tito sotto il petto e lo sollevò, mentre il secondo tentò di prendere Remo, che per paura cercò di allontanarsi e quasi scomparve sotto il bordo dell’imbarcazione.

— Piano con quello rosso! — gridò Marco dalla riva. — Se si spaventa, vi scappa!

Quasi come se avesse riconosciuto la voce dell’uomo, Remo smise di dibattersi abbastanza a lungo perché il marinaio riuscisse ad avvolgerlo in un asciugamano. Tito, appena lo vide a bordo, si trascinò verso di lui e gli appoggiò il muso sul dorso bagnato.

Quando la piccola barca tornò accanto al traghetto, sul ponte scoppiò un applauso spontaneo.

Remo non sembrò apprezzarlo affatto.

Tremava dentro l’asciugamano, con le orecchie abbassate e gli occhi enormi, mentre Tito cercava ostinatamente di infilargli il naso sotto il mento. Klaus si inginocchiò davanti a loro, ma questa volta non provò a prendere il cane.

Guardò prima Tito, poi il gatto.

Infine si voltò verso Marco, che nel frattempo era stato accompagnato sul traghetto prima che l’imbarcazione ripartisse.

— Avevi ragione — disse.

Marco si passò una mano sulla fronte ancora sudata.

— Su cosa?

Klaus indicò i due animali.

— Non posso portarne via uno lasciando qui l’altro.

Marco pensò che l’uomo avesse deciso di rinunciare all’adozione e annuì.

— Probabilmente è meglio così.

— Non hai capito.

Klaus sorrise appena.

— Voglio portarli entrambi.

Marco lo fissò.

— Anche il gatto?

Remo, come se avesse compreso che stavano parlando di lui, sollevò la testa dall’asciugamano.

— Anche il gatto.

Questa volta Marco non riuscì a trattenere una risata.

— Ti avverto che quello non è un gatto normale.

— Me ne sono accorto.

Naturalmente non bastava infilare due randagi in macchina e attraversare mezza Europa, e Klaus dovette rimandare la partenza. Il giorno seguente portò entrambi da un veterinario, dove Tito risultò giovane, sano e senza microchip, mentre Remo riuscì quasi a demolire il tavolo da visita pur di sottrarsi al termometro.

Per sistemare documenti, vaccinazioni e identificazione servirono settimane, durante le quali Klaus affittò una stanza poco distante dal porto. Marco lo prendeva in giro dicendo che era arrivato in Italia per vedere Venezia e aveva finito per trascorrere le vacanze tra ambulatori veterinari e negozi di animali.

— Ho fatto viaggi peggiori — rispondeva Klaus.

Tito imparò rapidamente a dormire in casa.

Remo, invece, per i primi giorni pretendeva che una finestra rimanesse aperta e spariva per ore, tornando sempre con le zampe sporche e quell’aria indipendente che sembrava dire a tutti di non montarsi la testa. La cosa sorprendente era che, qualunque fosse la durata delle sue escursioni, prima o poi ricompariva davanti alla porta dove Tito lo aspettava.

Una sera Marco trovò Klaus seduto sui gradini con il cane addormentato accanto e Remo appollaiato sul davanzale.

— Hai ancora intenzione di portarli in Germania?

— Certamente.

— E il mare?

Klaus guardò il gatto.

— Vicino a casa mia c’è un lago.

Marco rise.

— Allora preparati.

Quando finalmente arrivò il giorno della partenza, questa volta nessuno venne trascinato via con un guinzaglio.

Tito salì spontaneamente nel furgoncino di Klaus, dove erano state sistemate coperte, ciotole e una grande cuccia. Remo rimase invece sul marciapiede a osservare l’interno con estrema diffidenza.

Marco si accovacciò.

— Hai attraversato un pezzo di mare per quello sciocco e adesso hai paura di un’automobile?

Remo gli rivolse uno sguardo offeso.

Tito mise fuori la testa dalla portiera e guaì.

Il gatto esitò ancora qualche secondo, poi saltò dentro.

Marco sentì qualcosa stringergli la gola.

Aveva passato mesi a portare loro avanzi di pesce e pezzi di carne, convincendosi che fossero semplicemente due randagi capaci di arrangiarsi. Soltanto allora capì che, senza accorgersene, aveva cominciato ad aspettarli ogni mattina.

— Trattali bene — disse a Klaus.

— Lo farò.

— Tutti e due.

— Tutti e due.

Il furgoncino partì lentamente.

Marco rimase sul marciapiede finché scomparve dietro la curva.

Passarono quasi tre mesi prima che ricevesse un messaggio.

C’era una fotografia.

Tito era sdraiato sull’erba davanti a una piccola casa, ormai cresciuto e con entrambe le orecchie quasi dritte. Dietro di lui si vedeva un pontile di legno che entrava nelle acque tranquille di un lago.

Marco cercò Remo nell’immagine senza trovarlo.

Poi aprì il breve video allegato.

La ripresa mostrava Tito correre lungo il pontile, fermarsi sulla riva e cominciare ad abbaiare verso l’acqua. Per qualche secondo non succedeva nulla, finché una piccola testa rossa compariva tra i riflessi del sole.

Remo stava nuotando verso casa.

Raggiunse la riva, uscì dall’acqua e si scrollò con tanta energia da bagnare Tito, che cominciò immediatamente a rincorrerlo sull’erba.

Sotto il video Klaus aveva scritto soltanto:

«Non sono riuscito a insegnargli a stare lontano dall’acqua. Per fortuna, non sono riuscito nemmeno a insegnargli a stare lontano dal suo amico.»

Marco riguardò il filmato tre volte.

Poi infilò il telefono in tasca e si voltò verso il porto, dove le barche ondeggiavano piano sotto il sole del mattino.

Pensò a quante volte gli esseri umani chiamano “casa” un edificio, un indirizzo o una città, mentre quei due piccoli randagi avevano capito qualcosa di molto più semplice: per chi ha conosciuto davvero la solitudine, casa può essere anche soltanto qualcuno che, quando ti vede allontanarti, è disposto a entrare in acqua pur di non lasciarti andare da solo.

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