A sessantadue anni cercavo solo un po’ di serenità

A sessantadue anni cercavo solo un po’ di serenità

Avevo sessantadue anni quando mia sorella smise di avere pietà di me e iniziò a dirmi la verità. Da quasi cinque anni vivevo da sola in un appartamento troppo grande, da quando mio marito aveva deciso che la sua felicità si trovava accanto a una donna molto più giovane. All’inizio avevo creduto che sarebbe tornato, poi avevo aspettato delle scuse e, infine, avevo smesso perfino di aspettare.

Mia figlia viveva a Bologna con il marito e due bambini. Mi telefonava spesso, mi invitava da lei ogni volta che poteva, ma io non volevo diventare un peso. Così riempivo le giornate con il balcone fiorito, qualche libro, il mercato del sabato e lunghe serate davanti alla televisione, anche quando non guardavo davvero nulla.

Una domenica pomeriggio arrivò mia sorella Paola con una torta fatta in casa e il suo inseparabile tablet.

— Oggi ti faccio un regalo.

La guardai incuriosita.

— Un altro grembiule da cucina?

Lei scoppiò a ridere.

— Molto meglio. Ti apro un profilo su un sito di incontri.

Quasi mi andò di traverso il caffè.

— Sei impazzita? A questa età?

— Proprio a questa età. Non stai cercando un principe azzurro. Ti serve qualcuno con cui ridere, passeggiare e bere un caffè.

Scossi la testa almeno dieci volte, ma lei era più testarda di me. Mi convinse a indossare una camicia chiara, mi pettinò i capelli e scattò alcune fotografie sul terrazzo.

— Adesso sorridi.

— Mi vergogno.

— Ti sei vergognata abbastanza negli ultimi anni.

Nel giro di pochi giorni iniziarono ad arrivare messaggi.

Alcuni erano talmente assurdi da farmi sorridere. C’era chi mi scriveva chiamandomi “tesoro” dopo due righe, chi parlava soltanto dei propri acciacchi e chi, senza alcun imbarazzo, mi chiedeva se possedessi una casa di proprietà.

Uno addirittura mi domandò quanto prendessi di pensione.

Chiusi immediatamente la conversazione.

Cominciai a pensare che Paola avesse avuto un’idea terribile.

Poi comparve Giulio.

Sessantuno anni, ex insegnante di storia, vedovo da poco tempo. Scriveva con educazione, senza fretta, e sembrava davvero interessato a conoscere la persona che aveva davanti, non il conto in banca.

Dopo qualche settimana accettai di incontrarlo.

Scelse una piccola libreria con caffetteria nel centro di Parma. Arrivò puntuale con un romanzo che, diceva, gli aveva ricordato una frase che avevo scritto sul mio profilo.

Quel gesto mi colpì.

Parlammo per quasi tre ore senza accorgerci del tempo che passava. Raccontammo i nostri viaggi, gli errori fatti da giovani, le paure che arrivano quando gli anni aumentano e la casa diventa troppo silenziosa.

Quando uscimmo, pensai che forse la vita sapeva ancora sorprendere.

Ma, poco prima di salutarci, Giulio ricevette una telefonata.

Rispose subito.

— Sì, mamma… arrivo tra dieci minuti… no, non preoccuparti… certo, mangio a casa.

Riagganciò con naturalezza.

Vedendo la mia espressione, sorrise.

— Mia madre ha ottantasei anni. Viviamo insieme da sempre.

Non dissi nulla.

Fu lui a continuare.

— Non sopporta l’idea che io esca troppo spesso. Dice che alla mia età dovrei pensare a lei e basta.

Durante il resto della passeggiata ogni discorso tornava inevitabilmente su sua madre. Le medicine, gli orari, le visite mediche, le sue abitudini, il fatto che nessuna donna avrebbe mai potuto capire davvero quella situazione.

Tornai a casa con una sensazione strana.

Non avevo incontrato un uomo libero.

Avevo incontrato un figlio che non aveva mai smesso di esserlo.

Qualche settimana più tardi conobbi Franco.

Sul profilo sembrava pieno di energia. Diceva di aver lavorato tutta la vita nell’edilizia e di amare la compagnia.

Mi propose una cena in una trattoria.

Appena si sedette capii che qualcosa non andava.

L’odore di vino era così forte che copriva perfino quello del pane appena sfornato.

Prima ancora di ordinare da mangiare chiese una bottiglia di grappa.

— Una serata senza bere non è una vera serata! esclamò ridendo.

Provai a cambiare argomento, ma dopo pochi minuti iniziò a parlare sempre più forte, salutando persone da un tavolo all’altro.

Mi alzai con la scusa di telefonare a mia figlia.

Uscii dal locale e non tornai più.

Quella sera cancellai quasi tutte le conversazioni e decisi che era stata un’illusione credere di poter ricominciare.

Per diversi mesi non aprii più il sito.

Finché una mattina trovai un messaggio che era rimasto lì, senza che lo leggessi.

Si chiamava Riccardo.

Sessantacinque anni, vedovo, ex geometra comunale. Nessuna frase ad effetto, nessuna promessa esagerata. Mi raccontò del suo orto, del cane che gli mancava ancora ogni mattina e del silenzio che aveva imparato a conoscere dopo la morte della moglie.

Cominciammo a sentirci ogni giorno.

Poi arrivarono le passeggiate, le cene semplici e i pomeriggi trascorsi a parlare senza guardare continuamente l’orologio.

Dopo circa sei mesi mi propose di andare a vivere con lui.

Accettai con prudenza, ma anche con una speranza che non provavo da moltissimo tempo.

I primi giorni sembrava tutto facile.

Poi iniziarono le piccole frasi.

— Carla preparava il risotto in un altro modo.

Oppure:

— Lei metteva sempre i bicchieri su quella mensola.

O ancora:

— Quando arrivavano i nipoti, non si stancava mai.

I nipoti, infatti, cominciarono a riempire la casa quasi ogni fine settimana. Io cucinavo, sparecchiavo, preparavo i letti e cercavo di accontentare tutti, mentre Riccardo sembrava dare per scontato che fosse normale.

Una domenica sera, quando finalmente la porta si chiuse dietro gli ultimi ospiti, mi lasciai cadere esausta sulla sedia della cucina.

Riccardo mi guardò per qualche secondo e, con assoluta naturalezza, pronunciò una frase che mi trafisse il cuore.

— Carla, dopo giornate come questa, aveva ancora il sorriso… tu invece sembri sempre stanca.

Sentii il respiro fermarsi.

Lo guardai negli occhi, mentre dentro di me capivo che non potevo più continuare a far finta di niente.

Rimasi in silenzio per qualche secondo. Avrei potuto rispondere d’impulso, alzare la voce o chiudermi in camera, ma capii che, se lo avessi fatto, avremmo soltanto aggiunto un’altra incomprensione a tutte quelle che si erano accumulate negli ultimi mesi.

Quella notte quasi non dormii. Continuavo a ripensare a ogni confronto con Carla, a ogni volta in cui avevo sorriso per non creare tensioni e a quante volte avevo nascosto la stanchezza dietro un semplice: «Va tutto bene».

La mattina seguente preparai il caffè e apparecchiai il tavolo.

— Riccardo, dobbiamo parlare con sincerità.

Lui abbassò il giornale.

— Ti vedo turbata. È per ieri sera?

Annuii.

— Non è solo per ieri sera. È per tutto quello che succede da quando vivo qui.

Mi ascoltava senza interrompermi.

— Io non potrò mai essere Carla. E non voglio esserlo. Ogni volta che mi dici come faceva lei, io sento che qualsiasi cosa faccia sarà sempre insufficiente. E quando arrivano i tuoi figli e i tuoi nipoti, sono felice di accoglierli, ma non posso trasformarmi ogni fine settimana nella persona che cucina, pulisce e corre dietro a tutti mentre gli altri si rilassano.

Riccardo rimase immobile.

Per la prima volta lo vidi davvero disorientato.

— Non pensavo che ti sentissi così.

— È proprio questo il problema. Non te ne sei mai accorto.

Lui sospirò lentamente.

— Credevo di fare dei complimenti a Carla, non di ferire te.

Scossi la testa.

— Ogni paragone è una ferita, anche quando non nasce con cattiveria.

Passò qualche minuto senza che nessuno parlasse.

Poi Riccardo si alzò, andò verso la finestra e rimase a guardare il cortile.

— Sai qual è la verità? Ho avuto paura di dimenticarla. Così continuavo a nominarla in ogni occasione, come se bastasse quello a tenerla ancora vicina.

Mi avvicinai.

— Ricordare una persona è una cosa. Vivere accanto al suo ricordo è un’altra.

Lui si voltò lentamente.

Aveva gli occhi lucidi.

— Hai ragione.

Quel pomeriggio uscì da solo.

Quando tornò, aveva con sé una scatola di cartone.

Dentro c’erano fotografie, lettere e piccoli oggetti appartenuti alla moglie.

Li sistemò con calma in un mobile del soggiorno.

La grande fotografia incorniciata che dominava la parete venne spostata nello studio, accanto agli altri ricordi di famiglia.

— Non voglio cancellare Carla — disse. — Ha fatto parte della mia vita e lo sarà sempre. Ma questa casa deve smettere di sembrare un museo del passato.

Quelle parole mi commossero più di qualsiasi dichiarazione d’amore.

Anche il rapporto con la sua famiglia cambiò poco alla volta.

Quando la figlia annunciò che sarebbero arrivati tutti la domenica successiva, Riccardo la fermò.

— Questa volta il pranzo lo organizziamo insieme. Ognuno porta qualcosa e nessuno viene qui per essere servito.

Ci fu un momento di silenzio dall’altra parte del telefono.

Poi la figlia rispose semplicemente:

— Hai ragione, papà. Non ci avevamo mai pensato.

La domenica arrivarono con teglie preparate da casa, dolci, insalate e perfino giochi per tenere occupati i bambini.

Dopo pranzo i nipoti sparecchiarono ridendo, il genero lavò i piatti e la figlia mi abbracciò.

— Scusaci. Pensavamo fosse tutto naturale.

Da quel giorno gli incontri cambiarono completamente.

Non erano più giornate di lavoro per me.

Erano davvero momenti da vivere insieme.

Una sera d’estate stavamo in giardino a guardare il tramonto.

Riccardo mi porse una tazza di tè.

— Posso confessarti una cosa?

Sorrisi.

— Dipende.

— Il tuo risotto è diverso da quello di Carla.

Lo guardai senza parlare.

Lui rise.

— Ed è proprio per questo che mi piace. Perché sa di te.

Sentii gli occhi riempirsi di lacrime.

Non perché avessi finalmente ricevuto un complimento.

Ma perché, per la prima volta, avevo la certezza di non dover più competere con nessuno.

Oggi sono passati quasi tre anni.

Ogni tanto ricordiamo insieme Carla. Accendiamo una candela il giorno del suo compleanno e parliamo dei momenti belli che hanno vissuto.

Ma quei ricordi non entrano più tra noi.

Restano accanto a noi.

Se qualcuno mi chiedesse se vale la pena ricominciare ad amare dopo i sessant’anni, risponderei senza esitazione di sì.

Bisogna però avere il coraggio di parlare quando qualcosa fa male e il rispetto di non chiedere mai a una persona nuova di vivere all’ombra di chi non c’è più.

L’amore non cancella il passato, ma costruisce il presente. E il presente può essere felice soltanto quando entrambi hanno finalmente un posto tutto loro nel cuore dell’altro.

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