Fuga da Trieste

Il primo respiro che ricordo davvero non fu quello della nascita, ma quello dell'aria salmastra del molo di Trieste, la mattina in cui salimmo su un piroscafo che puzzava di carbone e di paura. Mi chiamo Elio Consonni, e a Trieste, nel 1939, io e mia sorella gemella Nora avevamo diciassette anni e un cognome che nostro padre aveva già cambiato due volte per depistare i registri.

Sono nato a Vienna nel novembre del 1922, ma da quando avevo due anni la mia famiglia viveva a Trieste, in una villa liberty affacciata sul golfo, con le persiane verdi e un giardino pieno di lecci. Mio padre, Aldo Consonni — nato Kohn, ma il nome lo aveva cambiato già negli anni Venti per aprirsi le porte del mondo del cinema — produceva pellicole e le distribuiva in tutta l'Italia settentrionale. Aveva fondato due piccole case di produzione, la Aurora Film e la Diadema, e passava più tempo negli uffici di Milano che a casa nostra. In salotto entrava come un direttore in visita, non come un padre: la cravatta sempre dritta, le mani dietro la schiena, uno sguardo che valutava prima di accarezzare. L'ho conosciuto davvero solo dopo la guerra.

Avevamo una governante francese, Mademoiselle Odette, che ci portava a Cortina d'inverno e sul lago di Garda d'estate. Io nuotavo a livello agonistico per una società sportiva ebraica del centro città — ci allenavamo in una piscina scoperta che d'estate profumava di cloro e di gelsomino, perché accanto c'era il giardino di una villa privata. In casa si celebravano solo le feste principali, Pesach e Kippur, e mio padre non ne faceva un vanto né un segreto: diceva solo, a tavola, che prima o poi in Palestina ci sarebbe stato uno Stato per noi, e che bisognava prepararsi.

Quando le leggi razziali arrivarono anche in Italia, nel 1938, mio padre capì prima di chiunque altro cosa significasse quel foglio affisso fuori dal municipio. Vendette in fretta e male la sua quota della Diadema — un impianto di sviluppo e due sale di proiezione, ceduti per una cifra ridicola a un socio che fino a un mese prima gli stringeva la mano ogni mattina — e cominciò a organizzare la partenza per gli Stati Uniti. Lui e mia sorella maggiore, Ada, salparono già nel 1937. Mia madre, Nora ed io restammo a Trieste altri due anni, aspettando i visti che non arrivavano mai in tempo.

Partimmo alla fine, passando per Marsiglia, tentando di ottenere il visto americano da un consolato dove la fila cominciava alle cinque del mattino e non finiva mai. L'attesa si allungava di settimana in settimana, così ci imbarcammo su una nave diretta in Brasile, sperando di risalire poi verso nord. Il piroscafo era vecchio, tirato a lucido solo sul ponte di prima classe; noi eravamo in terza, in una cabina che divideva con altre due famiglie. Dopo due giorni di navigazione, un guasto alla sala macchine prese fuoco. Ricordo mia madre che mi stringeva un polso così forte da lasciarmi il segno, mentre gli uomini dell'equipaggio passavano secchi d'acqua di mano in mano e Nora, sul ponte, si teneva ferma la treccia con una forcina come se quel gesto potesse tenere fermo anche il resto del mondo.

Fummo salvati da una nave da carico portoghese diretta a Lisbona. Lì restammo tre settimane in una pensione vicino al porto, dove la padrona di casa ci dava ogni sera una minestra di baccalà che Nora non riusciva a mandare giù, e ogni mattina il giornale portava notizie sempre più cattive dall'Europa centrale. Da Lisbona ci imbarcammo su un piroscafo diretto a New York, e fu lì, in mezzo all'Atlantico, che decisi — senza dirlo a nessuno, nemmeno a Nora — che se fossi tornato in Europa, sarebbe stato per combattere, non per fuggire una seconda volta.

Negli Stati Uniti mio padre aveva già rimesso in piedi un piccolo studio di distribuzione a New York, ma io non riuscivo a stare fermo dietro una scrivania mentre in Europa bruciava tutto quello che avevamo lasciato. Mi arruolai appena compiuti i vent'anni, nel 1942, e per farlo dovetti cambiare ancora una volta il cognome sui documenti: agli ufficiali reclutatori dissi di chiamarmi Elio Aldi, perché temevo che, in caso di cattura, il vero cognome — quello originale, Kohn, che mio padre aveva tenuto nascosto sotto Consonni — mi avrebbe condannato più in fretta di qualsiasi divisa.

Sbarcai in Normandia il 6 giugno 1944, seconda ondata su Omaha Beach, con l'acqua fredda fino al petto e un compagno del Michigan che mi urlava di correre e non voltarmi. Da lì risalimmo la Francia, poi la Germania, fino all'Elba. Fu nell'aprile del 1945 che la mia colonna entrò per prima in un campo vicino a Weimar — non lo dimenticherò mai come nome sulla carta geografica, ma come odore, come un muro di calce e fumo che ti restava addosso per giorni. Vidi uomini che pesavano quanto un bambino di dieci anni, vidi i miei compagni, ragazzi dell'Ohio e dell'Indiana che non avevano mai pianto in battaglia, vomitare dietro ai camion. Capii lì, e non prima, che cosa resta di un essere umano dietro un filo spinato: resta la voce, se qualcuno gliela lascia. Il resto se lo può portare via chiunque abbia una divisa e una lista di nomi.

Tornai a New York nel 1946 con una medaglia che non mostrai mai a nessuno e un cognome che, ormai, era diventato per sempre Aldi anche sui documenti civili. Mio padre era morto l'anno prima, di infarto, senza mai aver visto la fine della guerra. Presi in mano quello che restava della sua attività di distribuzione e, insieme a un socio conosciuto durante la naia, cominciai a importare pellicole europee per il mercato americano. Fu un lavoro lungo, fatto di proiezioni private e di cene con produttori inglesi, che alla fine mi portò a firmare i contratti di distribuzione per due film che nessuno, all'epoca, avrebbe scommesso diventassero quello che sono diventati — un agente segreto in smoking e un ispettore francese perseguitato dalla sfortuna.

Di mia madre mi restò, fino alla sua morte nel 1971, una scatola di latta con dentro le fotografie di Trieste: la villa con le persiane verdi, il giardino di lecci, Nora e me sul bordo della piscina con le cuffie da bagno bianche. Quella scatola oggi sta su uno scaffale nel mio studio a Manhattan, e ogni tanto, quando qualche giovane regista viene a propormi un film sulla guerra convinto di raccontarmi qualcosa che non so, la apro e gliela mostro senza dire una parola. Non ho mai avuto bisogno di spiegare cosa significhi ricominciare da un nome che non è il tuo. Il gesto, quello, parla da solo — e chi capisce, capisce senza che io debba aggiungere altro.

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