Il regalo che non avrei mai dimenticato
Il mattino del suo cinquantacinquesimo compleanno, Daniela si alzò prima del sole. Riordinò il soggiorno, sistemò i piatti sulla tavola almeno tre volte e cambiò posto ai bicchieri senza un vero motivo. Chiunque fosse entrato in casa avrebbe pensato che fosse semplicemente una donna precisa. Solo lei sapeva che quel continuo muoversi serviva a calmare l’agitazione che le stringeva il petto.
Da quasi quattro anni viveva con Marco. Negli ultimi tempi lui aveva lasciato intendere più volte che stava preparando una sorpresa importante e Daniela, pur cercando di non illudersi, aveva cominciato a sperare che finalmente arrivasse la proposta di matrimonio che aveva aspettato in silenzio.
Non desiderava una cerimonia sfarzosa. Voleva soltanto sentirsi davvero scelta.
Nel pomeriggio arrivarono gli invitati. Sua figlia Chiara entrò insieme al marito Lorenzo con una torta fatta in casa, mentre la madre di Marco, Teresa, si accomodò immediatamente sulla poltrona vicino alla finestra e iniziò a osservare l’appartamento con l’attenzione di chi immagina già come cambiarlo.
— Questa libreria occupa troppo spazio — commentò. — Io la sposterei in corridoio.
Daniela sorrise con educazione.
— A me piace dove si trova.
— Per ora, rispose Teresa. Quando una casa cambia famiglia, cambiano anche le abitudini.
Chiara abbassò lo sguardo, intuendo che quella frase non era stata detta per caso.
Dopo cena Marco si alzò in piedi con aria soddisfatta.
— È arrivato il momento del regalo.
Portò una scatola piuttosto grande, avvolta in una carta elegante.
Il cuore di Daniela accelerò.
Forse il regalo non era il vero regalo.
Forse dentro c’era soltanto un indizio.
Aprì lentamente il pacco.
Trovò un cappotto verde scuro, pesante, con il cartellino dello sconto ancora attaccato alla manica.
— Bello, vero? disse Teresa con entusiasmo. L’ho trovato quasi regalato. Alla nostra età bisogna comprare cose utili.
Daniela sfiorò il tessuto, richiuse con calma la scatola e annuì.
— Grazie.
Marco la fissò deluso.
— Tutto qui?
— Cosa dovrei dire?
— Sembri quasi infastidita.
Lei inspirò profondamente.
— Per essere sincera… immaginavo qualcosa di diverso.
— Tipo?
Nella stanza cadde un silenzio improvviso.
— Pensavo che mi avresti chiesto di sposarti.
Teresa sbuffò rumorosamente.
Marco sorrise con imbarazzo.
— Daniela, non siamo ragazzi. Che bisogno c’è del matrimonio?
— Non è il matrimonio in sé.
— E allora cos’è?
— È sapere che il futuro lo stiamo costruendo insieme e non solo vivendo alla giornata.
Marco allargò le braccia.
— Viviamo già come marito e moglie.
— No.
— Come no?
— Se domani dovesse succederti qualcosa, io per la legge non sono nessuno. Se dovesse succedere qualcosa a me, tu non avresti alcun obbligo. Condividiamo la casa, ma non la responsabilità.
Teresa intervenne subito.
— Mio figlio non deve sposarsi perché qualcuno lo pretende.
Chiara fece per parlare, ma Daniela le sfiorò il braccio sotto il tavolo.
Non voleva trasformare il compleanno in una battaglia.
Quando tutti andarono via, Marco continuò a ripeterle che si era creata aspettative da sola e che lui non aveva promesso nulla.
Le settimane successive trascorsero in un silenzio sempre più pesante.
Chiara aspettava un bambino e Lorenzo aveva perso il lavoro. Daniela li aiutava come poteva, inviando qualche risparmio senza farne un argomento di discussione.
Una sera Marco vide una ricevuta di bonifico.
— Hai mandato altri soldi a tua figlia?
— Sì.
— Ma noi dobbiamo comprare la macchina.
— Tu vuoi comprare la macchina.
— Mia madre ha venduto il suo appartamento per aiutarmi.
Daniela lo guardò negli occhi.
— Per aiutare te.
— È la stessa cosa.
— No.
Marco si irrigidì.
— L’auto sarà anche tua.
— A nome di chi?
Lui esitò.
— Del mio.
Daniela non aggiunse altro.
Dopo qualche secondo Marco parlò con naturalezza, come se stesse comunicando la cosa più ovvia del mondo.
— A proposito… mia madre verrà a vivere qui.
Daniela rimase immobile.
— Come hai detto?
— Ha venduto casa. Non può restare da sola.
— Vuoi farla vivere nel mio appartamento?
— Nel nostro appartamento.
Lei scosse lentamente la testa.
— Marco, questa casa era mia molti anni prima di conoscerti.
— Ma io ci vivo.
— Sì. Non significa che tu possa decidere chi entra.
— È solo per un periodo.
— No.
— Daniela…
— Ho detto di no.
Marco cambiò espressione.
— Sei diventata egoista.
— No. Sto semplicemente difendendo ciò che è mio.
Lui uscì sbattendo la porta.
Quella sera Chiara la chiamò.
— Mamma, va tutto bene?
— Più o meno.
— Ho la sensazione che Marco abbia già preso una decisione senza dirtelo.
Daniela rimase in silenzio.
Quelle parole le rimasero nella mente per giorni.
Due settimane dopo tornò a casa prima del previsto.
Appena aprì la porta vide due grandi valigie nell’ingresso.
Accanto c’erano le scarpe di Teresa.
La porta del suo studio era spalancata.
I suoi libri erano stati chiusi dentro scatoloni, la scrivania era stata spostata e al centro della stanza c’era già un letto nuovo.
Teresa stava sistemando i cuscini con tutta tranquillità.
— Sei arrivata, disse sorridendo. Marco mi ha detto che dopo qualche giorno ti abituerai.
Daniela lasciò lentamente la borsa sul pavimento.
Prese il telefono e chiamò Marco.
— Dove sei?
— Fuori. Perché?
— Tua madre è nel mio appartamento. Con tutti i suoi bagagli.
— Sì. L’ho trasferita oggi.
— Senza chiedermi il permesso?
— Se te l’avessi chiesto, avresti detto di no.
— Esatto.
— Ormai è fatta.
Daniela chiuse gli occhi per un istante.
Quando parlò di nuovo, la sua voce era talmente calma che perfino Teresa smise di sorridere.
— Marco… torna subito a casa.
Marco arrivò quasi un’ora dopo, convinto che nel frattempo Daniela si fosse calmata. Entrò in casa con l’aria di chi si aspetta una discussione destinata a finire con un compromesso, ma si fermò appena vide tutte le valigie di sua madre allineate accanto alla porta d’ingresso.
Nel soggiorno Daniela era seduta con una cartellina tra le mani. Dentro c’erano tutti i documenti dell’appartamento. Accanto a lei sedeva la vicina, Carla, che aveva accettato di essere presente per evitare qualsiasi discussione sulla versione dei fatti.
— Cos’è questa scena? — domandò Marco.
— È molto semplice. Tu e tua madre oggi lasciate questa casa.
Teresa spalancò gli occhi.
— Mi vuoi buttare fuori?
— No. Sto semplicemente impedendo che qualcuno resti qui contro la mia volontà.
Marco cercò di sorridere.
— Daniela, non essere ridicola.
— Ridicolo è trasferire una persona in casa di qualcun altro mentre il proprietario è al lavoro.
Il sorriso gli sparì dal volto.
— Mia madre non aveva altra scelta.
— L’aveva. Tu hai preso i soldi del suo appartamento. Dovevi pensare a una soluzione prima di venderlo, non dopo.
Teresa alzò subito la voce.
— Mio figlio ha sacrificato tanto per te!
Daniela la guardò senza rabbia.
— Quali sacrifici?
Nella stanza calò il silenzio.
— Ha vissuto con me. Ha contribuito alle spese della casa in cui abitava. Questo non gli dà il diritto di decidere al posto mio.
Marco fece un passo avanti.
— Dopo quasi quattro anni mi tratti come uno sconosciuto?
— Sei stato tu a voler restare uno sconosciuto davanti alla legge ogni volta che ti parlavo di matrimonio.
Quelle parole lo colpirono più di qualsiasi urlo.
Provò a cambiare tono.
— Possiamo ancora sistemare tutto.
— No.
— Daniela…
— Hai ignorato ogni mio “no”. Hai pensato che prima o poi avrei ceduto. Ti sbagliavi.
Teresa si lasciò cadere sul divano portandosi una mano al petto.
— Mi sento male… chiamate un’ambulanza…
Carla prese immediatamente il telefono.
— La chiamo subito.
Teresa riaprì gli occhi all’istante.
— Non serve…
Carla rimise lentamente il telefono in borsa senza dire una parola.
Marco abbassò lo sguardo.
Per la prima volta sembrava rendersi conto che nessuno avrebbe più recitato la parte che lui si aspettava.
— Quindi è davvero finita?
Daniela annuì.
— È finita nel momento in cui hai deciso che il mio consenso non contava più.
Lui rimase immobile qualche secondo.
Poi entrò in camera da letto e cominciò a riempire il borsone con i suoi vestiti.
Teresa, borbottando sottovoce, raccolse le sue cose dallo studio.
Quasi un’ora dopo erano entrambi pronti.
Davanti alla porta Marco si voltò ancora.
— Te ne pentirai.
Daniela lo guardò serenamente.
— Mi sono già pentita abbastanza del tempo che ho perso aspettando che tu diventassi l’uomo che dicevi di essere.
Lui abbassò la testa.
Teresa lo tirò per un braccio.
— Andiamo.
La porta si chiuse.
Per qualche istante Daniela rimase immobile.
Poi aprì tutte le finestre.
L’aria fresca entrò lentamente nell’appartamento, come se anche la casa stesse respirando dopo molto tempo.
Rimise ogni libro al proprio posto, riportò la scrivania nello studio e sistemò una vecchia fotografia dei suoi genitori sopra la libreria.
Solo allora prese il telefono.
— Chiara?
— Mamma… è successo qualcosa?
— Sì.
— Stai bene?
— Molto meglio di quanto immagini. Vieni con Lorenzo.
Poco dopo la figlia arrivò.
Appena vide la madre, la strinse forte senza fare domande.
— Sono fiera di te — le sussurrò.
Mentre bevevano il tè, Lorenzo raccontò che avevano trovato una piccola casa in collina, vicino a Parma, dove avrebbero voluto crescere il bambino che stava per nascere.
Daniela sorrise.
— Non serve comprarne una.
I due la guardarono sorpresi.
— Vi ricordate la casa di mia zia in campagna?
— Certo.
— Voglio che diventi vostra.
Chiara cercò subito di rifiutare.
Daniela le prese le mani.
— Una casa ha senso solo se è piena di persone che si vogliono bene. Tenerla chiusa non serve a nessuno.
Qualche settimana dopo dipingevano insieme le persiane, sistemavano il giardino e preparavano la cameretta del futuro bambino.
In cucina Chiara trovò alcune vecchie tazze decorate con margherite blu.
— Le usiamo solo nelle occasioni speciali?
Daniela sorrise.
— No. Ogni giorno passato con la propria famiglia è un’occasione speciale.
Una sera, seduti tutti e tre sotto il grande ciliegio del cortile, parlarono a lungo del futuro.
Il vento muoveva lentamente i rami e il profumo dell’erba appena tagliata riempiva il giardino.
Qualche giorno dopo Marco provò a telefonarle da un altro numero.
Le disse che potevano ricominciare da capo.
Daniela lo ascoltò fino alla fine.
Poi rispose con calma.
— Ti auguro di trovare la felicità. Io ho finalmente trovato la mia.
Chiuse la chiamata senza esitazione.
Più tardi aprì l’armadio, prese quel cappotto verde ricevuto il giorno del compleanno e lo portò in campagna.
Lorenzo lo infilò sullo spaventapasseri dell’orto.
Chiara scoppiò a ridere.
— Finalmente gli abbiamo trovato il posto giusto.
Daniela rise con loro.
Guardò la casa illuminata, sua figlia e suo genero che si tenevano per mano, e il bambino che presto avrebbe riempito quelle stanze di vita.
Non aveva un anello al dito.
Eppure non si era mai sentita così ricca.
Perché aveva capito che il vero amore non ti chiede di rinunciare alla tua dignità per poter restare accanto a qualcuno.
Ti fa sentire a casa, senza doverla difendere ogni giorno.
