Sette mesi. Da sette mesi Franca pagava tutto da sola: affitto, bollette, spesa. E sua sorella Ombretta, che viveva nello stesso appartamento a Bergamo, continuava a chiederle il sale come se niente fosse.
L'appartamento era in via Broseta, terzo piano, due camere separate da un corridoio dove il pavimento scricchiolava sempre nello stesso punto, vicino al termosifone. Ci abitavano da quando la madre era morta, tre anni prima. Prima pagavano a metà, ognuna la sua parte, senza tante discussioni. Poi Ombretta aveva perso il lavoro in un salone di parrucchiera al centro — la titolare aveva chiuso per problemi con l'affitto del locale — e aveva detto: "Solo un paio di mesi, Franca, giuro, appena trovo qualcosa mi rimetto in pari."
Erano diventati sette mesi. Ombretta si alzava tardi, guardava la tivù nel salottino — sempre lo stesso programma del pomeriggio su Canale 5 — e nel frattempo Franca usciva alle sette e mezza per andare in farmacia, dove faceva la commessa da nove anni, tornava alle sei, faceva la spesa al discount di corso Magenta, pagava il bonifico dell'affitto il giorno cinque di ogni mese, millecentoventi euro, e quello del gas e della luce, altri centosessanta.
Aveva provato a parlarne due volte. La prima Ombretta aveva pianto, aveva detto che si sentiva inutile, che Franca non capiva com'era difficile a quarantatré anni ricominciare da capo. Franca si era sentita in colpa e aveva lasciato perdere. La seconda volta Ombretta si era chiusa in camera sbattendo la porta, e per tre giorni non le aveva rivolto parola, lasciando i piatti sporchi nel lavello come una specie di protesta muta.
Quella sera d'agosto faceva ancora caldo, le finestre aperte sul cortile interno dove il vicino del primo piano teneva sempre la radio accesa con le partite di calcio d'estate, quelle amichevoli che non contano niente ma lui le seguiva lo stesso, urlando ogni tanto un "dai!" che arrivava fino al terzo piano. Franca era rincasata con le buste della spesa, il pane ancora caldo dentro il sacchetto di carta, e aveva trovato Ombretta seduta sul divano con il telefono in mano, le unghie appena rifatte di un rosso acceso.
"Ti sei fatta le unghie."
"Sì, mi serviva, mi sentivo giù."
Franca aveva posato le buste sul tavolo della cucina senza dire altro. Aveva contato: quaranta euro, forse quarantacinque, dal centro estetico di piazza Pontida dove passava sempre per andare a fare la spesa. Aveva pensato al bonifico che avrebbe dovuto fare il giorno dopo, aveva pensato al conto che si stava svuotando, e non aveva detto niente. Come sempre.
Era stata la vicina, la signora Adele, quella del cane bassotto che abbaiava ogni volta che qualcuno suonava il citofono, a farle cambiare idea. L'aveva incontrata sulle scale, il bassotto che tirava il guinzaglio, e la signora Adele — che di lavoro faceva la contabile in uno studio commercialista in centro — le aveva detto senza tanti giri di parole: "Franca, scusa se mi permetto, ma tua sorella non sta cercando lavoro. L'ho vista ieri al bar sotto casa con quella sua amica, tutto il pomeriggio."
Franca non aveva risposto niente, ma quella notte non aveva dormito. Alle due si era alzata, aveva acceso la luce della cucina — quella piccola sopra il fornello, che faceva un ronzio leggero — e aveva tirato fuori un quaderno a righe, di quelli da scuola, con la copertina blu. Aveva scritto tutto: ogni bonifico, ogni scontrino del discount, ogni bolletta pagata da sola. Sette mesi, tremilaquattrocento euro in tutto, aveva calcolato, tra affitto e utenze e spesa fatta praticamente sempre e solo da lei.
Il giorno dopo era sabato. Ombretta si era svegliata verso le undici, era uscita dalla camera in vestaglia, aveva acceso la moka senza chiedere se Franca ne voleva.
"C'è il caffè?"
"Sì, l'ho fatto io."
Franca era seduta al tavolo con il quaderno aperto davanti a sé. Non l'aveva pianificato, quel momento — le era venuto naturale, come se il corpo avesse deciso prima della testa.
"Ombretta, siediti un attimo."
"Che c'è, mi devi rimproverare qualcosa?"
"No. Ti devo far vedere una cosa."
Aveva girato il quaderno verso di lei. Ombretta aveva guardato le cifre, le date, i totali segnati in fondo a ogni pagina con la penna rossa.
"Cos'è questa roba?"
"Sono sette mesi che pago io l'affitto, il gas, la luce, la spesa. Tremilaquattrocento euro, più o meno. Tu hai pagato zero."
"Ma io non ho lavoro, Franca, te l'ho spiegato mille volte—"
"Lo so che non hai lavoro. Ma ieri eri al bar con Sonia tutto il pomeriggio, e l'altro ieri ti sei rifatta le unghie. Quaranta euro. Io con quaranta euro ci pago il gas di un mese intero."
Ombretta si era alzata di scatto, la sedia aveva raschiato sul pavimento. "Quindi mi controlli? Mi spii con la vicina?"
"Non ti spio. Vivo qui anch'io, vedo quello che vedo."
C'era stato un silenzio lungo, rotto solo dalla radio del vicino che continuava a trasmettere la partita, un rumore di fondo che sembrava non finire mai. Ombretta aveva incrociato le braccia, gli occhi lucidi.
"Sei diventata come mamma. Sempre a fare i conti."
"Mamma faceva i conti perché altrimenti non arrivavamo a fine mese. E io sto facendo la stessa cosa adesso, da sola, per due."
Ombretta non aveva risposto. Era tornata in camera, aveva chiuso la porta piano, questa volta senza sbatterla. Franca era rimasta seduta al tavolo, il quaderno ancora aperto, il caffè ormai freddo nella tazzina.
Il lunedì successivo Franca era andata in banca, alla filiale della Popolare vicino alla farmacia dove lavorava. Aveva chiesto di parlare con un impiegato per l'apertura di un conto cointestato — non per dividere i soldi con Ombretta, ma per fare l'esatto contrario: aveva chiuso il vecchio conto congiunto che avevano ereditato dalla madre, quello su cui arrivava ancora, per abitudine, una piccola pensione di reversibilità che si dividevano, e ne aveva aperto uno nuovo solo a suo nome. Aveva anche parlato con l'amministratore del condominio, un signore anziano con lo studio in via Sant'Alessandro, e gli aveva chiesto di intestare il bonifico dell'affitto esclusivamente a lei, così da avere ricevute ufficiali intestate al suo solo nome, per tutelarsi nel caso — aveva detto — di future discussioni sulla proprietà o sull'uso della casa.
La sera stessa aveva messo sul tavolo della cucina una busta bianca, di quelle da lettera, con dentro un foglio stampato al computer nel retro della farmacia durante la pausa pranzo: un prospetto con le spese mensili divise a metà, affitto, utenze, spesa, cinquecentoquaranta euro al mese la quota di Ombretta, con la richiesta di iniziare a versarla dal mese successivo, oppure — scriveva Franca — di valutare di trasferirsi da Sonia, che aveva detto più volte di avere una stanza libera, o di cercare una soluzione diversa entro fine settembre.
Ombretta aveva letto il foglio in piedi, vicino al frigorifero, la busta ancora in mano. Aveva alzato gli occhi.
"Mi stai buttando fuori."
"Non ti sto buttando fuori. Ti sto dicendo che da adesso in poi pago solo la mia parte. Se vuoi restare, la tua quota la porti tu, da settembre. Se non puoi, hai un mese per organizzarti."
"E se non trovo niente?"
"Allora ne parliamo. Ma non con me che pago tutto e tu che ti fai le unghie."
Ombretta aveva messo la busta sul tavolo, l'aveva guardata come se scottasse. Poi era uscita di casa senza dire dove andava, la porta richiusa piano dietro di sé — di nuovo senza sbattere, come se qualcosa, dentro quella rabbia, si fosse già arreso.
Era tornata due ore dopo, verso le nove, con una pizza al taglio comprata dal fornaio sotto casa, quello che restava aperto fino a tardi il sabato. L'aveva posata sul tavolo, accanto alla busta ancora chiusa.
"Ho chiamato Sonia. Ha detto che posso andare da lei, in attesa di trovare qualcosa di mio. Dal quindici settembre."
Franca aveva annuito, senza commentare oltre.
"Non è che non ti voglio bene," aveva detto Ombretta, la voce più bassa, "è che mi vergognavo. Era più facile far finta di niente che ammettere che non ce la facevo."
"Lo so. Ma io non potevo continuare così. Non perché non ti voglio bene neanche io — perché altrimenti tra un anno saremmo qui uguali, io indebitata e tu ancora senza un piano."
Ombretta aveva tagliato la pizza in due, ne aveva passata una fetta a Franca. Non avevano detto altro, quella sera. Il quindici settembre Ombretta aveva portato le sue scatole giù per le scale, il bassotto della signora Adele che abbaiava dal pianerottolo come sempre, e si era trasferita da Sonia, in un bilocale a Città Alta. Franca aveva cambiato la serratura d'ingresso due settimane dopo — non per rabbia, ma perché l'amministratore glielo aveva consigliato dopo l'intestazione del contratto solo a suo nome — e aveva tenuto il quaderno blu in un cassetto della cucina, chiuso, sotto le tovaglie di ricambio. Non gliene era più servito un altro.







