L’ultimo abbraccio di Argo
Il rifugio comunale alla periferia di Parma era pieno del consueto frastuono. I cani più giovani correvano avanti e indietro abbaiando a ogni visitatore, mentre i volontari lavavano le cucce e riempivano le ciotole con il mangime del mattino. Silvia stava sistemando alcune cartelle veterinarie quando vide entrare una signora dai capelli grigi raccolti con cura, un cappotto semplice e una borsa di tela consumata.
La donna si fermò davanti al banco senza guardarsi intorno.
— Buongiorno. Vorrei adottare il cane più anziano che avete.
Silvia rimase immobile.
— Il… più anziano?
— Sì. Se possibile quello che nessuno sceglie mai.
La volontaria era abituata a sentire richieste precise.
Cani piccoli.
Cuccioli.
Razze particolari.
Animali già educati.
Quella richiesta, invece, sembrava arrivare da un altro mondo.
La responsabile del rifugio, la signora Beatrice, uscì dal suo ufficio dopo aver sentito parte della conversazione.
— Venga pure dentro.
La donna si sedette con calma.
— Mi chiamo Teresa Bianchi.
— Signora Teresa, sa che un cane molto anziano richiede cure continue? Farmaci, visite, alimentazione speciale… e spesso resta poco tempo da vivere.
Teresa annuì lentamente.
— Lo so.
— Posso chiederle perché desidera proprio un cane così?
Per qualche istante nella stanza si sentì soltanto il ticchettio della pioggia contro i vetri.
Poi Teresa parlò.
— Perché quelli giovani hanno ancora un futuro davanti. Prima o poi qualcuno li porterà via. Ma quelli vecchi smettono persino di sperare. Restano qui aspettando un volto che non arriverà mai.
Beatrice abbassò lentamente la penna.
— Seguitemi.
Attraversarono il lungo corridoio che conduceva ai recinti esterni.
I cani più giovani si agitavano dietro le reti, saltavano e cercavano di attirare l’attenzione.
Teresa li osservava con dolcezza, ma continuava a camminare.
Arrivarono all’ultimo box.
Su una coperta spessa era distesa una cagna enorme dal pelo rossiccio, ormai quasi completamente coperto da ciocche grigie. Il muso era bianco di vecchiaia e gli occhi, velati e opachi, sembravano faticare perfino a distinguere le sagome.
— Lei si chiama Argo — disse Beatrice. — Sì, è una femmina, ma il precedente proprietario non volle mai cambiarle il nome. Ha circa quindici anni. È arrivata qui dopo la morte del suo padrone. Nessun familiare ha voluto occuparsene. Ha problemi cardiaci, i reni funzionano male e vede pochissimo.
Teresa si inginocchiò davanti alla rete.
— Ciao, vecchia amica…
Argo non reagì subito.
Rimase immobile ad ascoltare quella voce sconosciuta.
Poi tentò lentamente di alzarsi.
Le zampe posteriori tremavano sotto il peso del suo grande corpo, ma con enorme fatica riuscì ad avvicinarsi.
Quando arrivò davanti alla donna, appoggiò delicatamente il muso bianco contro le sbarre.
Teresa infilò la mano tra la rete e iniziò ad accarezzarle la fronte con una delicatezza che commosse perfino Silvia.
La grande cagna chiuse lentamente gli occhi.
— Non l’avevo mai vista fidarsi così in fretta di qualcuno — sussurrò la volontaria.
Teresa continuò ad accarezzarla.
— Forse era soltanto stanca di aspettare.
Beatrice aprì il cancello del recinto.
Argo non si tirò indietro.
Con un movimento lento poggiò tutta la testa sulle ginocchia della donna, sospirando profondamente.
— Preparate i documenti — disse Teresa. — Oggi torna a casa con me.
Le pratiche durarono meno di un’ora.
Silvia spiegava con attenzione la terapia, gli orari delle medicine e le visite di controllo, mentre Teresa prendeva nota di tutto senza interromperla.
Prima di uscire, estrasse dalla borsa un vecchio collare largo e morbido.
— Questo sarà più comodo per lei.
Quando arrivarono al parcheggio, Silvia non riuscì più a trattenersi.
— Posso farle una domanda?
— Certo.
— Non ha paura di soffrire? Sa già che probabilmente la perderà presto.
Teresa guardò Argo, che la seguiva con passi lenti ma senza mai allontanarsi da lei.
— La sofferenza passerà.
Fece una breve pausa.
— Quello che non riuscirei mai a sopportare sarebbe sapere che un cane così abbia trascorso gli ultimi giorni senza una carezza.
Passarono alcune settimane.
Una mattina Beatrice ricevette una fotografia.
Argo era distesa davanti al camino sopra una coperta di lana. Il suo enorme corpo rossiccio sembrava finalmente rilassato, il muso completamente bianco riposava su un cuscino e, nonostante gli occhi fossero ancora velati, dentro di essi era comparsa una serenità che al rifugio nessuno aveva mai visto.
Sotto la fotografia Teresa aveva scritto:
“Oggi mi ha aspettata davanti alla porta della cucina. Ha fatto soltanto pochi passi, ma li ha fatti per raggiungere me.”
Beatrice sorrise emozionata.
Nello stesso momento, però, il telefono di Teresa iniziò a squillare.
La donna rispose, ascoltò in silenzio le parole del veterinario e impallidì.
Si voltò di scatto verso Argo.
La grande cagna dal pelo rossiccio con il muso bianco stava cercando di alzarsi, ma le zampe cedettero all’improvviso e il suo respiro divenne pesante, sempre più affannoso…
Teresa lasciò cadere il telefono sul tavolo e si inginocchiò immediatamente accanto ad Argo. La grande cagna dal pelo rossiccio, ormai attraversato da numerose sfumature grigie, respirava con fatica, mentre il muso completamente bianco tremava leggermente a ogni respiro. I suoi occhi opachi cercavano il volto della donna, come se fosse l’unico punto fermo rimasto nel mondo.
— Sono qui… non ti lascio, piccola mia — continuava a ripeterle Teresa, accarezzandole lentamente la testa.
Il veterinario arrivò pochi minuti dopo.
La visitò con calma, ascoltò il cuore per diversi minuti, le praticò una terapia d’urgenza e infine sospirò.
— Questa volta ce l’ha fatta. Ma il suo cuore è molto stanco. Non possiamo sapere quanto tempo le resta.
Teresa abbassò lo sguardo verso Argo.
— Allora faremo in modo che ogni giorno sia un giorno felice.
Da quel momento la loro routine cambiò completamente.
Le passeggiate divennero brevi e lente. Bastavano pochi metri lungo il vialetto del giardino perché Argo si fermasse a riprendere fiato, ma non sembrava importarle.
Le bastava sapere che Teresa era accanto a lei.
Ogni sera la donna preparava una coperta davanti al camino e si sedeva sul pavimento.
Leggeva ad alta voce pagine di vecchi romanzi, anche se sapeva benissimo che Argo non capiva le parole.
Forse, pensava, riconosceva soltanto la voce.
E a volte era più che sufficiente.
Un pomeriggio Silvia andò a trovarle.
Appena aprì il cancello vide Argo avanzare lentamente verso di lei.
Camminava ancora con difficoltà, ma la coda si muoveva piano e sul muso bianco sembrava comparsa una serenità completamente nuova.
— È incredibile… — disse Silvia. — Sembra un altro cane.
Teresa sorrise.
— No. È lo stesso cane. È la sua vita che è cambiata.
Rimasero a parlare a lungo sulla veranda.
Dopo un momento di silenzio Silvia fece finalmente la domanda che custodiva dentro di sé dal primo giorno.
— Come riesce a ricominciare ogni volta? Non ha paura di affezionarsi sapendo che il tempo sarà così breve?
Teresa rimase qualche secondo in silenzio.
— Certo che ho paura.
Inspirò profondamente.
— Ma il mio dolore durerà qualche mese. La loro solitudine, invece, durerebbe fino all’ultimo respiro. Se devo scegliere chi far soffrire, preferisco essere io.
Silvia abbassò gli occhi senza riuscire a rispondere.
La primavera lasciò lentamente spazio all’estate.
Una mattina Teresa si svegliò molto presto.
La casa era immersa in un silenzio insolito.
Argo era sdraiata accanto al letto.
La donna si avvicinò piano, le accarezzò il muso bianco e pronunciò il suo nome.
La grande cagna aprì lentamente gli occhi velati.
Con l’ultima forza che le rimaneva mosse appena la coda e appoggiò il naso nella mano di Teresa.
Poi espirò lentamente.
E si addormentò per sempre.
Teresa rimase seduta accanto a lei per molto tempo.
Non c’erano urla.
Non c’erano lamenti.
Solo una mano che continuava ad accarezzare quel pelo rossiccio e una voce che sussurrava grazie.
Qualche settimana più tardi il cancello del rifugio si aprì ancora.
Silvia riconobbe subito Teresa.
— Non pensavo di rivederla così presto.
La donna le rivolse un sorriso pieno di malinconia.
— Nemmeno io. Ma da qualche parte qui dentro c’è sicuramente qualcuno che sta aspettando senza sapere che oggi la sua vita potrebbe cambiare.
Camminarono fino all’ultimo recinto.
Lì, in un angolo, era disteso un enorme cane dal pelo rossiccio, ormai coperto di grigio. Aveva il muso completamente bianco, gli occhi offuscati dall’età e respirava lentamente, senza nemmeno provare ad avvicinarsi ai visitatori.
Teresa si inginocchiò davanti alla rete.
— Vieni… è ora di tornare a casa.
Il vecchio cane si alzò con enorme fatica.
Fece pochi passi incerti.
Poi posò la sua pesante testa tra le mani della donna.
Silvia sentì le lacrime scenderle sul viso.
In quell’istante comprese finalmente che Teresa non cercava di salvare i cani dalla morte.
Li salvava dall’ultima, terribile solitudine.
Perché gli ultimi giorni di una vita possono essere pochi, ma se sono pieni di calore, di carezze e di una casa dove qualcuno aspetta il tuo risveglio ogni mattina, allora persino l’addio smette di fare paura e diventa un ultimo, immenso gesto d’amore.
