Se un giorno la porta del passato si fosse davvero spalancata davanti a Concetta Salvo, lei avrebbe scelto un mattino preciso: il ventisei agosto del 1998, un sabato, la sveglia del campanile di San Biagio che batteva le sette e mezza. Aveva quarantasei anni allora, viveva in una masseria a due chilometri da Ostuni, con le persiane verdi scrostate dal salino e il fico d'India che cresceva storto vicino al pozzo. Il marito, Vito, aggiustava motori di trattori in un capannone sulla provinciale. Il figlio, Nino, ventitré anni, faceva le valigie per Stoccarda.
Un cugino di secondo grado gli aveva trovato lavoro in un'officina di carrozzeria. Nino ripeteva da mesi che a Ostuni, oltre al turismo estivo e a qualche mese di raccolta delle olive, non c'era niente per uno che voleva mettere su famiglia. Concetta aveva passato la notte prima a friggere panzerotti che nessuno avrebbe mangiato, a stirare camicie che si sarebbero stropicciate nella valigia, a infilare banconote da cinquanta euro dentro un paio di calzini di lana, anche se era agosto e faceva un caldo da spaccare le pietre.
La mattina della partenza litigarono in cucina, con la caffettiera ancora sul fuoco.
«Non serve andare così lontano», disse lei. «Tuo padre conosce gente. Qualcosa qui si trova.»
«Si trova sempre qualcosa, mamma. Ma io non voglio passare la vita ad aspettare che si trovi.»
«E noi? Noi restiamo qui ad aspettare cosa?»
Nino chiuse la cerniera del borsone con uno strappo secco.
«Tu fai sembrare tutto una colpa mia.»
Quella frase rimase in mezzo a loro come un muro di tufo. Vito accompagnò il figlio alla stazione di Ostuni con la Fiat Panda bianca, quella coi sedili rattoppati. Concetta rimase in casa, fingendo di essere troppo arrabbiata per un saluto. Passarono dieci minuti, forse dodici. Poi mollò lo strofinaccio sul tavolo e corse per la strada bianca, ancora col grembiule legato in vita, le ciabatte che sollevavano polvere. Il treno per Bari era già partito.
Per anni si sentirono al telefono, la domenica dopo pranzo, quando le tariffe costavano meno. Prima ogni settimana, poi una volta al mese, poi solo per Natale e per il compleanno di lei. Nino si sposò con una ragazza tedesca, ebbe una figlia, Lea, e aprì una piccola officina tutta sua. Prometteva sempre di tornare ad agosto, ma c'era un cliente da accontentare, una rata del mutuo, un problema col personale.
Vito morì d'inverno, senza aver più abbracciato il figlio. Al funerale, nella chiesetta di campagna con le panche di legno tarlato, Nino arrivò che la bara era già chiusa, il ritardo dell'aereo per Brindisi scritto su una faccia grigia di stanchezza. Concetta lo guardò dritto, senza alzare la voce.
«Sei arrivato tardi. Come sempre.»
Nino ripartì per la Germania due giorni dopo. Passarono undici anni senza vedersi. Si scambiavano messaggi brevi, foto di Lea che cresceva, auguri stanchi.
Quando Concetta compì settantotto anni, Lea venne in Puglia da sola, con uno zaino e un biglietto aereo comprato all'ultimo momento. Trovò la nonna seduta sotto il portico, accanto a una vecchia porta blu che Vito aveva staccato dai cardini della cantina prima di morire, e che da anni prendeva la polvere appoggiata al muro, tra un vaso di basilico secco e una cassetta di attrezzi arrugginiti.
«Nonna, perché tieni questa porta?»
«Tuo nonno diceva che un giorno ci avrebbe fatto un tavolo.»
Lea si sedette sul gradino, accanto a lei, e per un po' non disse niente. Da dentro casa arrivava il telegiornale regionale, il meteo che annunciava scirocco per il weekend.
«Se quella porta ti riportasse indietro, a che giorno torneresti?»
Concetta non ci pensò.
«Alla mattina in cui tuo padre è partito.»
«Per fermarlo?»
«No. Per abbracciarlo prima che salisse su quel treno. I figli devono andare, quando arriva il momento. Ma una madre non deve lasciarli partire pensando che amare voglia dire trattenere.»
La mattina dopo bussarono alla porta di casa. Concetta stava scolando la pasta e per poco non si scottò con l'acqua bollente, tanto la mano le tremò sulla maniglia della pentola.
Era Nino. Più magro di come lo ricordava, i capelli ormai grigi sulle tempie, la stessa vecchia valigia di similpelle marrone che si era portato via undici anni prima, con la cerniera rattoppata con lo spago.
«Lea mi ha detto cosa le hai raccontato.»
Concetta si strinse il grembiule tra le dita, lo stesso gesto di sempre, quello che faceva quando non sapeva dove mettere le mani.
«E sei venuto per pietà?»
«Sono venuto perché sono trent'anni che aspetto di tornare a quella mattina.»
Nessuno dei due chiese scusa subito. Restarono lì, sulla soglia, con la pentola che continuava a bollire dietro le spalle di lei e il cane del vicino che abbaiava da qualche parte tra gli ulivi. Nino posò la valigia per terra. Concetta gli mise una mano sulla guancia, come faceva quando lui aveva sei anni e tornava da scuola con le ginocchia sbucciate. Poi si abbracciarono in mezzo al corridoio, tra le foto di famiglia appese storte e l'odore di sugo che si stava attaccando sul fondo della pentola.
Nino restò tre settimane, quell'estate. Con l'aiuto di un falegname di Cisternino trasformò la vecchia porta blu in un grande tavolo per la cucina, levigando il legno fino a far sparire i segni della vernice scrostata, lasciando solo una striscia azzurra sul bordo, quasi per ricordo.
Al primo pranzo di famiglia intorno a quel tavolo — c'erano Lea, la moglie di Nino arrivata apposta da Stoccarda, e due vicine invitate perché a Concetta non piaceva festeggiare in poche persone — lei posò al centro un vassoio di panzerotti, gli stessi che friggeva undici anni prima e che nessuno aveva mai mangiato.
«Questa volta», disse, sistemando i tovaglioli, «nessuno esce da questa porta senza un abbraccio.»







