I miei figli avevano trasformato casa mia in un asilo. Un sabato ho chiuso a doppia mandata e sono partita

Il campanello suonò alle sette e dieci del mattino. Ero ancora con la vestaglia e i capelli bagnati. Antonio reggeva il seggiolino con Leonardo che piangeva, e Tereza spingeva lo zaino della sorella contro il muro.

— Mamma, oggi proprio non posso. Ho la riunione con il fornitore. Ti lascio i bambini. Tanto non lavori più.

Non stava chiedendo. Stava già infilando il passeggino in corridoio, sopra lo zerbino bagnato dalla pioggia della notte. La lampadina delle scale era spenta; il cane della signora Fina abbaiava ogni volta che qualcuno saliva al terzo piano. Io ho spento il fornello. Il caffè è rimasto a metà.

Avevo 68 anni. Trentasei li avevo passati dietro lo sportello delle buste paga al Comune, a dividere pratiche e gente scortese. Il giorno della pensione sognavo solo di dormire fino alle otto, annaffiare il basilico e leggere i libri impilati sul comodino da anni. A marzo avevo comprato un geranio rosso per il balcone. A giugno era secco.

All’inizio mi chiedevano: “Mamma, se riesci a tenere il piccolo due ore?”. Poi hanno smesso di chiedere. Arrivavano con borse, pannolini, vasetti di omogeneizzato e un foglio con gli orari dei pasti. “Niente zucchero”, diceva Tereza. “E non farlo dormire nel pomeriggio”, aggiungeva Antonio. Io mettevo la fettina sul piatto e mi accorgevo che le mie gambe non reggevano più le scale per buttare la spazzatura.

Un martedì avevo la visita dal cardiologo. Gliel’avevo detto il venerdì prima. “Certo, mamma, ci organizziamo”. Alle sette del mattino, Antonio è entrato con i due bambini e una borsa che odorava di pannolini sporchi. “Mia sorella non può, io ho un audit. Devi portarli con te”. Mi ha messo in braccio la bambina ed è andato via prima che io potessi parlare.

Sono rimasta in corridoio con la bambina che mi tirava i capelli e il telefono che squillava per la visita. Ho chiamato il medico e ho disdetto. Poi sono rimasta davanti al calendario appeso accanto alla credenza. La signora con la croce sopra il giorno aveva il mio nome.

Un venerdì mi avevano promesso che alle sei di sera sarebbero passati. Alle otto ho chiamato. Alle dieci ho chiamato di nuovo. Il telefono suonava a vuoto, come il campanello della scuola quando non c’è nessuno. I bambini si sono addormentati sul divano con i biscotti in mano. Alle due del mattino sono arrivati. Tereza aveva il rossetto sbavato e l’aria di chi ha alzato il calice.

— Oh mamma, smettila. Ci serviva una serata. I bambini con te non si lamentano.

Ha preso la figlia dal divano come si prende una giacca. Niente grazie. Io sono rimasta con il piatto dei biscotti in mano e la lucina del corridoio accesa fino alle tre.

Un pomeriggio Tereza mi ha rimproverata perché avevo dato al bambino pane e marmellata.

— Quella marmellata non dovevi darla. Ha uno schema. Se lo tieni, rispettalo.

Io ho finito di spalmare la marmellata sul pane, l’ho assaggiata e ho detto: “Va bene”. Poi Antonio si è lamentato che in casa mia odorava troppo di candeggina. “Fa male ai bambini”. Io ho aperto la finestra, anche se fuori pioveva. Il cane della signora Fina è entrato e si è sdraiato sullo zerbino. Nessuno lo ha cacciato.

La domenica successiva Antonio parlava al telefono in corridoio. Io ero in cucina e sentivo tutto, perché la porta era aperta.

— Tranquillo per il fine settimana. Mia madre a casa non fa niente. Li metto da lei.

Ha riattaccato e mi ha detto: “Sabato prossimo partiamo per un weekend fuori. Ti porto i bambini”.

Ho messo la tazza nel lavandino e ho detto solo: “Certo”.

Sabato mattina sono arrivati con due valigie rigide e una borsa frigo per i bambini. Tereza mi ha allungato un foglio con gli orari e i numeri del pediatra. “Se serve qualcosa, chiama”. Io ho preso le valigie e le ho appoggiate accanto all’armadio. “Buon viaggio”. Antonio mi ha baciato sulla fronte. Non gli ho dato le chiavi. Non serviva: le avevano già.

Quando la porta si è chiusa, ho aspettato che l’ascensore scendesse. Poi ho chiamato la signora Fina. “Mi innaffi il basilico? E mi guardi il gatto?”. Lei ha detto di sì senza chiedere nulla. Il suo cane ha abbaiato dietro.

Ho riempito una valigia piccola. Dentro: due vestiti di cotone, un costume, scarpe da cammino, una crema con fattore cinquanta, un libro. Non ho preso pannolini. Non ho preso giocattoli. Ho chiuso il gas, ho staccato la corrente, ho girato la chiave due volte.

Lunedì mattina, prima che Antonio suonasse, ero su un taxi per l’aeroporto Falcone-Borsellino. Il volo era per Genova. Avevo prenotato una stanza in una pensione sul porto. Me l’ero pagata con i miei risparmi: 680 euro per dieci giorni. Il telefono squillava in fondo alla borsa. Non ho risposto. Ho spento il display e ho bevuto un caffè con gli occhi sulle luci della pista.

Dopo undici giorni sono tornata. Antonio e Tereza mi aspettavano davanti alla porta con un mazzo di garofani e le facce stanche. Hanno fatto per abbracciarmi. Io ho messo la valigia a terra.

— Mamma, ci dispiace. Non sapevamo quanto fosse dura.

— Non vi siete dimenticati. Avete solo smesso di guardare.

Tereza è arrossita. Mi ha stretto il mazzo di fiori. Io l’ho preso, l’ho appoggiato sulla credenza e ho detto:

— Datemi le chiavi.

Antonio ha sganciato il portachiavi. Tereza ha frugato nella borsa. Me le hanno date tutte e due, compresa quella che tenevano per “le emergenze”. Io le ho messe in tasca, accanto al libretto della pensione. La signora Fina ha socchiuso la porta e ha salutato con la mano. Il cane non ha abbaiato, per una volta.

Il giorno dopo ho chiamato un fabbro. È venuto in mattinata e ha cambiato il cilindro della serratura. Ha lasciato una fattura: 140 euro. Ho pagato con il bancomat. Il fabbro mi ha dato tre chiavi nuove. Una l’ho appesa al chiodo in cucina. Le altre due le ho chiuse nel cassetto della madia.

Poi sono andata al mercato di Ballarò e ho comprato un limone, un mazzo di basilico e un cartoncino giallo. Su quel cartoncino ho scritto con il pennarello: “I nipoti sono benvenuti martedì e giovedì, dalle quattro alle sette. Fuori da questi orari la porta resta chiusa”. L’ho attaccato con lo scotch sulla porta di ingresso.

Sabato pomeriggio il campanello ha suonato. Ero sul balcone a togliere le foglie secche dal geranio nuovo. Ho aperto il citofono.

— Mamma, sono Antonio. Mi dai una mano con i bambini? Devo montare un mobile da un cliente.

— Oggi non è martedì.

— Mamma, ti prego. Sono due ore.

Ho riappeso il telefono del citofono al gancio. La pioggia ha iniziato a cadere sulle mollette stese.

Dalla finestra ho visto Antonio fermo sotto la tettoia, con il seggiolino in una mano e il telefono nell’altra. Il cane della signora Fina ha abbaiato due volte. Poi si è sentito solo il rumore dell’acqua nel tubo di scarico del balcone.

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I miei figli avevano trasformato casa mia in un asilo. Un sabato ho chiuso a doppia mandata e sono partita