Il gatto delle sette colazioni

Il gatto delle sette colazioni

Quando Mirella comprò una piccola medaglietta d’ottone con inciso il nome Arturo, non pensò neppure per un istante che quel gesto avrebbe riaperto una guerra di vicinato che durava, a fasi alterne, da quasi quindici anni. Le sembrava soltanto giusto che quel grosso gatto rosso, con una tacca sull’orecchio sinistro e l’aria dignitosa di un vecchio professore, avesse finalmente qualcosa che lo facesse sembrare davvero di casa.

Arturo compariva ogni mattina verso le sette e dieci nel cortile della sua villetta alla periferia di Parma, si sedeva accanto alla porta della cucina e aspettava senza miagolare, perché aveva capito da tempo che Mirella non sopportava le sceneggiate. Lei gli preparava qualche pezzetto di pollo lesso, cambiava l’acqua nella ciotola verde e, nelle giornate fredde, gli lasciava aperta la porta della lavanderia perché potesse dormire sopra una vecchia coperta.

— Tu sei più educato di certi esseri umani che conosco — gli diceva spesso, accarezzandogli la testa.

Il riferimento, naturalmente, era alla vicina Renata, con la quale Mirella aveva litigato negli anni per una siepe troppo alta, per un ramo di fico che sporgeva oltre il confine e perfino per il rumore della pompa dell’acqua durante un agosto particolarmente secco. Da mesi, però, le due donne si limitavano a salutarsi da lontano con quella cortesia rigida che non è pace, ma soltanto una tregua ben sorvegliata.

La mattina dopo aver messo ad Arturo la medaglietta, Mirella lo vide arrivare dal fondo del giardino con qualcosa di blu attorno al collo. Pensò che il nastrino d’ottone si fosse girato, poi si chinò e rimase immobile, perché sopra il pelo rosso c’era un secondo collare, di stoffa, con una targhetta argentata.

Sulla targhetta c’era scritto Romeo.

Mirella lesse il nome due volte, quindi sollevò lentamente lo sguardo verso la rete che separava il suo terreno da quello di Renata. Dall’altra parte, dietro un cespuglio di ortensie, una figura si mosse troppo in fretta per essere casuale.

— Romeo? — domandò Mirella al gatto.

Arturo le si strofinò contro la caviglia con una tranquillità quasi offensiva, mangiò metà del pollo e si allontanò passando proprio attraverso il buco che Mirella credeva di aver chiuso nella rete la primavera precedente.

Quella stessa sera Renata suonò al cancello con una busta trasparente in mano e una faccia che Mirella conosceva bene.

— Dobbiamo chiarire una cosa.

Entrarono in cucina senza togliersi i cappotti. Renata appoggiò sul tavolo un libretto veterinario nel quale, sotto la fotografia di un gatto rosso con l’orecchio segnato, compariva il nome Romeo.

Mirella aprì un cassetto e tirò fuori il proprio.

— Arturo — disse, indicando la prima pagina. — Vaccinazioni, visita annuale e cura per la dermatite dell’anno scorso.

Renata la fissò.

— La dermatite gliel’ho curata anch’io.

— Impossibile.

— Crema prescritta dalla veterinaria di via Mantova, ventotto euro.

Mirella aprì il suo libretto e indicò una ricevuta.

— Clinica San Marco, trentacinque euro.

Per qualche secondo nessuna delle due parlò. Dal corridoio arrivava il ticchettio dell’orologio, mentre il gatto in questione dormiva sullo zerbino come se la contabilità sanitaria non lo riguardasse.

— Quindi si faceva curare due volte — mormorò Renata.

— Non “si faceva curare”. È un gatto.

— Un gatto molto organizzato.

Mirella avrebbe voluto ridere, ma Renata aggiunse che Romeo dormiva da lei da almeno quattro anni, soprattutto d’inverno, e che aveva persino una cesta vicino al termosifone. Mirella, irritata, rispose che Arturo entrava nella sua lavanderia da cinque anni e che nessuno poteva considerarsi proprietario di un animale solo perché gli aveva comprato una cesta.

— Io almeno non gli do gli avanzi — disse Renata.

Mirella posò lentamente la tazza.

— Io non gli do avanzi.

— Gli dai pollo lesso.

— Preparato apposta.

— Io compro il merluzzo.

La vecchia rivalità, che il gatto avrebbe dovuto rendere ridicola, improvvisamente tornò viva e precisa. Nel giro di mezz’ora parlarono meno dell’animale che delle ortensie, del fico, del cancello verniciato “per copiare il colore”, di una cena di otto anni prima e perfino di una torta di mele che Renata aveva definito troppo asciutta.

Arturo-Romeo, dopo essersi svegliato, attraversò la cucina, guardò entrambe e uscì dalla porta lasciata socchiusa.

Il giorno seguente Mirella decise che il gatto sarebbe rimasto da lei fino a sera, semplicemente per capire dove preferisse stare. Chiuse il cancelletto laterale, sistemò la coperta nella lavanderia e gli preparò il cibo, ma dopo venti minuti Arturo cominciò a camminare avanti e indietro davanti alla rete.

— Non fare il melodrammatico — gli disse Mirella.

Il gatto miagolò.

Lei resistette cinque minuti, poi altri tre, quindi aprì.

Arturo attraversò il cortile, passò sotto la rete e sparì nel giardino di Renata senza voltarsi. Alle diciotto e quaranta il telefono squillò.

— È qui — annunciò Renata con una soddisfazione che Mirella trovò insopportabile. — È sdraiato sulla sua cesta.

— Complimenti.

— Non volevo vantarmi.

— E allora perché hai chiamato?

Renata non rispose subito.

— Perché pensavo ti preoccupassi.

Mirella chiuse la telefonata prima di dire qualcosa di cui si sarebbe pentita.

La mattina successiva mise la sveglia alle sei e un quarto, mezz’ora prima del solito, convinta che almeno quella volta sarebbe stata lei la prima persona che il gatto avrebbe visto. Preparò il pollo, aprì la porta e aspettò.

Alle sette non arrivò nessuno.

Alle otto la ciotola era ancora piena.

Alle nove Mirella uscì verso il confine e trovò Renata dall’altra parte della rete, già vestita, con le chiavi della macchina in mano.

— Da te non c’è?

Mirella scosse la testa.

Per la prima volta da anni attraversarono insieme il quartiere senza discutere. Chiesero al pensionato della casa d’angolo, controllarono dietro i garage, passarono dal piccolo orto comunitario e arrivarono infine davanti a una villetta gialla dove il cancello era aperto.

Da dentro si sentì una voce anziana.

— Cesare, vieni a mangiare, tesoro!

Mirella e Renata si fermarono nello stesso istante.

Sul portico, sopra un cuscino a quadri, c’era Arturo-Romeo, che stava mangiando con grande concentrazione da una ciotola di porcellana.

La proprietaria di casa, la signora Bianca, li accolse con aria sorpresa.

— Cercate qualcuno?

Renata indicò il gatto.

— Lui.

Bianca sorrise.

— Cesare? Ma è qui da anni.

Mirella sentì lo stomaco stringersi.

— Da quanti anni?

— Almeno sei. Aspettate, ho anche il suo libretto.

Quando la donna rientrò in casa, Renata si voltò lentamente verso Mirella, mentre il gatto continuava a mangiare senza mostrare il minimo imbarazzo.

Bianca tornò con un vecchio libretto sanitario e lo aprì davanti a loro. Sulla prima pagina c’era la stessa tacca sull’orecchio, lo stesso muso rosso e un terzo nome scritto in stampatello.

CESARE.

— Sei anni? — ripeté Renata.

— Più o meno — rispose Bianca. — Ma non capisco perché vi stupite tanto. Pensavo sapeste che appartiene alla signora del civico diciotto.

Mirella alzò gli occhi.

— A chi?

Bianca fece un gesto verso la strada parallela.

— Alla signora Teresa. Lei dice sempre che il gatto è suo da quando era piccolo.

In quel preciso momento Renata tirò fuori il telefono, mentre Mirella sentiva che quella storia stava per diventare molto più grande di una semplice rivalità tra due vicine.

Teresa abitava al civico diciotto della strada parallela, in una casa bassa con le persiane color crema e un limone enorme protetto sotto una piccola veranda di vetro. Quando aprì la porta e vide Mirella, Renata e Bianca ferme davanti al cancello con Cesare-Arturo-Romeo in mezzo a loro, non sembrò affatto sorpresa; guardò prima le tre donne, poi il gatto, quindi sospirò come chi assiste finalmente a un evento previsto da molto tempo.

— Ah, dunque vi siete conosciute.

Mirella strinse gli occhi, mentre Renata fece un passo avanti.

— Lei sapeva che veniva da noi?

— Da voi, da Bianca, dai Ferretti in fondo alla via e credo anche dal ragazzo che abita dietro la farmacia. Questo animale ha più relazioni sociali di me.

Teresa le fece entrare e, da un mobile dell’ingresso, tirò fuori una cartellina piena di ricevute, fotografie e documenti veterinari. Tra le carte c’era persino il certificato del microchip, registrato sette anni prima, quando Teresa aveva trovato il gatto ancora giovane vicino ai cassonetti del mercato rionale e lo aveva portato dal veterinario.

Il nome registrato non era Arturo, Romeo e neppure Cesare.

Era Nerone.

— Nerone? — Mirella quasi si offese. — Ma non gli somiglia per niente.

— E Arturo sì? — ribatté Renata.

Bianca si mise a ridere, ma Teresa spiegò che Nerone non aveva mai accettato di diventare un gatto domestico nel senso tradizionale della parola. Dormiva da lei soprattutto nei mesi freddi, spariva per giornate intere quando arrivava la primavera e, nel corso degli anni, aveva costruito una specie di itinerario personale attraverso il quartiere.

Quella che all’inizio sembrava una situazione assurda diventò ancora più incredibile quando Teresa cominciò a telefonare. I Ferretti lo chiamavano Ruggine e gli tenevano una coperta in garage; il giovane della farmacia era convinto che si chiamasse Spritz e gli comprava crocchette al salmone; una vedova che viveva vicino al parco lo conosceva come Leone e gli aveva fatto persino una fotografia incorniciata.

— Sette case — disse Renata quando ebbero finito di fare i conti.

— Otto, contando Teresa — precisò Mirella.

— A questo punto potrebbe avere anche un appartamento in centro che non conosciamo.

Persino Mirella rise, ma l’allegria durò poco, perché sotto quella scoperta c’era qualcosa che le faceva male in un modo inatteso. Per cinque anni aveva creduto che il gatto tornasse da lei perché l’aveva scelta, e nelle sere in cui suo marito lavorava fino a tardi o i figli telefonavano in fretta perché avevano sempre qualcosa da fare, la presenza silenziosa di Arturo aveva riempito una parte della casa che Mirella non ammetteva nemmeno di sentire vuota.

Renata sembrò intuire ciò che stava pensando.

— Sai qual è la cosa stupida? — disse mentre tornavano verso casa. — Quando lo vedevo aspettarmi davanti alla porta, pensavo che almeno lui avesse bisogno proprio di me.

Mirella rallentò.

— Anch’io.

Renata raccolse una foglia rimasta attaccata alla manica e la lasciò cadere.

— Da quando mia sorella si è trasferita a Bologna, torno a casa e non c’è nessuno che mi chieda com’è andata la giornata. Romeo arrivava, si metteva davanti al frigorifero e io gli raccontavo tutto, anche se ovviamente gli interessava soltanto il pesce.

Quella confessione cambiò qualcosa che nessuna delle due avrebbe saputo spiegare. Per anni avevano osservato l’una nell’altra soltanto ciò che dava fastidio, mentre improvvisamente Mirella vedeva una donna che, dietro la rete, aveva trascorso sere molto simili alle sue.

Quando arrivarono davanti ai loro cancelli, Nerone era già lì.

Si era seduto esattamente nel passaggio tra i due giardini.

Mirella lo chiamò.

— Arturo.

Renata quasi contemporaneamente disse:

— Romeo.

Il gatto girò la testa prima verso una, poi verso l’altra, senza muoversi.

— Proviamo con Nerone? — propose Renata.

Nessuna reazione.

— Cesare?

Il gatto cominciò a lavarsi una zampa.

Mirella scoppiò a ridere e Renata la seguì, finché entrambe dovettero appoggiarsi alla rete. Tutta quella battaglia per stabilire chi fosse la persona preferita di un animale che probabilmente non riconosceva neppure i nomi inventati per lui apparve improvvisamente così assurda che nessuna riuscì più a prenderla sul serio.

Renata indicò allora la vecchia apertura nella rete.

— Quella la lasciamo?

Mirella osservò il buco che per anni aveva considerato una seccatura.

— Direi di sì.

Quel pomeriggio prepararono il caffè sulla veranda di Mirella. All’inizio parlarono del gatto, poi della siepe, quindi del fico che aveva provocato una delle loro peggiori discussioni, finché Renata ammise di aver tagliato apposta alcuni rami soltanto perché era arrabbiata e Mirella confessò di aver acceso la pompa dell’acqua alle sette del mattino sapendo perfettamente che la finestra della camera di Renata era aperta.

— Eravamo due idiote — concluse Renata.

— Parla per te. Io ero un’idiota con delle ottime ragioni.

Risero di nuovo, e quella volta non c’era più niente da difendere.

Passarono alcune settimane e nel quartiere nacque una piccola abitudine. Nessuno cercò più di trattenere il gatto e Teresa rimase la proprietaria ufficiale indicata dal microchip, ma davanti a diverse case continuarono a esserci ciotole d’acqua e posti dove riposare; soprattutto, però, le persone che fino ad allora si erano conosciute soltanto di vista cominciarono a fermarsi per scambiare qualche parola quando lo vedevano attraversare la strada.

Una domenica di settembre Mirella organizzò una merenda nel cortile e invitò anche Teresa, Bianca, i Ferretti e gli altri membri involontari di quella strana famiglia. Renata arrivò con una torta di mele e, prima di appoggiarla sul tavolo, guardò Mirella con aria seria.

— Stavolta puoi dire che è asciutta.

— Prima devo assaggiarla. Io non giudico senza prove.

Il gatto comparve quando tutti erano già seduti, attraversò lentamente il giardino e si fermò in mezzo alle sedie, mentre otto persone lo chiamavano con otto nomi diversi. Lui non rispose a nessuno, si sdraiò sotto il tavolo e chiuse gli occhi, perfettamente soddisfatto del risultato.

Più tardi, quando gli altri se ne furono andati, Mirella trovò Renata vicino alla rete e le indicò le due vecchie ciotole rimaste accanto al passaggio.

— Pensi che dovremmo toglierne una?

Renata ci pensò, poi scosse la testa.

— No. Lasciamole entrambe. Non credo che a lui importi quale usa.

Mirella guardò il gatto addormentato tra i due giardini e capì finalmente che forse avevano sbagliato domanda fin dall’inizio. Avevano voluto sapere a chi appartenesse, quando la cosa importante era che quell’animale, senza promettere niente a nessuno, aveva continuato a tornare dove trovava una porta aperta, una mano gentile e qualcuno felice di vederlo.

Quella sera Arturo-Romeo-Cesare-Nerone mangiò prima da una ciotola e poi dall’altra, quindi attraversò il buco nella rete e scomparve verso la strada successiva.

— Secondo te dove va? — domandò Mirella.

Renata sorrise guardando il punto in cui la coda rossa era appena sparita.

— A cena. È ancora presto per la nona casa.

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