Marta posò il vassoio sul bancone del bar con un colpo secco, tanto che due tazzine tintinnarono l'una contro l'altra. Erano le sette del mattino, Corso Buenos Aires era ancora vuota, e suo fratello Dario le stava dicendo — di nuovo — che il locale di famiglia andava venduto.
«Il notaio ha già preparato le carte» disse lui, senza sedersi, con le chiavi della macchina in mano come se dovesse scappare da un momento all'altro. «Centoventimila euro, Marta. Divisi a metà fanno sessanta a testa. Con quei soldi ti apri un altro posto, se vuoi. Ma questo bar non regge più.»
Il Bar Diana esisteva dal 1968. L'aveva aperto il nonno, quando quella zona di Milano era ancora periferia operaia e non il quartiere di uffici e boutique che era diventata. Marta ci aveva passato l'infanzia dietro il bancone, e da otto anni lo mandava avanti da sola, dopo che il padre era morto e la madre si era ritirata in Brianza.
«Non è un problema di conti, è un problema che tu non ci hai mai creduto» rispose lei, versando il caffè in due tazze senza guardarlo. «L'affitto lo pago io, le bollette le pago io. Tu compari due volte l'anno per firmare i documenti del catasto.»
«Perché sono il socio, Marta. Il cinquanta per cento è mio quanto il tuo. E il compratore è già pronto: una catena di caffetterie, quelle con il logo verde. Vogliono aprire qui entro Natale.»
Lei rimase in silenzio un istante, poi appoggiò le mani sul bancone di marmo consumato, quello che il nonno aveva scelto personalmente in una cava di Carrara, secondo la leggenda di famiglia. Sotto le dita sentiva i solchi lasciati da decenni di tazze spostate avanti e indietro.
«Dammi sei mesi» disse infine. «Se in sei mesi non porto i conti in pareggio, firmo tutto quello che vuoi senza fiatare.»
Dario la guardò a lungo, poi controllò l'orologio. «Tre mesi. E niente prestiti dalla mamma, quella storia già la conosco.»
Marta accettò la mano che lui le tendeva, gelida come sempre, e lo osservò uscire senza voltarsi. Poi si girò verso il retrobottega, dove sul muro erano appese le fotografie in bianco e nero del nonno con il grembiule, del padre da ragazzo dietro la stessa cassa. Restò lì un momento, poi tornò a incartare le brioche mentre fuori la città cominciava a riempirsi di passi.
I primi giorni furono un disastro peggiore del previsto. Il fornitore di caffè — quello storico, la torrefazione di Sesto che riforniva il bar dal 1975 — minacciò di tagliare le consegne per un pagamento arretrato che Marta non sapeva nemmeno esistesse: Dario aveva dimenticato di girarle una fattura di due mesi prima, seicentoquaranta euro. Il frigorifero dei dolci si guastò un martedì, portandosi via ottanta euro di paste alla crema che finirono nel bidone dell'umido una a una, sotto gli occhi di Marta. E la pioggia di ottobre svuotò i tavolini all'aperto proprio nelle ore in cui di solito arrivavano gli impiegati degli uffici vicini.
Fu Rosa, la vicina di casa che gestiva la tintoria accanto, a darle l'idea che cambiò tutto. «Perché non fai qualcosa la sera? Qui la sera è morta, tutti chiudono alle otto. Se tenessi aperto con qualcosa di diverso, la gente verrebbe.»
Marta ci pensò una settimana intera, calcolando costi e rischi su un quaderno che teneva sotto la cassa. Poi decise: due sere a settimana, il bar sarebbe rimasto aperto fino a mezzanotte con letture di poesia e piccoli concerti acustici, gratuiti per chi consumava. Chiese aiuto a Filippo, un cliente abituale che studiava al Conservatorio e che spesso restava a leggere spartiti davanti a un caffè lungo.
Il primo giovedì di novembre vennero in dodici, quasi tutti conoscenti di Filippo. Il secondo giovedì la sala era già scomoda da attraversare: qualcuno aveva portato una fisarmonica, e a metà serata a una ragazza si ruppe una corda della chitarra con uno schiocco che fece ridere tutti, lei compresa. Marta corse a cercare un elastico in cucina, non trovò niente di meglio, e il concerto proseguì con tre corde e mezza tra gli applausi. Un cliente se ne andò senza pagare i due spritz, se ne accorsero solo alla chiusura contando la cassa, e Marta scrisse la perdita su un foglietto giallo appiccicato dietro il registratore, sotto la voce «da recuperare, forse». L'odore era quello di sempre — caffè tostato, carta dei libri usati che Filippo portava per le letture, la cera delle candele economiche comprate al mercato del sabato — ma mescolato ora a qualcosa di nuovo, la lana bagnata dei cappotti appesi ovunque perché l'attaccapanni non bastava più.
Alla quinta settimana il Bar Diana era pieno fino alla porta, con gente in piedi sul marciapiede che aspettava un tavolo libero, e un articolo del giornalino di quartiere che parlava del «vecchio bar che aveva trovato una seconda vita».
Dario si presentò senza preavviso in una di quelle sere, restando sulla soglia a osservare la sala piena, le luci basse, un ragazzo che suonava la chitarra vicino alla vetrina. Marta lo vide e gli portò un caffè, senza dire nulla, aspettando.
«I conti li hai portati davvero in pareggio» disse lui alla fine, con la tazza in mano ancora intatta. «Il commercialista mi ha mandato i numeri ieri.»
«Non sono solo in pareggio. Ottobre ha chiuso in attivo di duemilatrecento euro.» Marta si sedette di fronte a lui, senza fretta di tornare al bancone per la prima volta da mesi.
Dario fece una smorfia, come se il numero gli desse comunque fastidio. «Un mese buono non fa un'attività , Marta. Il compratore offre ancora centoventimila, e a gennaio potrebbe ritirarsi. Con la poesia e la chitarra non paghi un mutuo, se un giorno ti serve.»
«Non mi serve un mutuo, mi serve che tu smetta di trattarmi come una che gioca al bar.»
«Io tratto i numeri, non le persone. E i numeri, prima di ottobre, dicevano che affondavi.» Bevve un sorso, lo lasciò raffreddare senza dire altro, guardando le fotografie in bianco e nero vicino alla cassa — il nonno con il grembiule, il padre ragazzo dietro la stessa cassa. Restò così abbastanza a lungo che Marta pensò di aver perso di nuovo, che sarebbe tornato a parlare del notaio.
«Sessanta a testa» disse invece lui, quasi tra sé. «Con quei soldi tu potresti pure aprirne uno tutto tuo, senza un socio scomodo tra i piedi.»
«Il bar del nonno non lo apro da un'altra parte, Dario. O è questo o niente.»
Lui restò zitto un momento, poi posò la tazza con un colpo secco sul piattino, quasi a imitare il gesto con cui lei aveva posato il vassoio tre mesi prima. «Tienilo tu il cinquanta per cento» disse infine. «Io firmo la mia parte a te. Ma non farlo perché sono commosso: lo faccio perché il commercialista dice che i numeri reggono, e perché se questo posto va a rotoli tra un anno, tu non potrai più dire che è colpa mia.»
«Va bene» rispose lei, senza sorridere, tendendo la mano.
«Una condizione» aggiunse lui, ignorando la mano un istante di troppo. «Il giovedì di lettura di poesia lo tieni per sempre, anche quando avrai sessant'anni e ti lamenterai delle ginocchia. Voglio poterlo dire agli amici, che mia sorella tiene ancora aperto il giovedì.»
Marta gli strinse la mano sopra il bancone di marmo di Carrara. Il caffè di Dario, ormai freddo, restò a metà nella tazzina, e fuori la pioggia d'autunno continuava a battere sui vetri.







