# Regine degli scacchi, brodo d’alloro

Nel palazzo di via Ripamonti, a Milano, c'è un mobile bar che nessuno usa più per servire liquori. Lì, tra vecchie bollette e un rosario della Madonna di Pompei, la signora Adele Ricci custodisce una cartella di pelle consumata con ritagli di giornale ingialliti. Sua nipote, Chiara, l'ha mostrata a una giornalista di quartiere appena tre settimane fa, un martedì di luglio con quell'afa appiccicosa che solo chi ha vissuto un'estate in pianura padana può capire. "Era di mia nonna," ha detto Chiara, "e in famiglia non lo sapeva nessuno finché non è morta."

Adele Ricci è nata il 4 marzo 1918 in una cascina vicino a Codogno, provincia di Lodi, figlia di un telegrafista e di una sarta. Si trasferì con la famiglia a Milano nel 1929, quando aveva undici anni, e crebbe nel quartiere di Porta Ticinese di allora, quello dove la domenica si sentiva l'odore del pane fresco e del gasolio dei camion che scaricavano merci lungo il Naviglio. Suo padre le insegnò le prime mosse degli scacchi in cucina, in un appartamento in affitto, usando tappi di bottiglia come pedine perché la scacchiera vera era rimasta in campagna. Lei aveva tredici anni.

Nessuno avrebbe scommesso una lira su quella bambina, eppure decenni dopo sarebbe diventata campionessa nazionale femminile di scacchi. Tanto più che la sua vera passione da ragazza non era la scacchiera, ma il nuoto: gareggiò per il liceo nello stile rana e arrivò a vincere una gara regionale alle piscine di Cologno Monzese. Gli scacchi restarono un passatempo da sobremesa finché un lavoro da dattilografa in una casa editrice la portò prima a Torino e poi a Genova, dove, tra turni di otto ore e corsi serali di contabilità, cominciò a giocare sul serio nei circoli del porto. Fu lì che affinò uno stile aggressivo, pieno di sacrifici di pezzi, che lasciava senza parole gli avversari.

Ma la partita più difficile di Adele Ricci non si giocò mai su una scacchiera.

Correva il 1943 e la fabbrica tessile dove lavorava come caposquadra, alla periferia di Genova, chiuse da un giorno all'altro per mancanza di commesse. Agli operai avvisarono con poche ore di preavviso. Nel caos, decine di figli delle lavoranti rimasero senza nessuno: le madri avevano doppi turni, non c'era chi li andasse a prendere dall'asilo improvvisato del sindacato, e voce girava che stessero per sfollare tutto l'edificio per i bombardamenti. Adele non ci pensò due volte. Si fece prestare da un cugino un furgone da consegna del latte, radunò altre tre donne e, per quattro giorni, fece viaggi avanti e indietro per riportare quasi settanta bambini alle famiglie, molti a più di sessanta chilometri di distanza, dormendo appena un paio d'ore a notte sul sedile anteriore. Con gli anni, quando qualcuno le chiedeva dei suoi trofei di scacchi, lei rispondeva sempre lo stesso: "Quella è l'unica cosa che ho fatto davvero bene."

Nel 1951, al Campionato Nazionale Femminile di Scacchi disputato a Roma, nessuno puntava un soldo su Adele Ricci. Aveva trentatré anni, un lavoro a tempo pieno e nessuno sponsor. Eppure, partita dopo partita, smontò le avversarie con quella miscela di pazienza e audacia affinata nei circoli genovesi. Vinse il titolo senza perdere un solo turno. Le consegnarono una medaglia d'oro placcato e una corona d'alloro di scena, e per un istante, sotto le luci del salone dell'albergo, sembrò che la vita le stesse finalmente restituendo qualcosa di tutta la fatica fatta.

Non fu così.

Nell'Italia del dopoguerra, essere campionessa di scacchi non le aprì nessuna porta che contasse davvero. Non ci furono articoli che la reclamassero per tenere corsi, né contratti pubblicitari, né tournée. Tornò a Genova a lavorare sulla stessa catena di produzione, ora fabbricando componenti per automobili, e continuò a pagare l'affitto di un bilocale che divideva con la sorella vedova in vicolo dei Lavatoi. La medaglia d'oro finì, qualche anno dopo, sul tavolo di un dentista del quartiere: la fece fondere per pagarsi una corona dentale che non poteva permettersi altrimenti. E la corona d'alloro, quella che aveva simboleggiato il suo momento di gloria nazionale, restò chiusa in una scatola di biscotti finché, racconta Chiara con una risata amara, sua nonna finì per usare le foglie — ormai secche, friabili — per insaporire un brodo di pollo in un inverno particolarmente rigido.

Adele morì nel 1994, a settantasei anni, in una casa di riposo di Sesto San Giovanni. Per decenni nessuno fuori dalla famiglia conobbe la sua storia. Fu solo quando Chiara, frugando tra le scatole dell'armadio dopo il funerale della zia — l'ultima figlia di Adele ancora in vita — trovò la cartella di pelle con i ritagli del Corriere della Sera e una vecchia foto in bianco e nero dove sua nonna, in un abito a quadri e i capelli raccolti, sorride stringendo un trofeo che ormai non esiste più.

"La gente crede che sia stata la guerra a rendere invisibili donne come lei," dice Chiara adesso, seduta nella stessa cucina di via Ripamonti dove sua nonna teneva la scacchiera pieghevole. "Ma io credo che la cosa sia più semplice: nessuno ha pensato che valesse la pena raccontarla."

L'anno scorso, Chiara ha portato la cartella intera — ritagli, la foto, persino un quaderno di partite annotate a mano — alla Biblioteca Comunale di Milano, sede di Porta Ticinese, e ha donato tutto il materiale all'archivio di quartiere. Ha posto una sola condizione: che accanto ai documenti venisse messo un cartellino, scritto da lei stessa, con scritto che sua nonna aveva salvato settanta bambini prima di vincere qualsiasi partita. La bibliotecaria responsabile, una donna di nome Rosaria Monti, accettò senza esitare e restituì la cartella vuota a Chiara perché se la tenesse, "perché anche una famiglia ha bisogno di qualcosa da toccare." Chiara la conserva ora nello stesso mobile bar, accanto al rosario, e ogni 4 marzo — il compleanno di sua nonna — tira fuori la scacchiera pieghevole, dispone i pezzi e gioca da sola una partita fino alla fine.

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