# L'ultima chiamata che non ho fatto
Faccio l'infermiera nel reparto di cure palliative dell'ospedale San Camillo di Lecco da nove anni, e di solito non porto a casa le storie dei pazienti. Bisogna imparare a lasciarle in corsia, altrimenti dopo un po' non reggi il turno di notte. Ma quella di Marisa Bellandi non sono ancora riuscita a lasciarla andare.
Marisa era arrivata da noi a febbraio, quando fuori c'era ancora la neve sporca ammucchiata ai lati del parcheggio e in tv, nella saletta d'attesa, davano in loop il Festival di Sanremo. Settantott'anni, un tumore al pancreas arrivato tardi. La figlia, Chiara, veniva ogni pomeriggio dopo il lavoro — faceva la commessa in una farmacia del centro — e restava fino all'ora di cena, quando la dovevamo quasi spingere fuori dalla stanza.
Io controllavo la flebo, segnavo i parametri, e loro due parlavano piano, di cose che a me sembravano niente: la ricetta della torta di mele che non riusciva mai a venire uguale, il gatto di Chiara che aveva vomitato sul divano nuovo, un vicino di casa che ogni sera portava fuori il cane alle undici in punto, come un orologio.
Un pomeriggio di marzo, verso la fine, Chiara è arrivata tardi. Il mio turno stava per finire, avevo già il giubbotto in mano, e lei mi ha chiesto scusa in corridoio: "Sono rimasta bloccata alla cassa, un cliente voleva reso senza scontrino." Le ho detto che andava bene, che sua madre aveva dormito quasi tutto il giorno.
È entrata, e io mi sono fermata un attimo oltre la porta a controllare il flacone della morfina appeso all'asta. Non origliavo. Ma la porta era socchiusa e la voce di Chiara arrivava chiara nel corridoio silenzioso.
Marisa aveva gli occhi chiusi. Chiara le teneva la mano, quella senza l'ago, e le diceva che aveva litigato al telefono con l'ex marito per la pensione alimentare del figlio, che era stanca, che a volte non sapeva più come si fa a reggere tutto da sola. Poi ha chiesto scusa alla madre, e ha detto una cosa che mi è rimasta incollata: "Scusa se non te l'ho mai detto abbastanza, ma tu per me sei stata tutto." Marisa non ha risposto — non era già più molto lucida in quei giorni — ma ha stretto appena le dita.
Quella sera, uscendo dal turno, ho controllato i parametri un'ultima volta e ho segnato sul registro che la paziente era stabile, respiro regolare, nessun peggioramento. Avevo il numero di Chiara appuntato sulla lavagnetta del corridoio, come per tutti i familiari a cui avvisiamo se qualcosa cambia nella notte. Verso le undici, prima di andare a dormire, ho pensato di chiamarla — non per allarmarla, solo per dirle che sua madre sembrava più tranquilla, che forse quella sera aveva ancora un margine di lucidità che al mattino magari non ci sarebbe più stato. L'ho pensato davvero, con il telefono in mano sul comodino. Poi ho guardato l'ora, ho pensato che Chiara aveva bisogno di dormire dopo settimane così, che l'indomani sarebbe tornata comunque, che non c'era nessun segnale clinico che giustificasse una chiamata alle undici di sera. Ho posato il telefono.
Marisa è morta la mattina dopo, un martedì, poco prima delle sei, prima che Chiara facesse in tempo ad arrivare. Il decesso è stato accertato dal turno di notte: non c'ero io, ma ho letto il referto appena rientrata, e ho capito che nelle ultime ore Marisa aveva riacquistato per un breve momento una lucidità che nessuno si aspettava — capita, nei pazienti terminali, una schiarita improvvisa poche ore prima della fine, la chiamano lucidità paradossale. Aveva aperto gli occhi, aveva chiesto dell'acqua, aveva detto il nome di Chiara. Poi si era richiusa nel sonno, e non si era più svegliata.
Se l'avessi chiamata quella sera, quando ancora c'era margine, forse Chiara sarebbe potuta venire, avrebbe potuto essere lì per quel breve risveglio. Non l'ho fatto. Ho fatto il mio lavoro secondo protocollo, e il protocollo diceva che non c'era motivo di allarmare nessuno. Ma per settimane, ogni volta che passavo davanti a quella lavagnetta con i numeri dei familiari, mi tornava in mente il telefono sul comodino, e la mano che l'aveva posato.
Quando Chiara è entrata in reparto quella mattina e ha capito, si è seduta sulla sedia di plastica accanto al letto vuoto e non ha detto niente per un tempo che a me è sembrato lunghissimo. Io le stavo davanti, con la cartella clinica stretta al petto, e non sono riuscita a dirle della schiarita notturna. Non quel giorno.
Il funerale è stato al cimitero di Costa Masnaga, un paesino sulle colline sopra Lecco dove la famiglia aveva la tomba. Io non ci sono andata — non è cosa che si fa, di solito, con le famiglie dei pazienti — ma Chiara è tornata in reparto due mesi dopo, a giugno, a portarci un vassoio di paste della pasticceria vicino a casa sua, come fanno tante famiglie per ringraziare il personale.
Mi ha chiesto se potevamo parlare cinque minuti, fuori, sulla panchina davanti all'ingresso principale, quella sotto il platano dove i pazienti in convalescenza vanno a prendere aria. Aveva il telefono in mano, e mi ha fatto sentire una nota vocale che aveva registrato per sua madre — un'abitudine che aveva preso dopo, mi ha spiegato, perché scrivere non le bastava e parlare a voce alta in macchina, da sola, le sembrava l'unico modo per non perdere del tutto quella voce interiore che ancora le rispondeva.
Nella registrazione diceva alla madre che le mancava, che avrebbe dato qualsiasi cosa per sentirla ancora pronunciare il suo nome, che fino a quando non si sarebbero riviste le avrebbe parlato nelle preghiere. La voce di Chiara, nella cuffietta che mi aveva prestato, tremava proprio dove diceva che a volte piangeva semplicemente perché aveva bisogno della sua mamma.
Poi ha abbassato il telefono, l'ha tenuto stretto tra le mani in grembo, sopra il vassoio ancora chiuso, e mi ha chiesto: "Secondo lei, mia madre mi ha sentita, quella sera? Quando le ho detto quelle cose sulla pensione, sul dover reggere tutto da sola… quando le ho detto che era stata tutto per me?"
Ho sentito il battito accelerarmi mentre cercavo le parole. Potevo dirle la verità intera: che sua madre, la notte della morte, aveva aperto gli occhi, aveva chiesto dell'acqua, aveva detto il suo nome — e che io, quella sera prima, avevo avuto in mano il telefono per chiamarla e non l'avevo fatto. Potevo scaricare il mio peso sul suo, dirle che avrebbe potuto essere lì per quel risveglio se io avessi fatto una telefonata di due minuti.
Ho guardato le sue mani strette sul cellophane del vassoio, le nocche bianche, e ho detto solo: "Le ha stretto la mano, mentre parlava. E quella notte ha detto il suo nome, prima di andarsene."
Non le ho detto del telefono sul comodino. Non le ho detto dell'ora in cui avrei potuto chiamarla e non l'ho fatto. Le ho lasciato la parte vera che poteva portare a casa, e mi sono tenuta l'altra, quella che pesa a me e basta.
Poi ho dovuto rientrare, perché la mia collega mi chiamava dal citofono per il cambio turno del letto 14. Chiara è rimasta ancora un po' sulla panchina, il vassoio in grembo, il cellophane che luccicava sotto il sole di giugno. Io sono tornata dentro, ho controllato la lavagnetta dei numeri di telefono, come faccio ogni turno da allora, un secondo di troppo prima di girare pagina.







