Il conto da centoquattro euro

Lavoro alla pasticceria Belforte da diciannove anni, dietro il bancone del laboratorio, quello dove si preparano le torte su ordinazione. Quella mattina di marzo pioveva, e in negozio c'era ancora l'odore del caffè che la titolare tiene sempre acceso per i clienti mattinieri.

È entrato verso le nove, con un impermeabile grigio che gocciolava sul pavimento e un bastone che batteva un colpo secco a ogni passo. Ha chiesto una torta piccola, per una persona sola, senza scritte, senza candeline particolari — solo il numero.

"Centosette," ha detto. Io ho pensato di aver capito male e gli ho fatto ripetere. Centosette anni. Si chiamava Bruno Ferretti, l'ho saputo dopo perché ha pagato con la carta e il nome è comparso sullo scontrino.

Non ha detto altro mentre sceglieva. Panna o crema pasticcera, cioccolato o limone — ha scelto il limone, dicendo che sua moglie lo preparava sempre così, per i compleanni. Ha usato il passato, e io non ho chiesto altro, perché in negozio si impara presto a riconoscere quando una domanda farebbe più male di un silenzio.

Mentre la collega Simona incartava la scatola, lui è rimasto vicino alla vetrina dei babà, con le mani appoggiate al bastone. Aveva un orologio da polso vecchio, di quelli con la cinghia di cuoio consumata, e ogni tanto lo guardava come se aspettasse qualcuno che non sarebbe arrivato. Fuori, sul marciapiede di via Garibaldi, un cane legato a un palo abbaiava al postino, e lui si è girato un attimo a guardarlo, quasi distratto da quel rumore normale del quartiere.

Ha pagato: dodici euro e ottanta la torta, più due candeline a forma di numero che gli ha aggiunto Simona senza calcolarle, dicendo che erano un regalo della casa. Lui ha ringraziato con un cenno, ha detto che sarebbe tornato a festeggiare da solo, come ogni anno, e che andava bene così, perché a quell'età si impara a bastare a se stessi.

Non l'ho più rivisto quel giorno. Ma tre settimane dopo si è presentata in negozio una donna sulla sessantina, con una cartella di pelle marrone sotto il braccio, e ha chiesto di me — le avevano detto in portineria che ero stato l'ultimo a parlare con "il signor Ferretti del terzo piano".

Si chiamava Elena, era l'assistente sociale del Comune che seguiva il caso. Mi ha raccontato, mentre aspettava che le confezionassi dei cornetti per l'ufficio, che Bruno era stato ferroviere per trentotto anni, che la moglie Ada era morta undici anni prima, e che un unico figlio, Marco, viveva a Toronto e non si faceva sentire da tempo — una telefonata a Natale, se andava bene.

Quello che mi ha colpito non è stata la solitudine in sé: di clienti soli, che comprano una fetta di crostata per uno, ne passano tanti. È stato quello che Elena mi ha detto dopo, mentre pagava e infilava lo scontrino nella cartella: che Bruno, negli ultimi mesi, aveva iniziato a mettere ordine nelle sue cose. Non per malattia — stava bene, per l'età che aveva — ma perché aveva deciso, con la lucidità di chi ha fatto per una vita i conti alla fine del mese, di sistemare quello che restava prima che qualcun altro dovesse farlo per lui, magari senza cura.

Aveva un piccolo conto in un istituto di credito di quartiere, aperto quando ancora lavorava alle Ferrovie, con sopra poco più di quattromila euro messi via negli anni per le emergenze. E aveva un appartamento di sua proprietà, in via Garibaldi, due stanze e cucina, comprato con Ada nel millenovecentosettantatré.

Elena mi ha detto che Marco, saputo per caso da un cugino dei problemi di salute del padre — niente di grave, solo la routine di un uomo di quell'età — aveva chiamato dopo mesi di silenzio, non per chiedere come stesse, ma per sapere se avesse già pensato a "sistemare le carte", come si dice, in vista del futuro. Bruno aveva risposto poco, aveva chiuso la telefonata presto.

Due settimane dopo era andato lui stesso, da solo, con il bastone e l'impermeabile grigio, allo studio di un notaio in corso Vittorio Emanuele. Non per fare un testamento a favore del figlio lontano. Aveva deciso di intestare l'appartamento alla cooperativa che gestiva l'assistenza domiciliare del quartiere — quella che gli mandava un'infermiera due volte a settimana e un ragazzo per la spesa il giovedì — a condizione che gli garantissero l'assistenza fino alla fine, restando in casa sua, senza essere spostato in una struttura.

Il conto in banca lo aveva svuotato lui stesso, prelevando i quattromila euro in contanti, e li aveva portati alla parrocchia di Sant'Agostino, dove per anni, ogni domenica, si era seduto nello stesso banco vicino alla colonna. Non per beneficenza generica: per la mensa che il parroco organizzava tre volte a settimana per chi in quel quartiere non arrivava a fine mese, gli stessi pasti che, mi ha detto Elena, Bruno andava a mangiare qualche volta anche lui, non per bisogno di cibo ma per non passare la giornata senza scambiare una parola con nessuno.

Il notaio aveva mandato una lettera raccomandata a Marco, come da prassi, per informarlo della decisione del padre riguardo all'appartamento. Elena mi ha raccontato che Marco aveva richiamato, questa volta arrabbiato, chiedendo spiegazioni, dicendo che quella casa spettava a lui, che suo padre non era nel pieno delle facoltà per prendere certe decisioni da solo.

Bruno gli aveva risposto una cosa sola, che Elena aveva sentito perché era presente quel giorno per la visita settimanale: che per centosette anni aveva pagato tutto quello che c'era da pagare — le tasse, il mutuo, le rette scolastiche di un figlio che ora gli telefonava solo per chiedere conto delle carte — e che per una volta, l'ultima, aveva deciso lui a chi affidare quello che restava. Non per punire nessuno. Solo perché quella era casa sua, e i soldi erano i suoi, guadagnati un turno alla volta sui treni della linea per Bologna.

Marco non si è più fatto vedere, che io sappia. Il notaio ha completato la pratica in aprile. La cooperativa ha mandato un'infermiera in più, il martedì, oltre a quelle già previste.

Io ho rivisto Bruno una sola altra volta, a giugno, quando è entrato per comprare due babà — non uno, due — e mi ha detto, mentre glieli incartavo, che li avrebbe mangiati con l'infermiera che veniva il martedì, perché lei aveva scoperto che le piacevano tanto quanto a lui, e ora ogni tanto si fermava dieci minuti in più a chiacchierare, prima del turno successivo.

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