Il gatto arrivato con l’estate

Il gatto arrivato con l’estate

A cinquantasei anni, Teresa aveva deciso che quell’estate non avrebbe fatto programmi, e la piccola casa ereditata da uno zio sulle colline fuori Perugia le sembrava il posto ideale per mantenere la promessa. Aveva portato libri che probabilmente non avrebbe letto, qualche vestito leggero, una moka e due cassette di gerani, convincendosi che tre mesi senza dover aspettare nessuno sarebbero stati finalmente un privilegio e non una forma elegante di solitudine.

La casa era rimasta chiusa dall’autunno precedente, perciò il primo giorno Teresa spalancò persiane e finestre, scosse le tovaglie in cortile e trascinò fuori una vecchia sedia di vimini. La sera cenò con pane, pomodori e pecorino sotto il pergolato, mentre dalle altre case arrivavano voci, stoviglie e una radio accesa, e proprio allora capì che il silenzio è piacevole soprattutto quando sai di poterlo interrompere.

Il gatto comparve due mattine dopo, ma non davanti alla porta come avrebbe fatto un animale educato. Teresa lo trovò dentro la carriola lasciata sotto il fico, addormentato sopra un paio di guanti da giardino, con il pelo grigio, quattro zampe bianche e una grande macchia candida sul petto che sembrava una pettorina.

— Guarda che quella è roba mia, gli disse.

Il gatto aprì appena gli occhi, si stiracchiò e scese dalla carriola senza alcuna fretta, dopodiché seguì Teresa fino alla cucina. Quando lei provò a chiudergli la porta davanti al muso, lui rimase seduto sulla soglia con un’espressione così paziente che dopo mezzo minuto Teresa cedette.

— Cinque minuti, poi te ne vai.

I cinque minuti durarono tutta la mattina, perché il visitatore mangiò qualche pezzetto di pollo, bevve acqua da una ciotola e infine si addormentò sul tappeto vicino alla credenza. Teresa decise di chiamarlo Grigio soltanto per avere un modo di rivolgersi a lui finché non avesse trovato il proprietario, anche se già quella sera gli aveva sistemato una vecchia coperta in veranda.

Il giorno seguente cominciò le ricerche dalla casa di fronte, dove viveva la signora Mirella, una vedova energica che coltivava zucchine, basilico e pomodori in quantità sufficienti per sfamare mezzo paese. Grigio accompagnò Teresa fino al cancello e si accomodò all’ombra, osservando le due donne come se fosse lui ad aver organizzato l’incontro.

— Questo signore lo conosce? chiese Teresa.

Mirella si abbassò gli occhiali sul naso.

— Conoscerlo sì, sapere dove abita no. È comparso da queste parti qualche settimana fa e si presenta dove gli conviene.

— Quindi nessuno lo cerca?

— Qui, semmai, è lui che cerca noi.

Teresa avrebbe voluto limitarsi a ringraziare, ma Mirella le offrì un caffè, poi volle sapere da quanto tempo possedesse la casa e infine le riempì una borsa di verdure. Quando Teresa tornò nel proprio cortile quasi un’ora dopo, si accorse che Grigio camminava davanti a lei con la coda alta, come una guida soddisfatta del primo risultato ottenuto.

Qualche giorno più tardi il gatto scomparve dopo colazione e ricomparve verso mezzogiorno seguito da una ragazzina di undici anni, magra, con una macchina fotografica appesa al collo. Si chiamava Giulia e cercava Grigio perché il gatto, inseguendo una lucertola, aveva attraversato il suo orto e fatto cadere una piccola cassetta con i colori che lei usava per dipingere.

— Ti ha combinato un guaio? domandò Teresa.

— Non proprio. Però adesso mi deve fare da modello.

Giulia rimase sulla veranda a disegnarlo, poi arrivò suo nonno Arturo a cercarla e finì per accettare un bicchiere di limonata. Teresa scoprì così che Arturo conosceva suo zio, che Mirella litigava ogni estate con il postino perché lasciava la posta al civico sbagliato e che il sabato mattina un contadino vendeva ricotta fresca vicino alla chiesa.

In meno di una settimana Teresa aveva imparato più cose sui vicini di quante ne avesse sapute nei dieci anni precedenti.

Grigio, intanto, continuava la propria attività diplomatica.

Un pomeriggio Teresa lo sentì miagolare vicino al cancello e trovò dall’altra parte un uomo alto, con i capelli ormai quasi completamente grigi e una cassetta degli attrezzi sotto il braccio. Si chiamava Carlo, abitava tre case più avanti e sosteneva che Grigio fosse entrato nel suo garage, avesse dormito sopra una scatola di viti e poi lo avesse seguito fino a lì.

— Credo che abbia deciso di presentarmi, disse Carlo.

— Non si illuda. Probabilmente vuole soltanto controllare se ha qualcosa da mangiare.

Carlo rise, poi notò che il chiavistello del cancello si reggeva praticamente per miracolo e chiese il permesso di sistemarlo. Teresa preparò il caffè mentre lui lavorava, Mirella comparve con una focaccia ancora tiepida e, senza che nessuno l’avesse programmato, quella riparazione di dieci minuti diventò un pomeriggio intero trascorso a parlare sotto il pergolato.

Da allora la casa cambiò ritmo. Giulia passava con i suoi disegni, Arturo portava fichi, Mirella arrivava quasi sempre con qualcosa che Teresa non aveva chiesto, mentre Carlo trovava periodicamente un rubinetto, una persiana o una sedia che, secondo lui, necessitavano di un intervento immediato.

Verso la fine di luglio, Teresa organizzò una cena per tutti e si sorprese a preparare il tavolo con un’attenzione che non dedicava a nessuno da anni. Grigio trascorse la serata passando sotto le sedie, rubò un pezzetto di prosciutto dal piatto di Arturo e provocò una risata generale quando tentò di saltare sul davanzale, sbagliò la distanza e finì dentro una cesta vuota.

— È tutta colpa tua, gli disse Teresa più tardi, quando gli altri se ne furono andati. Io ero venuta qui per stare tranquilla.

Grigio si sistemò sulle sue ginocchia e cominciò a fare le fusa, mentre Teresa guardava le tazzine ancora sparse sul tavolo e si rendeva conto che non aveva nessuna voglia di raccoglierle. Quella confusione era diventata la prova che qualcuno era passato da casa sua e, soprattutto, che avrebbe avuto un motivo per tornare.

La risposta alla domanda che Teresa aveva quasi smesso di farsi arrivò nella seconda metà di agosto.

Una macchina scura si fermò davanti al cancello proprio mentre lei stava stendendo un lenzuolo. Ne scesero una donna sui quarant’anni e due bambini, e il più piccolo, appena vide Grigio sdraiato sul muretto, cominciò a gridare qualcosa correndo verso la rete.

— Nebbia! Mamma, è Nebbia!

Teresa rimase con una molletta fra le dita.

La donna tirò fuori il telefono e le mostrò fotografie inequivocabili: lo stesso gatto grigio, le stesse zampe bianche, la stessa pettorina candida sul petto, fotografato su un divano, accanto a un albero di Natale e nel letto dei bambini. Era scomparso alla fine di maggio dalla loro casa, distante diversi chilometri, e lo avevano cercato per settimane senza trovare una sola traccia.

— Non riesco a crederci, disse la donna, asciugandosi gli occhi. I bambini erano convinti che non sarebbe più tornato.

Teresa abbassò lo sguardo verso Grigio, o Nebbia, e all’improvviso le sembrò assurdo aver pensato che quei mesi potessero darle qualche diritto su di lui. Aveva sempre saputo che un animale così socievole poteva appartenere a qualcuno, ma conoscere una possibilità e vederla arrivare davanti al proprio cancello erano due cose completamente diverse.

Nel frattempo erano comparsi Mirella e Arturo, mentre Carlo si era fermato poco più indietro senza intervenire. Nessuno disse nulla quando la donna prese dal bagagliaio un trasportino e lo appoggiò accanto al cancello.

— Vieni, Nebbia, disse uno dei bambini. Torniamo a casa.

Il gatto non si mosse.

La donna provò a chiamarlo di nuovo, poi guardò Teresa con un sorriso imbarazzato.

— Forse con lei si lascia prendere più facilmente. Potrebbe metterlo nel trasportino?

Teresa fissò l’apertura della gabbietta, poi il bambino che aspettava dall’altra parte del cancello e infine il gatto che aveva trasformato una casa silenziosa in un luogo dove ormai qualcuno bussava quasi ogni giorno. Grigio si avvicinò lentamente e si sedette proprio accanto ai suoi piedi, mentre Teresa capiva che non esisteva una scelta capace di lasciare tutti felici.

La donna le porse il trasportino aperto.

— Per favore. Lo prenda lei.

Teresa abbassò le mani verso il gatto, ma si fermò un istante prima di toccarlo.

Teresa rimase immobile ancora per qualche secondo, poi si chinò e prese Grigio tra le braccia, sentendolo abbandonarsi contro il suo petto con quella fiducia tranquilla che durante l’estate era diventata parte delle sue giornate. Avrebbe voluto spiegargli che non lo stava mandando via, che esistevano due bambini che lo avevano aspettato per mesi e che certe cose giuste fanno male proprio perché sono giuste, ma si accorse che parlare avrebbe soltanto reso più difficile ciò che doveva fare.

— A quanto pare ti chiami Nebbia, mormorò accarezzandogli la testa. Potevi almeno avvisarmi.

Il gatto sollevò il muso verso di lei, mentre Teresa lo sistemava lentamente nel trasportino e chiudeva lo sportello. Il bambino più piccolo si inginocchiò subito accanto alla gabbietta, felicissimo, e la madre ringraziò Teresa più volte, promettendole che le avrebbe mandato qualche fotografia.

Quando l’auto partì, Teresa rimase davanti al cancello finché non scomparve dietro la curva, poi si voltò e vide Mirella, Arturo e Carlo ancora lì. Nessuno tentò di consolarla con frasi inutili, e proprio per questo Teresa riuscì a sorridere.

— Bene, disse. Adesso potete tornare tutti alle vostre faccende.

— Certamente, rispose Mirella. Prima però devo lasciarti questi peperoni, perché domani parto da mia sorella e non posso certo portarli con me.

— E io devo controllare quella persiana, aggiunse Carlo.

— La persiana funziona.

Carlo la osservò con grande serietà.

— È esattamente quello che direbbe una persona che non capisce niente di persiane.

Risero tutti, e Teresa comprese soltanto quella sera quanto fosse importante quella risata. Grigio se n’era andato, ma il cancello continuava ad aprirsi, le sedie sotto il pergolato continuavano a essere occupate e qualcuno continuava a chiamarla dalla strada senza bisogno di inventarsi una scusa felina.

La prima notte, però, fu difficile.

Teresa si svegliò verso le quattro perché le sembrava di aver sentito un salto sul davanzale, e per alcuni secondi rimase ad aspettare il rumore delle zampe sul pavimento. Quando capì che era stato soltanto un ramo mosso dal vento, si girò dall’altra parte e si arrabbiò con se stessa per essersi affezionata così tanto a un animale comparso dal nulla.

La mattina trovò la ciotola ancora vicino alla porta della cucina.

La prese, la lavò e aprì il mobile per riporla, ma dopo qualche istante la rimise esattamente dov’era.

Nei giorni successivi, la vita continuò con una normalità che Teresa non si aspettava. Giulia arrivò con un nuovo disegno, Arturo propose una partita a carte, Mirella tornò dalla sorella con una torta salata e Carlo trascorse un intero pomeriggio a sistemare una grondaia che, secondo Teresa, avrebbe potuto tranquillamente resistere altri vent’anni.

— Avete organizzato dei turni? domandò lei alla fine.

Carlo fece finta di non capire.

— Quali turni?

— Per controllare che non mi deprima.

— Assolutamente no. Io vengo soltanto perché questa casa è tenuta malissimo.

Teresa gli lanciò lo strofinaccio che aveva in mano, e Carlo lo prese al volo ridendo. Fu allora che lei capì definitivamente che Grigio non le aveva lasciato una casa vuota, perché durante quei mesi aveva fatto qualcosa di molto più importante che farsi adottare: aveva costretto Teresa a conoscere persone che altrimenti avrebbe continuato a salutare da lontano.

Passarono cinque giorni.

La mattina del sesto, Teresa uscì presto per raccogliere il basilico e vide qualcosa muoversi dietro un vaso di ortensie. Pensò a una lucertola, poi apparve una coda grigia, seguita da quattro zampe sporche di terra e da una pettorina bianca che ormai bianca non era quasi più.

Teresa lasciò cadere le forbici.

— Grigio?

Il gatto si fermò al centro del vialetto e la guardò.

Aveva un piccolo rametto impigliato nel pelo e sembrava più magro, ma non mostrava alcuna esitazione. Attraversò il cortile, salì i due gradini della veranda e si strofinò contro le gambe di Teresa come se fosse uscito soltanto per una passeggiata particolarmente lunga.

— Ma tu sei completamente matto.

Teresa si sedette sul gradino e lo prese tra le braccia, controllandogli le zampe e il muso, mentre Grigio cominciava a fare le fusa con una tale intensità che lei dovette asciugarsi gli occhi con il dorso della mano.

— Hai fatto tutti quei chilometri per tornare qui?

Grigio le leccò un dito.

Teresa gli diede da mangiare, poi rimase per quasi un’ora con il telefono sul tavolo, incapace di decidere cosa fare. Sapeva benissimo che avrebbe dovuto chiamare la famiglia, eppure ogni volta che allungava la mano verso il cellulare guardava il gatto addormentato sulla sedia e rimandava di qualche minuto.

La decisione le fu risparmiata nel pomeriggio, quando la stessa automobile comparve nuovamente davanti al cancello.

Questa volta scese soltanto la donna.

— È qui, vero?

Teresa annuì.

— È arrivato stamattina.

La donna chiuse gli occhi per un istante.

— È la seconda volta.

Teresa non capì.

La donna le spiegò che, la prima notte dopo il ritorno, Nebbia aveva trovato il modo di uscire da una finestra lasciata socchiusa. Lo avevano recuperato il giorno seguente a quasi due chilometri da casa, nella direzione della collina, e da allora avevano controllato porte e finestre, ma quella mattina il gatto era riuscito nuovamente a scappare.

— Mio figlio ha pianto, disse la donna. Pensavo che sarei venuta qui, lo avrei preso e sarebbe finita così.

Teresa abbassò lo sguardo.

— Se vuole, glielo porto.

— No.

La risposta fu così netta che Teresa alzò gli occhi.

La donna aprì la borsa e tirò fuori un piccolo libretto sanitario.

— Ieri sera mia figlia mi ha fatto una domanda. Mi ha chiesto se tenere con noi un animale che continua a cercare un altro posto significa davvero volergli bene.

Teresa non disse nulla.

— Noi lo abbiamo trovato due anni fa, continuò la donna. Era già adulto, senza microchip, e nessuno lo aveva reclamato. Pensavamo che avesse scelto noi, e forse per un po’ è stato così. Ma quest’estate sembra aver fatto un’altra scelta.

— I bambini?

— Non sono felici. Però verranno a trovarlo, se lei è d’accordo.

Teresa guardò il libretto che la donna le porgeva, poi Grigio, seduto sotto il tavolo con la coda avvolta intorno alle zampe.

— Non voglio portarvi via qualcosa.

La donna sorrise tristemente.

— Credo che sarebbe più corretto dire che noi abbiamo cercato di riprenderci qualcosa che aveva già deciso dove stare.

Quando l’automobile se ne andò, Grigio la seguì fino al cancello e rimase a guardarla allontanarsi. Teresa trattenne il respiro, temendo per un attimo che sarebbe partito di nuovo dietro quella famiglia, ma il gatto si limitò a sedersi sulla ghiaia.

Poi si voltò e tornò verso di lei.

Alla fine di agosto, Teresa preparò le valigie per rientrare in città, e questa volta accanto alla porta c’erano anche il trasportino, il libretto sanitario e una borsa piena di cose per Grigio. Mirella portò tre barattoli di conserva, Arturo promise che avrebbe sorvegliato la casa, mentre Giulia consegnò a Teresa un disegno nel quale il gatto sedeva al centro di un enorme tavolo circondato da tutte le persone conosciute durante l’estate.

Carlo arrivò per ultimo con un piccolo cacciavite dal manico consumato.

— Questo viene con te.

— Perché?

— Perché in città qualcosa si romperà sicuramente.

Teresa sorrise.

— E se non saprò aggiustarlo?

Carlo abbassò gli occhi verso Grigio.

— Hai il mio numero.

Per qualche secondo nessuno aggiunse altro, e Teresa capì che non tutto ciò che era cominciato quell’estate sarebbe rimasto confinato a quei tre mesi.

Prima di salire in macchina, si voltò verso la casa. A maggio quel cortile le era sembrato perfetto proprio perché non c’era nessuno ad aspettarla; adesso vedeva il tavolo dove avevano mangiato insieme, il cancello aggiustato da Carlo, il vaso che Giulia aveva dipinto e la sedia sulla quale Grigio aveva dormito durante i pomeriggi più caldi.

Il gatto protestò dal trasportino.

— Ho capito, andiamo.

Teresa rise e mise in moto, mentre Mirella le gridava di tornare in ottobre e Carlo alzava una mano dal cancello.

A cinquantasei anni aveva creduto di essere arrivata in quella casa per imparare a stare bene da sola, ma alla fine dell’estate aveva scoperto qualcosa di molto diverso: a volte la solitudine non si rompe con grandi decisioni, bensì con una porta lasciata aperta, una sedia aggiunta al tavolo e qualcuno che trova la strada fino a te.

Nel suo caso, quel qualcuno aveva il pelo grigio, quattro zampe bianche e una macchia candida sul petto.

E aveva dovuto perdersi due volte prima che Teresa capisse che, in realtà, era stato lui a ritrovare lei.

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